Teoria Allenamento Parte 3

 Teoria Allenamento – Parte 3

Elementi di Fisica e Meccanica dei Fluidi

FONTE: epoche’aquatica.com

L’idea forte che regge tutte le sezioni di questo sito è legata allo studio delle proprietà essenziali che mettono in relazione il corpo nuotante e l’elemento in cui ciò avviene.

La Biomeccanica nel nuoto si compone di cinematica, dinamica e meccanica dei fluidi. La cinematica studia le traiettorie, la dinamica l’applicazione delle forze e la meccanica dei fluidi la resistenza del mezzo.
Nel nuoto, in maniera particolare, per fare un’analisi biomeccanica completa bisogna distinguere due punti di vista: quello dell’atleta e quello del fluido.

Rispetto all’atleta si studia la traiettoria, velocità e  tempo di percorrenza ed esecuzione del gesto, applicazione della forza;
rispetto al fluido:  drag, lift, galleggiamento, equilibrio, onde e  leggi della meccanica dei fluidi in generale.
La sintesi di questi studi ci darà la ricerca dei parametri fisici della prestazione.

Elementi essenziali della meccanica dei fluidi

A  Forza espressa in funzione della pressione

B  Spinta archimedea

La Spinta archimedea definisce il principio di galleggiamento di un corpo immerso in acqua

Il galleggiamento determina anche le condizioni di equilibrio rispetto alla geometria variabile del corpo

Quando il metacentro si trova all’interno del corpo si ha il galleggiamento

C  Tensione superficiale : Lavoro svolto per portare un numero sufficientemente alto di particelle sulla superficie per riformarla.

La tensione superficiale ci spiega che ogni perdita di contatto del corpo dall’acqua crea un moto locale di turbolenza

D                               Dinamica dei Fluidi

Il nuoto è uno sport che si svolge in condizioni di moto non stazionario ed irrotazionale. Pertanto le analisi stazionarie e l’uso dei tubi di flusso sono approssimazioni troppo deboli. Bisogna affrontare il problema in maniera di

versa, utilizzando l’idea che un corpo in movimento in fluido presenta una differenziazione fisica dal punto di impatto con il fluido mentre avanza fino alla scia.

D   Effetto Magnus:

Un corpo in rotazione forma una serie di filetti di fluido in rotazione.

FORME DI FLUSSO

Flusso Vorticoso:  quando la velocità supera quella critica per cui si perde la stratificazione.

Flusso laminare:  Quando lo sforzo di taglio, forza di coesione tra molecole e quantità di moto agiscono localmente.

Flusso turbolento:  Quando sforzo di taglio, di coesione e quantità di moto agiscono su zone intere.

Moto Vorticoso

Si dice di un fluido in cui il suo moto presenta anche velocità angolare per cui il moto si dice rotazionale, per cui superata la velocità critica si creano vortici in modo naturale.
I mulinelli in acqua e i tornado nell’aria sono tipici vortici irrotazionali.
Nel caso del nuoto sono importanti i vortici di scia dovuti all’allontanamento dello strato limite per corpi molto lunghi. In questo caso si creano i tubi di moto vorticoso

RESISTENZA DELL’ACQUA

La resistenza dell’acqua è espressa come drag.

In questa sezione trattiamo brvemente solo il drag passivo in relazione allle proprietà del corpo immerso.

Regola: per conservare l’attrito di pelle e body bisogna conservare un flusso laminare che manifesti solo turbolenze locali.

Drag di forma

Dipende dalla geometria dell’atleta, agisce sia attivamente che passivamente.

Drag d’onda

Si ha nella formazione dell’onda da parte dell’atleta e si evidenzia con il vortice di scia e la turbolenza dovuta alla tensione superficiale. E’ la componente principale del drag attivo. A delfino e a stile è provocato solitamente da un tuffo eccessivo a seguito della respirazione e da un affondamento delle spalle. A dorso è provocato da una scorretta azione nel rollio, dovuta anche da una scorretta meccanica della bracciata.
Per tutti e quattro gli stili, la causa maggiore del drag d’onda è data dallo sfasamento dell’azione delle gambe con quella delle braccia.
Questo accade quando non si ottiene un pieno controllo dell’azione guida – l’efferenza che guida tutto il gesto –

Infine tutti i movimenti fuori dagli assi longitudinali e trasverso e movimenti verticali e laterali provocano la produzione del drag d’onda.

I suggerimenti sulla costruzione della nuotata efficacie sono secondo noi i seguenti:

Massima ricerca dello scivolamento;
Minimizzare i movimenti verticali ed orizzontali laterali
Le alterazioni tecniche vanno proposte solo per la riduzione del drag;
Evitare cambiamenti tecnici che richiedono tanto controllo.

ANALISI DELLE FORZE

Gli stili nel nuoto si dividono in due categorie: assi lunghi – stile e dorso – e assi corti – rana e delfino -. Negli assi lunghi l’azione propulsiva avviene intorno all’asse sagittale mediante il rollio.
Le proprietà meccaniche del rollio sono riconducibili al momento di torsione del corpo che penetra l’acqua riducendo il drag di forma.
Sia a dorso che a stile il trasferimento dell’attacco della bracciata sul fianco, anziché sul torace, permette un uso completo e corretto della cuffia dei rotatori della spalla, un maggior allungamento del braccio in entrata e una maggiore profondità della bracciata con uso prevalente del gran dorsale nella massima fase di applicazione della forza.
Negli assi corti l’azione propulsiva avviene intorno all’asse traverso mediante la ricerca del tuffo in avanti.
Sia a rana che a delfino il punto di massima propulsione si ha quando il nuotatore riesce a far coincidere il centro di massa con il punto di galleggiamento. Questo è il momento in cui il delfinista ha la possibilità di creare il massimo avanzamento con le braccia, mentre per il ranista rappresenta il punto di massimo equilibrio da cui esplodere la spinta delle gambe.

Azioni delle forze

L’evoluzione tecnica della nuotata tende a far coincidere il punto in cui agisce la forza di gravità con quello ascensionale della spinta archimedea tale che
PFp = PSA   che porta un drag lineare e di forma massimi per cui bisogna evitare di spingere le gambe in basso e mantenere una condizione di turbolenza.
Questa considerazione è valida per tutti e quattro gli stili poiché consideriamo l’avanzamento nel nuoto ottenuta grazie ad un’azione tuffata in avanti, per cui  l’asse traverso diventa fondamentale.

AZIONI IDROSTATICHE

Nella sezione precedente abbiamo parlato di variazioni dello stato di equilibrio, uno studio tecnico e didattico di tale situazione parte dalle azioni idrostatiche.
Se partiamo dalle condizioni di equilibrio date dalla sovrapposizione dei punti di galleggiamento e centro di massa, possiamo dividere le condizioni di propulsione in due categorie: scivolamento toracico e ventrale per gli stili in pronazione (stile libero, delfino e rana ) e lo scivolamento sull’arco dorsale e lombosacrale per lo stile in supinazione(dorso)

La seconda tipologia di nuotata è tipica di chi cerca di stare sempre sull’onda. Ciò implica la capacità di mantenere un grosso ritmo di nuotata e di rendere indipendente la parte lombo sacrale del busto dalla testa e le braccia.
Questa caratterizzazione vale per tutti e tre gli stili in pronazione, anche nella rana una postura alta e piatta sull’acqua determina una totale indipendenza dell’arco lombosacrale e dell’anca rispetto alla parte superiore del tronco.
Le considerazioni per il dorso sono molto simili anche se più ristrette.
Infatti uno scivolamento sull’arco lombosacrale è giustificabile nelle gare di velocità e nell’uscita dalle fasi subacquee per acquistare un ritmo maggiore di nuotata.

AZIONI DELLE FORZE IN AVANZAMENTO

Principio di Bernoulli

Il lift o portanza crea una linea di separazione di potenziale tra la parte sottostante il corpo e quella sovrastante che produce un spinta ascensionale.
La fase di presa che è responsabile di questa situazione fluidodinamica si ha con uno scivolamento della mano in avanti e quindi con l’avanzamento.

Osservazione
L’azione di scivolamento riduce il carico di impegno muscolare.
Il punto di inserzione del lift non inficia le condizioni di presa ed è irrilevante al fine della propulsione.

Importanza del Lift.

1) Area di scivolamento sul torace;
2) Effetto Magnus sull’asse trasverso di rotazione;
3) Avanzamento mediante un’azione tuffata in avanti che equivale a dire perdita di equilibrio sull’asse orizzontale.

AZIONE DELLA TERZA DI NEWTON

Diamo alcune esemplificazioni utilizzando lo schema per il delfino precisando che queste considerazioni possono essere fatte, muatis mutandis anche per gli altri stili, sempre partendo dall’idea espressa nelle sezioni precedenti della prevalenza dell’asse traverso per le fasi di avanzamento.

AZIONI DELLE GAMBE  E FORZE VERTICALI

L’abbassamento delle gambe implca lo spostamento in avanti del punto di galleggiamento per cui il punto di applicazione della forza peso e della spinta archimedea coincidono. Segue l’azione della forza in basso del busto e della coscia e la successiva reazione verso l’alto dell’acqua.

Distensione delle gambe e trazione delle braccia che crea una spinta in basso a cui reagisce una spinta ascensionale pari al volume di acqua spostato.

ova flessione delle gambe e inizio della fase di spinta. Esiste un equilibrio tra forze.

Inizio del recupero con una nuova distensione delle gambe. Esiste ancora un equilibrio tra le forze verticali.

Regola Aurea

Si ha propulsione quando esiste un equilibrio tra forze verticali
Bisogna correggere la (i)

Basta anticipare leggermente l’ingresso della testa in acqua per avere l’equilibrio delle forze.

COSTRUZIONE DEL GESTO PER LE PRECONDIZIONI GARA

1) Esistono dei fenomeni fisici che condizionano il gesto
2) Esistono delle abilità che se allenate creano il gesto proprio dell’atleta
3) Allenare le abilità

!-3 vivono in un ambito prettamente neuro fisiologico e neuro muscolare.
I parametri fisici che vengono coinvolti sono la velocità del gesto e il tempo dello stesso. Il ritmo inteso sia come tempo che durata.
Inteso come tempo implica i cambi di velocità nelle varie fasi – locali – del ciclo e globali- nell’intero ciclo -.
Inteso come durata riguarda la ritenzione del gesto in tutta la sua fase.
I sistemi allenanti in cui tutto ciò vive sono A2 e C3.

COSTRUZIONE DEL GESTO PER LE CONDIZIONI GARA

4) Esistono dei fenomeni fisici che condizionano il gesto in gara
5) Esistono delle capacità che se allenate creano il gesto proprio dell’atleta
6) Allenare le capacità

Elementi essenziali della meccanica dei fluidi

A  Forza espressa in funzione della pressione

B  Spinta archimedea

La Spinta archimedea definisce il principio di galleggiamento di un corpo immerso in acqua

Il galleggiamento determina anche le condizioni di equilibrio rispetto alla geometria variabile del corpo

Quando il metacentro si trova all’interno del corpo si ha il galleggiamento

C  Tensione superficiale : Lavoro svolto per portare un numero sufficientemente alto di particelle sulla superficie per riformarla.

La tensione superficiale ci spiega che ogni perdita di contatto del corpo dall’acqua crea un moto locale di turbolenza

D                               Dinamica dei Fluidi

Il nuoto è uno sport che si svolge in condizioni di moto non stazionario ed irrotazionale. Pertanto le analisi stazionarie e l’uso dei tubi di flusso sono approssimazioni troppo deboli. Bisogna affrontare il problema in maniera diversa, utilizzando l’idea che un corpo in movimento in fluido presenta una differenziazione fisica dal punto di impatto con il fluido mentre avanza fino alla scia.

D   Effetto Magnus:

Un corpo in rotazione forma una serie di filetti di fluido in rotazione.

FORME DI FLUSSO

Flusso Vorticoso:  quando la velocità supera quella critica per cui si perde la stratificazione.

Flusso laminare:  Quando lo sforzo di taglio, forza di coesione tra molecole e quantità di moto agiscono localmente.

Flusso turbolento:  Quando sforzo di taglio, di coesione e quantità di moto agiscono su zone intere.

Moto Vorticoso

Si dice di un fluido in cui il suo moto presenta anche velocità angolare per cui il moto si dice rotazionale, per cui superata la velocità critica si creano vortici in modo naturale.
I mulinelli in acqua e i tornado nell’aria sono tipici vortici irrotazionali.
Nel caso del nuoto sono importanti i vortici di scia dovuti all’allontanamento dello strato limite per corpi molto lunghi. In questo caso si creano i tubi di moto vorticoso.
Tali tubi se si formano paralleli alle linee di flusso rappresentano una forma di attrito. Se si formano ortogonali alle linee di flusso aumentano l’energia di propagazione dell’onda.

Numero di Reynolds

Discrimina il passaggio dal moto laminare a quello turbolento.

Legge di Stokes

Da la resistenza all’avanzamento rispetto al tipo di moto

Nb Tutti gli studi sul drag fanno uso della legge di Stokes.

E’ possibile riformulare il numero di Reynolds rispetto alle forze che agiscono sul moto.

NR=Fi/Fv    dove Fi = forza di inerzia.

Se il numero di Reynolds è minore di 2000 si ha un moto laminare, altrimenti il moto è turbolento

Oss Rana e delfino sono moti turbolenti perché la forza inerziale ha un grosso peso negli aspetti propulsivi.

ONDE

Def. Propagazione nello spazio di una quantità di energia che modifica localmente le grandezze fisiche.

Il movimento dell’onda non implica l traslazione sistematica del mezzo di propagazione ma una semplice oscillazione.

L’onda del mare ha un  movimento circolare di particelle che vengono localizzate nelle propagazione e traslazione di energia.

Onde Sinusoidali

Formule derivate

k = 2p/l numero di onde prodotte in ogni periodo

v= 2p/T = 2p*f frequenza angolare

v = l*f velocità di avnzamento

In tutti gli sport ciclici la velocità è data dalla frequenza per la lunghezza della falcata o bracciata.  Pertanto è possibile ricondurre il nuoto ad una produzione di onde. Inoltre nel nuoto la velocità è data dal prodotto teorico della tecnica per la flessibilità.

Possiamo quindi scrivere:

v = t*F dove t = tecnica e F = flessibilità

Pertanto possiamo, in via del tutto teorica, dare questa semplice relazione:

t/l = f/F

La tecnica sta alla ampiezza di bracciata come la frequenza di bracciata sta alla flessibilità dell’ atleta. Questa relazione è del tutto accettabile.

RESISTENZA DELL’ACQUA

La resistenza dell’acqua è espressa come drag.

In questa sezione trattiamo brvemente solo il drag passivo in relazione allle proprietà del corpo immerso.

Regola: per conservare l’attrito di pelle e body bisogna conservare un flusso laminare che manifesti solo turbolenze locali.

Drag di forma

Dipende dalla geometria dell’atleta, agisce sia attivamente che passivamente.

Drag d’onda

Si ha nella formazione dell’onda da parte dell’atleta e si evidenzia con il vortice di scia e la turbolenza dovuta alla tensione superficiale. E’ la componente principale del drag attivo. A delfino e a stile è provocato solitamente da un tuffo eccessivo a seguito della respirazione e da un affondamento delle spalle. A dorso è provocato da una scorretta azione nel rollio, dovuta anche da una scorretta meccanica della bracciata.
Per tutti e quattro gli stili, la causa maggiore del drag d’onda è data dallo sfasamento dell’azione delle gambe con quella delle braccia.
Questo accade quando non si ottiene un pieno controllo dell’azione guida – l’efferenza che guida tutto il gesto –

Infine tutti i movimenti fuori dagli assi longitudinali e trasverso e movimenti verticali e laterali provocano la produzione del drag d’onda.

I suggerimenti sulla costruzione della nuotata efficacie sono secondo noi i seguenti:

Massima ricerca dello scivolamento;
Minimizzare i movimenti verticali ed orizzontali laterali
Le alterazioni tecniche vanno proposte solo per la riduzione del drag;
Evitare cambiamenti tecnici che richiedono tanto controllo.

ANALISI DELLE FORZE

Gli stili nel nuoto si dividono in due categorie: assi lunghi – stile e dorso – e assi corti – rana e delfino -. Negli assi lunghi l’azione propulsiva avviene intorno all’asse sagittale mediante il rollio.
Le proprietà meccaniche del rollio sono riconducibili al momento di torsione del corpo che penetra l’acqua riducendo il drag di forma.
Sia a dorso che a stile il trasferimento dell’attacco della bracciata sul fianco, anziché sul torace, permette un uso completo e corretto della cuffia dei rotatori della spalla, un maggior allungamento del braccio in entrata e una maggiore profondità della bracciata con uso prevalente del gran dorsale nella massima fase di applicazione della forza.
Negli assi corti l’azione propulsiva avviene intorno all’asse traverso mediante la ricerca del tuffo in avanti.
Sia a rana che a delfino il punto di massima propulsione si ha quando il nuotatore riesce a far coincidere il centro di massa con il punto di galleggiamento. Questo è il momento in cui il delfinista ha la possibilità di creare il massimo avanzamento con le braccia, mentre per il ranista rappresenta il punto di massimo equilibrio da cui esplodere la spinta delle gambe

Azioni delle forze

L’evoluzione tecnica della nuotata tende a far coincidere il punto in cui agisce la forza di gravità con quello ascensionale della spinta archimedea tale che
PFp = PSA   che porta un drag lineare e di forma massimi per cui bisogna evitare di spingere le gambe in basso e mantenere una condizione di turbolenza.
Questa considerazione è valida per tutti e quattro gli stili poiché consideriamo l’avanzamento nel nuoto ottenuta grazie ad un’azione tuffata in avanti, per cui  l’asse traverso diventa fondamentale.
In questi termini riteniamo superati o quantomeno da ridefinire i punti di vista legati alla mano ferma in acqua o ancoraggio, alla presa o alle relazioni tra il drag e il lift.
Abbiamo visto che il drag d’onda è la componente più importante dell’avanzamento.
Inoltre abbiamo considerato la sovrapposizione dei punti del centro di massa e di galleggiamento come condizione di equilibrio ideale nel produrre un tuffo in avanti.
Pertanto, nel gioco delle relazioni tra forze inerziali e spinte ascensionali, la gestione delle condizioni di turbolenza è fondamentale per la ricerca dell’efficacia.
Da un punto di vista biomeccanico la turbolenza deve diventare un energetico come l’acido lattico in fisiologia.
Va perseguita la variabilità del sistema di movimento per cui l’avanzamento in acqua, come nella locomozione, avviene mediante una ricerca di condizioni di equilibrio successive ad una perturbazione. In questa ottica si supera l’idea del nuotatore
con assetto stabile come massima espressione del gesto tecnico.
L’idea che qui proponiamo è quella della capacità anticipatrice dell’azione, per cui la ricerca dinamica dell’equilibrio non è altro che la risoluzione immediata di una perturbazione. Bisogna quindi percepire la nuotata come una serie continua di perturbazioni risolte da equilibri dai quali produrre avanzamento.

AZIONI IDROSTATICHE

Nella sezione precedente abbiamo parlato di variazioni dello stato di equilibrio, uno studio tecnico e didattico di tale situazione parte dalle azioni idrostatiche.
Se partiamo dalle condizioni di equilibrio date dalla sovrapposizione dei punti di galleggiamento e centro di massa, possiamo dividere le condizioni di propulsione in due categorie: scivolamento toracico e ventrale per gli stili in pronazione (stile libero, delfino e rana ) e lo scivolamento sull’arco dorsale e lombosacrale per lo stile in supinazione(dorso)

La seconda tipologia di nuotata è tipica di chi cerca di stare sempre sull’onda. Ciò implica la capacità di mantenere un grosso ritmo di nuotata e di rendere indipendente la parte lombo sacrale del busto dalla testa e le braccia.
Questa caratterizzazione vale per tutti e tre gli stili in pronazione, anche nella rana una postura alta e piatta sull’acqua determina una totale indipendenza dell’arco lombosacrale e dell’anca rispetto alla parte superiore del tronco.
Le considerazioni per il dorso sono molto simili anche se più ristrette.
Infatti uno scivolamento sull’arco lombosacrale è giustificabile nelle gare di velocità e nell’uscita dalle fasi subacquee per acquistare un ritmo maggiore di nuotata.

AZIONI DELLE FORZE IN AVANZAMENTO

Principio di Bernoulli

Il lift o portanza crea una linea di separazione di potenziale tra la parte sottostante il corpo e quella sovrastante che produce un spinta ascensionale.
La fase di presa che è responsabile di questa situazione fluidodinamica si ha con uno scivolamento della mano in avanti e quindi con l’avanzamento.

Osservazione
L’azione di scivolamento riduce il carico di impegno muscolare.
Il punto di inserzione del lift non inficia le condizioni di presa ed è irrilevante al fine della propulsione.

Importanza del Lift.

1) Area di scivolamento sul torace;
2) Effetto Magnus sull’asse trasverso di rotazione;
3) Avanzamento mediante un’azione tuffata in avanti che equivale a dire perdita di equilibrio sull’asse orizzontale.

AZIONE DELLA TERZA DI NEWTON

Diamo alcune esemplificazioni utilizzando lo schema per il delfino precisando che queste considerazioni possono essere fatte, muatis mutandis anche per gli altri stili, sempre partendo dall’idea espressa nelle sezioni precedenti della prevalenza dell’asse traverso per le fasi di avanzamento.

AZIONI DELLE GAMBE  E FORZE VERTICALI

L’abbassamento delle gambe implca lo spostamento in avanti del punto di galleggiamento per cui il punto di applicazione della forza peso e della spinta archimedea coincidono. Segue l’azione della forza in basso del busto e della coscia e la successiva reazione verso l’alto dell’acqua.

Distensione delle gambe e trazione delle braccia che crea una spinta in basso a cui reagisce una spinta ascensionale pari al volume di acqua spostato.

ova flessione delle gambe e inizio della fase di spinta. Esiste un equilibrio tra forze.

Inizio del recupero con una nuova distensione delle gambe. Esiste ancora un equilibrio tra le forze verticali.

Regola Aurea

Si ha propulsione quando esiste un equilibrio tra forze verticali
Bisogna correggere la (i)

Basta anticipare leggermente l’ingresso della testa in acqua per avere l’equilibrio delle forze.

COSTRUZIONE DEL GESTO PER LE PRECONDIZIONI GARA

1) Esistono dei fenomeni fisici che condizionano il gesto
2) Esistono delle abilità che se allenate creano il gesto proprio dell’atleta
3) Allenare le abilità

!-3 vivono in un ambito prettamente neuro fisiologico e neuro muscolare.
I parametri fisici che vengono coinvolti sono la velocità del gesto e il tempo dello stesso. Il ritmo inteso sia come tempo che durata.
Inteso come tempo implica i cambi di velocità nelle varie fasi – locali – del ciclo e globali- nell’intero ciclo -.
Inteso come durata riguarda la ritenzione del gesto in tutta la sua fase.
I sistemi allenanti in cui tutto ciò vive sono A2 e C3.

COSTRUZIONE DEL GESTO PER LE CONDIZIONI GARA

4) Esistono dei fenomeni fisici che condizionano il gesto in gara
5) Esistono delle capacità che se allenate creano il gesto proprio dell’atleta
6) Allenare le capacità

La psicologia dello sport

LA PSICOLOGIA DELLO SPORT E’ UNA SCIENZA CHE NASCE DALL’ INCONTRO DELLA PRATICA SPORTIVA CON LA PSICOLOGIA ED HA COME OBIETTIVO LA CRESCITA E L’ INCREMENTO DELLE POTENZIALITA’ DELL’ATLETA E DEI SISTEMI CHE GRAVITANO INTORNO A LUI.

PER RAGGIUNGERE I SUOI OBIETTIVI LA PSICOLOGIA DELLO SPORT ATTINGE DAL BAGAGLIO DI NUMEROSE DISCIPLINE MEDICHE E PSICOLOGICHE,QUINDI E’ UNA SCIENZA DI COMPETENZA MULTIDISCIPLINARE.ESSA VALORIZZA L’IMPORTANZA DELLE QUALITA’ MENTALI DEI PROPRI ATLETI E NE PROMUOVE IL BENESSERE PSICOFISICO.LA SUA APPLICAZIONE NON E’ SOLO A LIVELLO AGONISTICO,MA ANCHE TRA LE CATEGORIE DILETTANTISTICHE,AMATORIALI,GIOVANILI,DISABILI,ADULTI,ANZIANI E SOPRATTUTTO NEL CAMPO DELLA PROMOZIONE DELLA SALUTE RIVOLTA A QUALISIASI ETA’ E CONDIZIONE SOCIALE.

LA PSICOLOGIA DELLO SPORT ARTICOLA IL SUO INTERVENTO ATTRAVERSO 4 SETTORI:RICERCA,APPLICAZIONE,DIDATTICA E DIFFUSIONE.NELL’AMBITO APPLICATIVO LO PSICOLOGO DELLO SPORT SI OCCUPA DELLO STUDIO DELLA PERSONALITA’ DELL’ATLETA,DEI FONDAMENTI PSICOLOGICI DELLE CAPACITA ‘ MOTORIE,DELLA PREPARAZIONE MENTALE ALLE GAREDELLA RIELABORAZIONE DEI RISULTATI OTTENUTI,DELLA SELEZIONE DEGLI ATLETI,DEL BENESSERE DI GRUPPO E DEL SINGOLO SPORTIVO,DELL’ALLENAMENTO E DELLA COMPETIZIONE.

LA PSICOLOGIA DELLO SPORT PROMUOVE QUINDI INTERVENTI VOLTI ALLA PROMOZIONE DEL BENESSERE ATTRAVERSO LO SPORT,UNO SPORT PER TUTTI,SENZA BARRIERE FISICHE,DI ETA’  O DI SESSO ED E’ INTERESSATA A COME PARTECIPAZIONE ALLO SPORT,ALL’ESERCIZIO ED ALL’ATTIVITA’ FISICA POSSA ACCRESCERE LO SVILUPPO PERSONALE ED IL BENESSERE DURANTE L ‘INTERO ARCO DELA VITA.

PERCHE L’INTERVENTO DELLO PSICOLOGO SPORT:LE RICHIESTE PIU FREQUENTI

GESTIONE DELL’ANSIA PRE-GARA

REGOLAZIONE DELL’ENERGIA E GESTIONE DEI MOMENTI DI ATTESA PRE-COMPETIZIONE

TECNICHE DI RILASSAMENTO

AUMENTO DELLA FIDUCIA NELLE PROPRIE POTENZIALITA’

AUMENTO DELL’AUTOEFFICACIA

GESTIONE DEI CALI DI MOTIVAZIONE

PIANIFICAZIONE ED ORGANIZZAZIONE DELLE COMPETIZIONI

MIGLIORAMENTO DELLA COMUNICAZIONE NEI GRUPPI TRA ALLENATORE/ATLETA

RECUPERO PSICOLOGICO DOPO UN INFORTUNIO/UNA PRESTAZIONE SCARSA

IN PRATICA….

UN PERCORSO DI ORIENTAMENTO DI PSICOLOGIA DELLO SPORT CONISSTE IN:

– INCONTRI MENSILI DI GRUPPO CON LA SQUADRA IN CUI SI AFFRONTANO TEMATICHE INERENTI LE RELAZIONI GRUPPALI E LE PRESTAZIONI AGONISTICHE;

-UN INCONTRO DI PIANIFICAZIONE TRA ATLETA/ALLENATORE E LE PSICOLOGHE SPORTIVE IN CUI VIENE CONCORDATO L’OBBIETTIVO DI LAVORO

-INCONTRI INDIVIDUALI CON I SINGOLI ATLETI

SI PIANIFICA UN NUMERO DI APPUNTAMENTI OTTIMALI PER IL RAGGIUNGIMENT DELGI OBBIETTIVI SIA PER IL GRUPPO CHE PER IL SINGOLO ATLETA.

SI VALUTA’ L’EVENTUALE POSSIBILITA’ DI INSERIRE NEL LAVORO ALCUNE OSSERVAZIONI DEGLI ALLENAMENTI O DELLE GARE.

QUESTA OPZIONE RENDE IL LAVORO ESTREMAMENTE EFFICACE PERCHE DIVENTA CONFEZIONATO SU MISURA ALLE ESIGENZE DELLA SITUAZIONE.

FONDAMENTALE,PER GARANTIRE L’AUTONOMIA DELL’ATLETA,E’ LA FASE CONCLUSIVA DEL PERCORSO CHE PASSA ATTRAVERSO LA VERIFICA DEI RISULTATI.

QUALI SPORT?

TUTTE LE DISCIPLINE SPORTIVE POSSONO TRARRE GIOVAMENTO DA UN PERCORSO DI ALLENAMENTO MENTALE.

UNA NUOVA OPPORTUNITA’ DA AFFRONTARE INSIEME PER VIVARE VERSO OBBIETTIVI DI” BENESSERE CONDIVISO “SPINTA DI NUOVI TRAGUARDI

Competizione
Pre-gara

Le 24-48 ore che precedono una competizione sono molto importanti e delicate. Da una parte, vi è l’esigenza di completare la preparazione dell’evento (allenamenti di “rifinitura”, tattica, dieta specifica per le ore che precedono la gara), dall’altra quella di non “caricare” troppo gli atleti per evitare che arrivino “scoppi” o “scarichi” al momento fatale. Da un punto di vista psicologico, questo approccio alla gara, che è accettato ed effettuato dai più, trova precisi riscontri a livello scientifico. Le sensazioni che ciascun atleta prova nelle ore che precedono la gara sono molteplici, differenti, personali, ma tutte sono accomunate dal loro graduale crescere di intensità, mano a mano che si avvicina il fischio d’inizio. :

Appare evidente come vi sia un punto dello stato di attivazione (sensazioni pre-gara quali vigore, vitalità, intensità della mente come motivazione e concentrazione…) al quale corrisponde la performance migliore.

Che vi sia un periodo di tempo in cui l’atleta è “attivato” al meglio, lo si può capire maggiormente grazie ai modelli di Martens (zona di “Energia Ottimale”, 1987) e a quello di Hanin (IZOF zona di Funzionamento Ottimale Individuale”,1989):

Per far sì che l’atleta si presenti all’appuntamento perfettamente all’interno di questa zona è necessario effettuare un programma di preparazione mentale personalizzato pre-gara. 

Gara

Si provi a chiedere ad un atleta qual è stata la sua prestazione migliore. Si scoprirà (e la sorpresa non sarà solo dell’intervistatore) che egli di quella gara ricorda praticamente tutto. La data, l’orario, la città, il campo da gioco, le condizioni atmosferiche, gli avversari, la giuria, ma soprattutto le sensazioni interne. Quelle sensazioni positive che il proprio fisico gli “rimandava” e che hanno preceduto e accompagnato una grande prestazione, si noterà, sono state “scolpite” nella memoria. L’atleta, probabilmente non se ne è nemmeno accorto, ma da quel fatidico giorno qualcosa dentro di lui è cambiato, cambiato in positivo. Nel momento della sua prestazione migliore (Peak Performance) ha sperimentato delle sensazioni interne così diverse, coinvolgenti e particolari che hanno reso quella esperienza di gara diversa da tutte le altre. Se l’atleta racconta che tutto era facile, naturale, automatico, piacevole, che il tempo era sembrato fermarsi, molto probabilmente, durante quella competizione egli è andato incontro ad uno stato di Flow; per tale motivo, la sua mente ha “deciso” di fissare per sempre quei momenti assieme a quelli immediatamente precedenti o successivi l’evento. 
Approfondendo i concetti di Flow e di Peak Performance, si capirà come quella meravigliosa esperienza, che tutt’ora l’atleta ricorda, può aiutarlo ancora nel raggiungimento di obiettivi sempre più alti e straordinari.

Lo stato di Flow. Può essere definito come l’esperienza ottimale in cui si è così immersi in ciò che si sta facendo, che tutto il resto sembra non avere importanza. E’ un esperienza estremamente entusiasmante, fonte di soddisfazione e motivazione profonda. E’ caratterizzato da un equilibrio tra sfida ed abilità, unione tra azione e coscienza, mete chiare, feedback immediato, concentrazione sul compito, senso di controllo, perdita della autoconsapevolezza, destrutturazione del tempo, esperienza autotelica.

Peak Performance. E’ una prestazione superiore allo standard individuale ed è caratterizzata da forti contenuti emozionali di gioia e di profondo appagamento. E’ caratterizzata da un focus attentivo chiaro, alto livello di performance, iniziale fascino per il compito, spontaneità, forte senso di sé.

Appare chiaro, a questo punto, come uno degli obiettivi principali della preparazione mentale sarà quella di ricreare tutte quelle condizioni psicologiche affinché l’atleta possa ri-sperimentare uno stato di Flow con la conseguente maggior probabilità di effettuare una Peak Performance. Gli strumenti che meglio di altri possono favorire tale obiettivo sono:
· visualizzazione
· concentrazione
· propriocettività

Post -Gara

Cosa succede quando la partita finisce? Si è contenti, delusi, si è raggiunto l’obiettivo? Una cosa che, prima ancora di rispondere, andrebbe fatta è un applauso. Un segno semplice, chiaro, diretto. Prima dei commenti inevitabili e delle considerazioni su ciò che è appena accaduto, bisognerebbe stare in silenzio e fare un applauso. Un segno di rispetto per chi si è impegnato, ha sudato, ha lottato sul campo; un applauso a chi ha guidato dalla panchina gli atleti, a chi li ha accompagnati in trasferta, a chi ha reso possibile la competizione. Un applauso agli organizzatori, agli arbitri, ai rappresentati delle federazioni sportive. Un applauso ai sostenitori locali che non hanno evitato di incoraggiare la squadra avversaria, a chi non ha giocato perché infortunato, ai parenti ed agli amici che, da casa, hanno sofferto ascoltando la radio, a chi piange di gioia o di dolore ed anche a chi è finito in ospedale, perché colto da malore. Senza fare sinceramente, questo applauso non si rende giustizia allo sport e a chi di sport vive.
Dopo il triplice fischio, le strette di mano, gli applausi (nella migliore delle ipotesi), lo scenario immediato, per un atleta, è la doccia. E’ il contatto con l’acqua (calda o fredda che sia) che fa uscire dallo stato di “trance agonistica” e dà la conferma che la competizione è finita. L’adrenalina inizia a fare meno effetto. Ci si comincia a scaricare veramente. Ora la risposta è chiara: o si è vinto o si è perso, o l’obiettivo è stato raggiunto, oppure no. Cosa fare? Quì la scienza lascia lo spazio all’esperienza. Non esistono manuali, teorie o altro che spiegano come ci si dovrebbe comportare nel dopo-gara. Una cosa è certa: l’atleta, nel proprio segreto, è sempre il più avaro critico di sé stesso. Dopo la doccia, comincia a rivedere a mente la gara appena terminata e sente il bisogno di darsi un giudizio, come per chiudere un capitolo. Può aver vinto, stracciando l’avversario, ma questo non significa necessariamente che il suo giudizio su sé stesso sia positivo. Ciò che, forse, può aiutare a vivere bene questi momenti è di evitare di essere troppo critici con sé stessi. Quando si è meno critici con sé stessi, ci si rende conto di esserlo di meno anche con gli altri. Mille domande possono sorgere, soprattutto se l’esito non è stato positivo, ma l’unica alla quale bisognerebbe dare una risposta è: ho dato, oggi, il meglio di me stesso? A forza di domandarsi questo, l’esperienza insegna, che il massimo lo si dà davvero. E se, realmente, un atleta arriva a dire a sé stesso che, in quella determinata occasione, ha dato il meglio di sè, allora giunge puntuale la serenità. Quella stessa serenità che è tipica di un artista quando, posato lo strumento, si rende conto che la sua opera è completa.
Qualche ora dopo la competizione o il giorno dopo, giunge il momento del confronto con chi sta vicino all’atleta. Anche in questa occasione, prima di parlare, bisognerebbe, ringraziarsi a vicenda, guardandosi negli occhi. Di motivi per dire grazie ce se sono sempre moltissimi, soprattutto da parte dell’allenatore agli atleti. In questa maniera, la comunicazione ha buone probabilità di essere efficace. Le parole, allora, avranno l’effetto desiderato e non lederanno la dignità di nessuno. Con queste premesse, si può parlare, contestare, asserire, disconfermare, certamente si arriverà ad una conclusione condivisa che poi è la base della preparazione alla competizione successiva.

Traumi Muscolari

FONTE: DR. GIANNI NANNI
Isokinetic Centro di Riabilitazione per lo Sport, Bologna – Medico Sociale Bologna FC. 1909

Classificazione delle lesioni muscolari

Non è compito facile pervenire ad una classificazione univoca delle lesioni muscolari, poiché diversi sono i criteri
che possono essere presi in considerazione. È tuttavia opportuno precisare che non saranno prese in considerazione
le lesioni muscolari conseguenti a ferite da taglio, punta, punta e taglio, fendente o arma da fuoco, anche se molto
importanti per il medico legale. Parimenti, non verranno descritte le avulsioni, né le ernie muscolari e neppure
le patologie tendinee, ma ci limiteremo a trattare esclusivamente le contusioni muscolari e le altre lesioni muscolari
che sono di più frequente riscontro nella pratica sportiva. Un primo elemento da considerare nelle classificazioni
è rappresentato dalla natura diretta o indiretta del trauma (Craig, 1973). 
In tal senso si possono distinguere (Tabella 1):

a) lesioni muscolari da trauma diretto, che secondo l’interpretazione classica, implicano l’esistenza di una forza
agente direttamente dall’esterno.

b) Lesioni muscolari da trauma indiretto, che presuppongono l’azione di meccanismi più complessi, e chiamano
in causa forze lesive intrinseche, che si sviluppano nell’ambito del muscolo stesso o dell’apparato locomotore.

Riguardo la diversa localizzazione delle lesioni muscolari, che abbiamo definito dirette ed indirette, si deve
precisare che, pur nella varietà delle sedi muscolari interessate, l’azione contusiva si esplica, di fatto, preferibilmente
sulle masse carnose dei muscoli. Per contro, nelle modalità traumatiche indirette, la vis lesiva si estrinseca più
spesso in prossimità della giunzione muscolo-tendinea, pur essendo possibili anche localizzazioni a livello del
ventre muscolare. In ogni caso, la conseguenza anatomo-patologica dei traumi muscolari, tranne che per la
contrattura e lo stiramento, è rappresentata sempre da un danno anatomico della fibra muscolare, con frequente
coinvolgimento della parte connettivale ed eventualmente tendinea e delle strutture vascolari. La diversità delle
espressioni anatomo-patologiche e cliniche è data, quindi, dall’entità del danno strutturale prodotto dal trauma.

Tabella 1. Classificazione delle lesioni muscolari.
Lesioni da trauma diretto (contusione)
– grado lieve
– grado moderato
– grado severo
Lesioni da trauma indiretto
– contrattura
– stiramento
– strappo
– strappo di primo grado
– strappo di secondo grado
– strappo di terzo grado (rottura parziale o totale)

1. CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI DA TRAUMA DIRETTO
Le lesioni muscolari da trauma diretto sono di natura contusiva. Spesso queste lesioni sono considerate come
condizioni patologiche di secondaria importanza, destinate a guarire in tempi brevi, senza lasciare reliquati.
Tuttavia dal punto di vista anatomo-patologico, la rottura muscolare prodotta da tali traumi non differisce
sostanzialmente da una lesione muscolare dovuta ad altro meccanismo. Poiché, dal punto di vista ftinzionale, lo
stato di contrazione muscolare conseguente al trauma provoca una limitazione dell’escursione articolare, dovuta
ad una ridotta estensibilità muscolare, in accordo con Reid (1992), classifichiamo le lesioni muscolari da trauma
diretto, in tre gradi, secondo la gravità, indirettamente indicata dall’arco di movimento effettuabile:
1. lesione muscolare di grado lieve: è consentita oltre la metà dello spettro di movimento;
2. lesione muscolare di grado moderato: è concessa meno della metà, ma più di 1/3 dello spettro di movimento;
3. lesione muscolare di grado severo: è permesso uno spettro di movimento inferiore ad 1/3.

2. CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI DA TRAUMA INDIRETTO
Vi è una certa confusione nella classificazione delle lesioni muscolari da trauma indiretto, soprattutto a causa dei
diversi termini utilizzati dai vari autori anche come sinonimi. Si parla, infatti, di: contrattura, elongazione,
stiramento, distrazione, strappo, rottura, lacerazione. Tali termini si riferiscono, in ogni caso a gradi diversi di
gravità, identificabili dalle diverse manifestazioni anatomo-patologiche e cliniche della lesione. Qui di seguito
illustreremo per sommi capi due delle classificazioni più significative, che ci serviranno come spunto per proporre
una classificazione che presenti una sua immediata facilità di comprensione ed applicabilità pratica. La suddivisione
in tre livelli di gravità delle lesioni muscolari è proposta dall’American Medical Association (Craig, 1973), secondo
la quale una lesione di primo grado è dovuta allo stiramento dell’unità muscolo-tendinea che provoca la rottura
di solo alcune fibre muscolari o tendinee; la lesione di secondo grado è più severa della precedente, ma non vi è
interruzione completa dell’unità muscolo-tendinea; infine la lesione di terzo grado si configura come una rottura
completa dell’unità muscolo-tendinea. Reid (1992) suddivide le lesioni muscolari in tre tipi come illustrato nella

Tabella 2.
Tabella 2. Classificazione delle lesioni muscolari, secondo Reid, 1992.
1. lesione muscolare da esercizio fisico (dolore muscolare ritardato)
2. strappo, di cui riconosce tre gradi (1,11,111):
I^ grado (lieve):
– danno strutturale minimo;
– piccola emorragia;
– guarigione in tempi brevi.
II^ grado (moderato):
– entità del danno variabile;
– rottura parziale;
– significativa perdita funzionale precoce.
III^ grado (severo):
– rottura completa;
– occorre aspirare l’ematoma;
– può essere necessario l’intervento chirurgico 3. contusione (lieve – moderata – severa)
Muller-Wolfart (1992), distingue diversi gradi di lesione, a seconda dell’unità strutturale interessata: 1) stiramento
muscolare, 2) strappo delle fibra muscolare, 3) strappo del fascio muscolare, 4) strappo muscolare. Secondo questo
Autore, la differenza fra stiramento e strappo sarebbe di tipo qualitativo e non quantitativo; in pratica, nello
stiramento non c’è mai rottura, anche se piccola, di fibre muscolari. Come si può notare, nelle proposte di
classificazione che abbiamo citato a puro titolo esemplificativo, gli elementi differenziali sono costituiti da
alterazioni anatomo-patologiche ben definite. Le terminologie utilizzate hanno per lo più significati analoghi, e
in tutte le classificazioni, vengono definiti gradi crescenti di gravità delle lesioni. Desideriamo a questo punto
proporre una classificazione che ha la pretesa di essere chiara, pratica e semplice, e che al tempo stesso, tenga
conto dei vari contributi presenti in letteratura, oltre che dell’esperienza personale. La classificazione da noi
proposta distingue i traumi muscolari che originano da un meccanismo indiretto, in cinque livelli di gravità che
vengono definiti: 1) contrattura, 2) stiramento e 3) strappo di primo, secondo e terzo grado. I criteri adottati per
distinguere i cinque livelli di gravità sono contemporaneamente di ordine anamnestico, sintomatologico ed anatomo-patologico.

1. Contrattura. Si manifesta con dolore muscolare che insorge quasi sempre a distanza dall’attività sportiva, con
una latenza variabile (dopo qualche ora o il giorno dopo), mal localizzato, dovuto ad un’alterazione diffusa del
tono muscolare (criteri anainnestico e sintomatologico), imputabile ad uno stato di affaticamento del muscolo,
in assenza di lesioni anatomiche evidenziabili macroscopicamente o al microscopio ottico (criterio anatomo
patologico).

2. Stiramento. È sempre conseguenza di un episodio doloroso acuto, insorto durante l’attività sportiva, il più delle
volte ben localizzato, per cui il soggetto e costretto ad interrompere l’attività, pur non comportando necessariamente
un’impotenza funzionale immediata, e del quale conserva un preciso ricordo anamnestico (criteri anamnestico e
sintomatologico). Poiché dal punto di vista anatomo-patologico non sono presenti lacerazioni macroscopiche delle
fibre, il disturbo può essere attribuito ad un’alterazione funzionale delle miofibrille, ad un’alterazione della
conduzione neuro-muscolare oppure a lesioni sub microscopiche a livello del sarcomero. La conseguenza sul
piano clinico èrappresentata dall’ipertono del muscolo, accompagnato da dolore.

3. Strappo. Si manifesta con dolore acuto, violento che compare durante l’attività sportiva (criteri anamnestico
e sintomatologico comuni a tutti gli strappi), attribuibile alla lacerazione di un numero variabile di fibre muscolari.
Lo strappo muscolare è sempre accompagnato da uno stravaso ematico (criterio anatomo-patologico comune),
più o meno evidente a seconda dell’entità e della localizzazione della lesione e dall’integrità o meno delle fasce
La distinzione in gradi viene riferita alla quantità di tessuto muscolare lacerato (criterio anatomo-patologico) e
comprende:
strappo di I grado: lacerazione di poche miofibrille all’interno di un fascio muscolare, ma non dell’intero fascio;
strappo di Il grado: lacerazione di uno o più fasci muscolari, che coinvolge meno dei 3/4 della superficie di sezione
anatomica del muscolo in quel punto;
strappo di III grado: rottura muscolare, che coinvolge più dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo
in quel punto e che può essere distinta in parziale (lacerazione imponente, ma incompleta della sezione del muscolo)
o totale (lacerazione dell’intero ventre muscolare).

È importante sottolineare che, sul piano clinico, il confine tra stiramento e strappo muscolare di I grado è molto
sfumato, specialmente in fase precoce, quando un eventuale stravaso ematico può non risultare ancora evidente.
In tal caso, come si vedrà in seguito, la diagnosi deve fondarsi, oltre che sulle caratteristiche cliniche della lesione
anche sulle risultanze dell’indagine ecografica, eseguita dopo 48-72 ore dal momento del trauma. È altresì importante
sottolineare che la distinzione in tre gradi di gravità degli strappi muscolari non può essere che arbitraria, data la
difficoltà pratica di quantizzare l’entità della lesione. Per semplicità abbiamo scelto di utilizzare solo tre gradi di
gravità, ed il criterio da noi adottato in questa circostanza, può essere definito come anatomo-patologico-funzionale.
Infatti, l’entità dello strappo di primo grado può essere facilmente apprezzata mediante l’ecografia, così come la
rottura muscolare completa risulta facilmente identificabile. I problemi sorgono quando è necessario stabilire la
gravità di una lesione “intermedia” che coinvolge più di un solo fascio muscolare, ma meno dell’intero muscolo.
In questo caso proponiamo di adottare un criterio definito anatomo-patologico-funzionale, che identifica lo strappo
di secondo grado, come una lesione che coinvolge più di un solo fascio muscolare ma meno dei 3/4 dell’intera
superficie di sezione anatomica del muscolo. Ciò significa che, nonostante la lesione, una buona parte del muscolo
è ancora integra, il deficit funzionale è presente, ma non assoluto, ed il processo di guarigione può avvenire
nell’ambito di un tessuto la cui funzionalità non è completamente compromessa. D’altra parte, quando il danno
anatomico coinvolge approssimativamente più dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo, la lesione
èsicuramente imponente, il deficit funzionale è praticamente assoluto ed il processo di guarigione si deve instaurare
nell’ambito di un tessuto la cui funzionalità è da considerarsi completamente compromessa. È interessante notare
a questo proposito che è stato dimostrato che quando la lesione muscolare si estende per più del 50% della
superficie di sezione anatomica, la riparazione avviene in non meno di 5 settimane (Pomeranz, 1993). È chiaro
che l’entità della lesione, cioè la distinzione tra strappo di primo, secondo o terzo grado, può essere stabilita con
buona approssimazione, solo grazie all’indagine ecografica.

L’articolazione della spalla

è struttura anatomica il cui scheletro, composto da omero

scapola e clavicola, si raccorda in due articolazioni fondamentali: la gleno-omerale e

l’acromion-claveare.


L’articolazione gleno-omerale possiede la particolarità di lavorare sospesa nel vuoto ed è

costituita dall’estremità sferoidale della testa omerale che ruota su una superficie della

scapola, detta glena consentendo al braccio di compiere una rotazione vicina ai 360° nello

spazio.


L’articolazione acromion-claveare è formata dall’estremità della clavicola e da una parte

della scapola chiamata acromion; le due ossa si affrontano mantenendo il reciproco

rapporto mediante una spessa capsula e robusti legamenti tesi fra di loro


Queste articolazioni, racchiuse da capsule fibrose, sono stabilizzate da un apparato

legamentoso e muscolare assai complesso che garantisce alla spalla un ampio raggio di movimento nello spazio ed una potente e sicura leva articolare.


Il complesso muscolare, che consente la rotazione del braccio e la sua elevazione, è indicata come cuffia dei rotatori, cui è sinergico il muscolo deltoide

Le lesioni possono essere di due tipi:

da sovraccarico funzionale


(sollecitazione articolare abnorme e/o eccessivamente ripetuta) reumatiche (cadute o colpi diretti);

lesione della cuffia dei rotatori.

L’origine dei disturbi alla cuffia, oltre ad una causa traumatica violenta, può nascere da un’irritazione

dei tendini dovuta all’iperfunzionalità cui segue una fase di infiammazione, edema ed iperemia

tissutale (aumento della vascolarizzazione nei tessuti articolari). Perdurando lo stimolo irritativo, quindi

aumentando l’edema, si restringe lo spazio articolare causando un conflitto tra il tendine e la parete

ossea sovrastante durante il movimento; ciò perpetua la sofferenza del tendine facendolo degenerare

sino alla rottura, parziale o completa.

In tale caso si indicherà il danno come “lesione della cuffia dei rotatori” cui conseguiranno lesioni della

cartilagine articolare dell’omero e talora dell’osso sottostante. Spesso l’alterazione articolare

conseguente alla lesione della cuffia produce l’irritazione del capo lungo del bicipite brachiale e della

guaina che l’avvolge nel tratto in cui scorrono sulla testa omerale; l’infiammazione che ne origina

viene definita tenosinovite.

Sintomi


Il dolore alla regione antero laterale di spalla che aumenta con l’attività sportiva e regredisce con il

riposo è l’unico sintomo; con il passare del tempo, il dolore diviene continuo disturbando anche il

riposo notturno.

Diagnosi


La diagnosi è basata su un’accurata visita confortata da successivi esami quali ecografie/RMN.

Trattamento
Il trattamento è guidato dall’estensione e profondità della lesione. Infatti, dal semplice riposo

articolare associato a terapia fisica e farmacologia si può arrivare all’indicazione chirurgica per i casi

in cui vi siano lesioni della cuffia che non abbiano risposto alla fisiokinesiterapia ed alla terapia

farmacologia o che siano di tale entità da essere riparabili solo chirurgicamente.

Lesioni dell’articolazione acromion-claveare


Un urto diretto alla faccia laterale della spalla, o per caduta o per investimento da parte di un

avversario sportivo, è solitamente il meccanismo che produce un danno la cui estensione e profondità

possono giungere, attraverso lo stadio di stiramento e parziale lacerazione, sino alla completa rottura

della capsula e di tutto il complesso legamentoso dando così origine ad una lussazione acromion-

claveare

Sintomi


Il dolore all’apice della spalla, di tale intensità da impedire ogni movimento, è il sintomo principale

delle lesioni di quest’articolazione; in caso di franca lussazione dell’acromion-claveare si noterà una

deformità alla spalla legata allo spostamento della clavicola verso l’alto, rispetto all’acromion.

Diagnosi


La diagnosi, oltre che sull’evidenza clinica, si pone con esame radiografico standard e sotto stress

dinamico che dimostrerà l’allontanamento dei capi articolari per la lacerazione legamentosa.

Trattamento


La lussazione acromion-claveare viene curata chirurgicamente, riservando l’uso di tutori e successiva

fisiocinesiterapia per le lesioni di grado minore.

Lesioni dell’articolazione gleno-omerale

Quest’articolazione, che possiede la particolarità di lavorare sospesa nel vuoto, è costituita

dall’estremità sferoidale della testa omerale che ruota su una superficie della scapola, detta glena

consentendo al braccio di compiere una rotazione vicina ai 360° nello spazio.

Oltre alla capsula articolare, ad una struttura di contenimento appoggiata al bordo glenoideo

scapolare, detta cercine, ed ai legamenti la stabilità articolare è affidata ad un complesso di muscoli

che sovrapponendosi in vari strati mantengono “centrata” la testa omerale sulla glena scapolare

durante il movimento.

Come per l’acromion claveare una sollecitazione del braccio, durante uno sforzo od un contrasto,

provoca una lesione delle struttura capsulare, legamentosa e muscolare che può condurre alla

lussazione dell’omero, ovvero alla perdita del fisiologico contatto tra omero e scapola.

A differenza dell’acromion claveare, la cui lussazione avviene in un solo piano dello spazio, la

lussazione omerale, grazie all’ampiezza dell’arco di movimento, può prodursi in diversi piani

(anteriore, posteriore, ascellare…). In realtà nello sportivo il 95% delle lussazioni gleno omerali è

anteriore e si produce per un trauma prodotto mentre il braccio è alzato ed extrarotato

Lussazione scapolo-omerale anteriore


L’aspetto clinico è caratteristico per la deformità che si evidenzia alla spalla lussata, oltre che per

l’atteggiamento obbligato Diagnosi

La diagnosi si pone con esame radiografico.

Trattamento


Le manovre per la riduzione della lussazione, ovvero per riportare l’articolazione alla normalità,

devono essere eseguite da personale medico esperto. Infatti, sia la lesione in sé, come le manovre di

riduzione, se non ben condotte, per la particolare anatomia della regione, possono causare lesioni

assai serie ai nervi e ai vasi con lesioni permanenti alla spalla.

Dopo la riduzione della lussazione è necessario un periodo di immobilizzazione di quattro settimane

per consentire la cicatrizzazione della lesione, seguita da fisiocinesiterapia per il recupero articolare

Recidive


Talora, in seguito ad un episodio di lussazione, si verificano con frequenza e per movimenti banali

ripetuti casi di lussazione gleno-omerale dovuti alla lassità dei tessuti coinvolti nel primo episodio di

lussazione; in tale caso si definirà la lussazione di spalla come “abituale o recidivante” e l’unica terapia

che potrà essere efficace è quella chirurgica.

La spalla, come dicevo, è un insieme d’articolazioni che conferiscono al braccio la più ampia mobilità

articolare dell’apparato locomotore.

Se pensiamo alle spalle, dobbiamo avere presente gli elementi ossei che le compongono:

OMERO


SCAPOLA


CLAVICOLA


STERNO

Anche se impropriamente, aggiungerei RACHIDE.

Il DELTOIDE si divide in tre fasci:

DELTOIDE ANTERIORE

DELTOIDE LATERALE

DELTOIDE POSTERIORE

Il fascio anteriore rappresenta lo spicchio frontale. S’inserisce superiormente al primo terzo

prossimale della clavicola e inferiormente all’omero (osso del braccio).

ALLENAMENTO:


Abduce (allontana) l’omero dal tronco frontalmente fino a 110°

Sconsiglio alle ragazze di allenare in modo esclusivo questo distretto muscolare per due motivi:

Non è esteticamente bello per una ragazza presentare un rigonfiamento anteriore in posizione superiore e laterale rispetto il seno.

E’ un distretto muscolare che è stimolato sempre con l’allenamento dei muscoli pettorali; è sufficiente la stimolazione accessoria.

Il fascio laterale rappresenta la porzione centrale del deltoide e laterale della figura umana, le spalline

per intenderci. E’ la parte che indica le spalle. L’inserzione superiore è rappresentata dall’acromion e

quell’inferiore dalla zona laterale superiore dell’omero.

ALLENAMENTO:
Per l’allenamento dei deltoidi laterali è facile commettere errori per svariati motivi.

La sua azione è quella d’abdurre l’omero da 0 a 90°, sollevare il braccio lateralmente da 0 a 90°.

L’angolo retto non è casuale. Esiste un blocco articolare ai 90° d’abduzione rappresentato dalla

sporgenza del trochite sul bordo superiore della glenoide. Se non intervenissero altre catene

muscolari una maggiore abduzione lusserebbe la spalla.

E’ importantissimo comprendere questo passaggio per non commettere l’errore di elevare il cingolo

scapolare allo scopo di aiutare il movimento di alzate laterali. Spesso questo avviene. L’effetto di

questo diffusissimo errore è un tono accentuato dei trapezi, muscoli antiestetici per eccellenza in un

corpo femminile e risultati deludenti per i deltoidi laterali.

NELL’ESERCIZIO DI ALZATE LATERALI, NON ABDUCETE (allontanate) IL BRACCIO DAL TRONCO OLTRE

I 90°.
Spesso un carico eccessivo ed uno scarso controllo durante l’esecuzione di quest’esercizio implicano

una sinergia dei trapezi superiori ancora prima che l’abduzione raggiunga i 90°, per questo motivo:

OSSERVATE IL VOSTRO MOVIMENTO ALLO SPECCHIO E FATE ATTENZIONE A NON ELEVARE IN MODO

SIGNIFICATIVO IL CINGOLO SCAPOLARE (ALZARE LE SPALLE) DURANTE IL MOVIMENTO DI

ABDUZIONE. ALL’OCCORRENZA DIMINUITE IL CARICO DEI MANUBRI FINO AI MINIMI TERMINI.

Una seconda insidia è rappresentata dall’estrarotazione dell’omero.

Abbiamo affermato che l’inserzione inferiore è rappresentata dalla zona laterale superiore dell’omero.

(osso del braccio).

Se rotiamo quest’osso, nella fattispecie estrarotiamo, (immaginate di usare un cacciavite a braccio

esteso), spostiamo il punto d’inserzione inferiore all’indietro, modificando tutti i vettori di resistenza

alla stimolazione prodotta.

E’ il caso di tutti i movimenti di spinta in verticale: lento dietro, lento avanti, lento al multy power ecc.

Tutti questi esercizi sono realizzati in abduzione superiore a 90° e su un piano non adatto alla più

corretta linea assiale di spostamento. Mi spiego meglio, immaginate il deltoide laterale come un

elastico fissato su un punto fisso (acromion) e su un segmento (omero). Per avvicinare i due punti è

necessario che il segmento (omero) non ruoti sul suo asse.

E’ PER QUESTI MOTIVI CHE GLI ESERCIZI A SPINTA VERTICALE (lento avanti, lento dietro, lento con

manubri ecc.) NON SONO UTILI A STIMOLARE ADEGUATAMENTE IL DELTOIDE LATERALE.

CARICANO LA COLONNA E STIMOLANO IL TRAPEZIO SUPERIORE, DISTRETTO MUSCOLARE “ODIATO” DAL PUBBLICO FEMMINILE.

Ultima analisi di questo apparentemente facile esercizio, riguarda l’esecuzione del movimento in

relazione alla sinergia del trapezio centrale, per la chiusura dell’articolazione SCAPOLO-TORACICA.

IMPUGNATE DUE MANUBRI, ELEVATELI LATERALMENTE DI POCHI GRADI (30/40) E

CONTEMPORANEAMENTE PORTATE LE SPALLE ALL’INDIETRO (posizione sull’attenti dei militari). E’

QUANTO NON DOVETE FARE.

PER ISOLARE IL DELTOIDE LATERALE E’ NECESSARIO LIMITARE TUTTE LE POSSIBILI SINERGIE.

OSSERVATEVI ALLO SPECCHIO, ESEGUITE L’ESERCIZIO E CONCENTRATEVI SULLO SPICCHIO DEL DELTOIDE LATERALE.
ALZATE LE BRACCIA LATERALMENTE FINO A 90° IN MODO “PERFETTO”.

NON AIUTATEVI CON LA STERNO-CLAVICOLARE ALZANDO LE SPALLE.

NON AIUTATEVI CON LA SCAPOLO-TORACICA PORTANDO LE SPALLE INDIETRO.

LATERALMENTE IL BRACCIO CHE SI MUOVE (omero) DOVRA’ ESSERE IN ASSE CON LE FIBRE DEL DELTOIDE LATERALE.

VI CONSIGLIO LA PRIMA VOLTA L’ASSISTENZA DI UN PERSONAL TRAINER IN GRADO DI

CORREGGERVI SULLA BASE DELLE VOSTRE UNICHE CARATTERISTICHE ARTICOLARI E STRUTTURALI.

IL MOVIMENTO NON E’ UGUALE PER TUTTI!

La nostra è un’attività sportiva unica nel suo genere. Noi utilizziamo strumentazioni esterne per

ottenere modificazioni interne.

Ci comportiamo come uno scultore che aggiunge materia dove i suoi occhi vedono la realtà invisibile

che si compie per effetto della sua creatività.

In tutte le attività sportive tradizionali succede il contrario. Il soggetto è la prestazione fine a se stessa,

mentre il corpo umano è uno strumento per produrla.

Attraverso questa filosofia, usiamo strumenti in palestra consapevolmente, con un progetto preciso.

Non spostiamo semplicemente dei pesi.

Il fascio posteriore:

Avete notato che gli atleti con una scarsa mobilità articolare della Scapolo-Toracica (difficoltà a

portare le spalle indietro), presentano deltoidi posteriori piuttosto tonici?

Il deltoide posteriore s’inserisce superiormente a livello del bordo superiore della spina della scapola.

Per il suo accorciamento è indispensabile che la scapola non si muova.

Gli esercizi utili alla sua stimolazione sono tutti quelli in cui l’omero (braccio) si avvicina alla scapola in

asse con le fibre del deltoide posteriore.

Alzate a 90°, alzate con il trono inclinato in avanti con appoggio su panca inclinata, Pulley con barra

dritta ecc.

INDIPENDENTEMENTE DAGLI ESERCIZI SELEZIONATI, CHE TERRANNO CONTO DELLE TIPOLOGIE

STRUTTURALI ED ARTICOLARI, L’ACCORGIMENTO FISIOLOGICO FONDAMENTALE E’ DI NON ROTARE

LE SCAPOLE VERSO LA COLONNA PER EFFETTO DELLA CONTRAZIONE DEL TRAPEZIO CENTRALE.

I CARICHI DOVRANNO ESSERE MODERATI, IL DELTOIDE POSTERIORE E’ UN MUSCOLO PICCOLO CHE

AGISCE SU UN BRACCIO DI LEVA SVANTAGGIOSO.

IL MONCONE DELLA SPALLA NON DEVE PASSARE DALL’ANTEPOSIZIONE (spalle avanti) ALLA RETRO

POSIZIONE (spalle indietro), DURANTE L’ESECUZIONE DEGLI ESERCIZI. ESECUZIONE CHE PREVEDE

L’AVVICINAMENTO DELL’OMERO ALLA SCAPOLA IN ASSE CON LE FIBRE DEL DELTOIDE POSTERIORE.

ALCUNI ESERCIZI PER UNA BUONA FUNZIONALITA’ DELLA SPALLA:

Esercizio 1: Alzate frontali alternate con manubri
Muscoli interessati: deltoide.
Articolazioni interessate: articolazione della spalla.
Esecuzione: impugnare due manubri di peso opportuno, assumere una posizione eretta, con le gambe leggermente divaricate, i piedi paralleli e i manubri tenuti lungo i fianchi.
Sollevare un braccio frontalmente fino a raggiungere una posizione orizzontale, ritornare alla posizione di partenza e sollevare l’altro. 
Continuare in alternato.

Esercizio 2: Alzate laterali in piedi con manubri
Muscoli interessati: deltoide.
Articolazioni interessate: articolazione della spalla.
Esecuzione: impugnare due manubri di peso opportuno, assumere una posizione eretta, con le gambe leggermente divaricate, i piedi paralleli e i manubri tenuti lungo i fianchi. 
Sollevare contemporaneamente le braccia lateralmente fino a raggiungere una posizione orizzontale, ritornare alla posizione di partenza e ripetere.

Esercizio 3: Alzate posteriori, busto a 90°, con manubri

Muscoli interessati: deltoide.
Articolazioni interessate: articolazione della spalla.
Esecuzione: impugnare due manubri di peso opportuno, assumere una posizione con busto a 90° e gambe divaricate, piedi paralleli e manubri tenuti davanti al busto. 
Sollevare le braccia lateralmente fino a raggiungere una posizione orizzontale, ritornare poi alla posizione di partenza e ripetere

Colonna Vertebrale(rachide) e Benefici del Nuoto

FONTE: Albanesi.it La colonna vertebrale (anche rachide o spina dorsale) è il principale sostegno del corpo umano e di quello di molti animali (i Vertebrati). Oltre alla funzione di sostegno la colonna vertebrale assolve altre importanti funzioni; una protettiva (la colonna vertebrale protegge il midollo spinale e ammortizza gli effetti di urti e vibrazioni) e una motoria (sono legate all’articolarità della colonna vertebrale le possibilità di orientare la testa nello spazio, di piegare il corpo in avanti e di estenderlo in senso opposto, di fletterlo e di ruotarlo). I costituenti fondamentali della colonna vertebrale sono le vertebre, queste non sono tutte uguali fra di loro, ma presentano diverse caratteristiche comuni che ci consentono di farne una generica descrizione. Le vertebre sono costituite da un corpo vertebrale che, insieme al cosiddetto arco vertebrale, delimita il foro vertebrale. I fori vertebrali costituiscono, grazie alla sovrapposizione delle vertebre, il canale vertebrale, canale che contiene il midollo spinale, la parte più importante del sistema nervoso centrale. Il corpo vertebrale è la parte più grande e resistente della vertebra; di forma pressoché cilindrica, esso presenta tre facce, una superiore, una inferiore e una di contorno (detta anche circonferenza), l’arco vertebrale costituisce la parte posteriore della vertebra; esso è costituito da varie porzioni: due peduncoli, due masse apofisarie, due lamine e un processo spinoso. La colonna vertebrale è composta da 33 vertebre (in alcuni casi 34); anatomicamente la colonna vertebrale è suddivisa in cinque regioni:
  • regione cervicale
  • regione dorsale
  • regione lombare
  • regione sacrale
  • regione coccigea.
La regione cervicale è la parte più mobile e delicata della colonna vertebrale; essa consta di 7 vertebre (vertebre cervicali, da C1 a C7) che sono distinguibili in una regione superiore e in una regione inferiore. Si parla quindi di rachide cervicale superiore, costituito da atlante (C1) ed epistrofeo (C2), e di rachide cervicale inferiore che è costituito da le 5 vertebre cervicali rimanenti (da C3 a C7). Atlante ed epistrofeo sono vertebre molto diverse dalle altre al fine di permettere i movimenti della testa. La regione dorsale consta di 12 vertebre (vertebre dorsali o toraciche, da T1 a T12); il loro volume aumenta man mano che si procede dall’alto verso il basso. Le vertebre toraciche sono articolate con le coste e l’elemento distintivo che permette di riconoscerle è proprio la presenza di faccette articolari per le coste. La regione lombare consta di 5 vertebre (da L1 a L5); sono contraddistinte da un notevole volume del corpo (che ha aspetto cuneiforme) e dalla forma alquanto caratteristica dei processi spinosi. Costituiscono l’asse che sostiene l’addome. La regione sacrale consta di 5 vertebre (da S1 a S5); la loro fusione costituisce il cosiddetto osso sacro. Insieme al coccige e alle due ossa dell’anca, il sacro forma il bacino. La regione coccigea consta invece di 4-5 vertebre (da Co1 a Co4,5); la fusione di questi segmenti ossei costituisce il coccige. Interposti tra una vertebra e l’altra troviamo i cosiddetti dischi intervertebrali, giunzioni fibrocartilaginee che fungono da ammortizzatori; il loro scopo principale è appunto quello di ammortizzare le pressioni che si sviluppano durante i movimenti; oltre alla funzione ammortizzante i dischi intervertebrali conferiscono alle vertebre una certa motilità che consente alla colonna vertebrale, ovviamente entro determinati limiti, di curvarsi in ogni senso e di compiere movimenti rotatori. Tra atlante ed epistrofeo (le già citate prime due vertebre della colonna vertebrale) non è presente il disco intervertebrale. In un soggetto giovane i dischi intervertebrali costituiscono circa un 25% della lunghezza dell’intera colonna vertebrale, ma con il passare del tempo tale percentuale tende a diminuire in modo alquanto sensibile. I dischi intervertebrali sono costituiti centralmente dal cosiddetto nucleo polposo, di forma sferica e composto prevalentemente di acqua (quasi il 90% nelle persone più giovani, circa il 70% nei soggetti più anziani). I processi degenerativi dei dischi intervertebrali vengono detti discopatie. Nell’immagine sottostante (fonte: medicinapertutti.altervista.org) la colonna vertebrale osservata da diversi punti di vista. Le curvature della colonna vertebrale Frontalmente la colonna vertebrale è nel suo insieme rettilinea e divide il corpo in due parti simmetriche. Se invece osserviamo la colonna vertebrale sul piano sagittale mediano, vediamo che sono presenti due tipologie di curvature: le lordosi e le cifosi; partendo dall’alto si trovano una lordosi cervicale, una cifosi toracica, una lordosi lombare e una cifosi sacro-coccigea. Le curvature della colonna vertebrale sono, entro determinati range, fisiologiche e conferiscono alla colonna vertebrale la capacità di ammortizzare pressioni e sollecitazioni. Alterazioni in aumento o in diminuzione delle curvature della colonna vertebrale costituiscono quadri patologici (ipo- e ipercifosi, ipo- e iperlordosi). Un quadro patologico piuttosto frequente della colonna vertebrale è la scoliosi una patologia irreversibile caratterizzata da una deviazione sul piano frontale. Quando tale patologia è associata a una deviazione sul piano sagittale si parla di cifoscoliosi. Patologie della colonna vertebrale Le alterazioni delle curvature della colonna vertebrale non sono le sole patologie che possono interessare questa parte fondamentale dello scheletro umano. I processi patologici a carico della colonna vertebrale sono infatti vari e numerosi; tali processi possono interessare la colonna vertebrale nel suo complesso oppure un suo tratto o addirittura un singolo costituente. Gravi  patologie che possono interessare la colonna sono per esempio la spina bifida la spondiloschisi, l’emispondilia ecc. Sono lesioni importanti della colonna anche le spondiliti processi di tipo infiammatorio che compaiono generalmente nelle persone immunodepresse, negli anziani e nei soggetti affetti da diabete. Una delle patologie più frequenti a carico della colonna vertebrale è l’ernia del disco un processo patologico che sette volte su dieci interessa  il tratto vertebrale C7-C6. Le vertebre cervicali poi possono essere colpite da patologie degenerative di tipo artrosico (vedasi per approfondimenti il nostro articolo artrosi cervicale. La colonna può essere altresì colpita da tumori benigni quali gli emangiomi e i condromi oppure da neoplasie maligne come, per esempio, i plasmocitomi e condrosarcomi; molto spesso però le neoplasie più frequenti che interessano la colonna vertebrale sono rappresentate da metastasi di tumori a carico di prostata, rene, seno e tiroide. Deformazioni della colonna vertebrale possono essere provocate da osteoporosi rachitismo e osteomalacia. Fratture della colonna vertebrale Le lesioni che la colonna vertebrale può subire in seguito a eventi di tipo traumatico sono estremamente varie dipendentemente dai diversi tratti che possono essere interessati. Le regioni più esposte a lesioni di tipo traumatico sono la regione cervicale e quella lombare. Nel caso di trauma vertebrale può esservi il coinvolgimento del midollo spinale, a seconda della gravità del danno a carico di quest’ultimo la sintomatologia potrà interessare tutti e quattro gli arti (lesione delle vertebre cervicali con danno midollare) oppure gli arti inferiori (lesione delle vertebre dorsali o lombari con danno midollare). Le lesioni della colonna vertebrale che vedono il coinvolgimento del midollo spinale vengono definite mieliche; se non vi è tale coinvolgimento si parla di lesioni amieliche. Nel caso di una lesione di tipo traumatico a carico della colonna vertebrale è decisamente importante operare una distinzione sulla sua stabilità o sulla sua instabilità. Una lesione della colonna vertebrale viene detta stabile quando è possibile ridurla grazie a manovre esterne e se si è in grado di mantenerla ridotta con mezzi esterni fino al momento della sua guarigione. Si parla invece di lesione instabile quando essa non può essere ridotta con manovre esterne oppure se non può essere mantenuta ridotta con l’aiuto di mezzi quali gessi o corsetti fino al momento della sua guarigione. La distinzione non è di poco conto perché essa condiziona la tipologia di trattamento; trattare inadeguatamente un trauma vertebrale può essere inefficace o, ancor peggio, molto rischioso. Nelle fratture instabili il trattamento da intraprendere è quello chirurgico.
Allegati:
File Descrizione
introduzione
la struttura della schiena
la colonna vertebrale
le curve della colonna vertebrale
la struttura delle vertebre
i dischi intervertebrali
i muscoli e la colonna
la gamma di movimenti
midollo spinale
i nervi spinali
le deformazioni della colonna
cifosi-lordosi
le cause croniche
le cause muscolari
lo squilibrio muscolare
le cause strutturali
le cause articolari
soggetti sovrappeso
sovrappeso effetti sulla colonna
effetti della gravidanza sulla colonna
lo spostamento del baricentro
l’ osteoartrite
il processo degenerativo
l’ osteoporosi
le cause e la funzione del dolore
la soglia del dolore
la sciatalgia
com’e’ la postura corretta?
come riconoscere la postura corretta
Quali esercizi per il mal di schiena.doc quali esercizi per il mal di schiena
Esercizi di allungamento per la schiena.doc esercizi di allungamento per la schiena
esercizi Ginnastica lombare.doc esercizi ginnastica lombare
esercizi per il dolore cervicale.doc esercizi per il dolore cervicale
Esercizi di tonificazione.doc esercizi per muscoli stabilizzatori della schiena
SPECIALE COLONNA VERTEBRALE
– ESERCIZI DECOMPRESSIONE DISCALE
-POSTURE E SOLLECITAZIONI SULLA COLONNA VERTEBRALE
-PREVENZIONE
-ESERCIZI DI EDUCAZIONE RESPIRATORIA
(SELEZIONA ZOOM AL 50% PER GLI ALLEGATI)
Allegati:
File Descrizione
esercizi e carichi vertebrali
esercizi e carichi vertebrali 2
esercizi e carichi vertebrali 3
esercizi e carichi vertebrali 4
esercizi e carichi vertebrali
esercizi decompressione discale
posture cause di dolori muscolari
posture e sollecitazioni sulla colonna
posture e sollecitazioni sulla colonna 2
posture e sollecitazioni sulla colonna 3
dolore lombare e rimedi
prevenzione
metodologia esercizi e rimedi
metodologia esercizi e rimedi 2
metodologia esercizi e rimedi 3
educazione respiratoria
la meccanica respiratoria
meccanismo di espansione torace
esercizi educazione respiratoria
esercizi educazione respiratoria 2
profondita’ del respiro
profondita’ del respiro 2

Triathlon \ Paratriathlon

FONTE: Galileo Triathlon

Consigli generali su cosa fare prima della GARA

– Controllare l’iscrizione ed i diversi aspetti burocratici.

– Ritirare il materiale necessario alla partecipazione (pettorali…)

– Predisporre bicicletta e vestiario con i diversi numeri di gara.

– Visionare il percorso a Nuoto e l’Area cambio.

– Controllare il materiale necessario per la frazione a nuoto.

– Controllare e preparare la bicicletta e tutta l’attrezzatura .

– Verificare il materiale necessario per la frazione a piedi.

– Controllare che in area cambio e sulla bicicletta vi siano gli integratori necessari durante la competizione

– Eseguire un corretto riscaldamento.

  – Visionare il percorso della prova di nuoto, informandoci in merito ad eventuali correnti

– Studiare le modalità di ingresso ed uscita dall’area cambio al termine ed

all’inizio di ciascuna frazione.

– Ricontrollare che bici, casco, scarpe, numeri ed integratori siano a posto

Cosa portare in una gara di triathlon

Un aspetto importante nella preparazione delle gare di triathlon è, la preparazione dei materiali da usare in gara e gli indumenti da portare per il pre e dopo gara in relazione alla stagione e a dove viene effettuata la gara.

I materiali possono essere divisi in due categorie essenzialmente quelli attinenti alla gara vera e propria che dovranno essere portati in zona cambio e si consiglia di non porli alla rinfusa in grosse borse ma in modo ordinato in piccoli ma comodi zainetti, dato che in zona cambio vi sono mediamente 400 persone e lo spazio non è molto.

Quelli del pre e dopo gara che possono essere contenuti in una borsa che si ripone nella macchina.

Materiali e indumenti pre e dopo gara: sono gli indumenti che si indossano prima di arrivare sul luogo della gara e dopo la competizione, devono essere scelti in base alle condizioni climatiche e ai periodo in cui si gareggia per evitare di avere troppo freddo o troppo caldo.

Utile inserire in questi materiali:

Un piccolo impermeabile per ogni inconveniente meteo.

Il necessario per lavarsi a volte capita che ci siano delle docce.

Una maglia da ciclista e un paio di pantaloncini da ciclista per la fase di riscaldamento e per andare in zona cambio.

Un paio di occhialini da nuoto da usare come scorta.

Preparare una serie di sacchetti per riporre gli indumenti bagnati.

Portare qualcosa da mangiare e bere prima e dopo la gara.

Materiali e indumenti per la gara: in questa categoria si deve mettere tutto quello che serve in zona cambio:

Un paio di occhialini per la frazione di nuoto.

Il casco e le scarpe da ciclista.

Le scarpe e il cappellino per la frazione podistica.

Un paio di occhiali da sole.

La divisa da gara della società.

Un piccolo stuoino su cui riporre il materiale in zona cambio.

Una borraccia.

Un rotolo di mastro adesivo da elettricista per il fissaggio dei numeri e altro sulla bici.

Alcune spille da balia.

Un paio di forbici sono sempre utili.

Un elastico di 50 cm per fissare il numero in vita.

Un pennarello resistente all’ H2O per scrivere il numero sul braccio e sulla gamba.

Un sacchetto di elastici per chi valore fissare le scarpe al telaio della bici.

Un tubetto di vaselina per evitare abrasioni da sfregamento dovute al sellino della bici e al costume.

Se si gareggia all’inizio della stagione o in lago portare sempre la muta.

Zona cambio

Quando si entra nella zona cambio prima della gara occorre passare davanti ai giudici che si trovano davanti ad essa con il caso in testa ed allacciato per il controllo della bici.

Durante la gara il caso deve essere allacciato e indossato prima di prendere la bici e tolto e slacciato dopo aver depositato la bici prima dell’ ultima frazione, se un si seguono queste regole si rischia la squalifica.

Inoltre non si possono fare le frazioni ciclistica e podistica a dorso nudo pena la squalifica.

Il riscaldamento

Prima di una competizione è molto importante eseguire un buon riscaldamento della durata comprese dai 20’ – 30’.

Il mio consiglio prevede di eseguire i seguenti passi prima di entrare in zona cambio:

5’ – 10’ di corsa lenta e sciolta con un paio di allunghi finali.

10’ – 15’ di bici con una andatura blanda.

Dopo essere entrati in zona cambio e aver depositato il materiale in modo ordinato nel nostro posto fare:

10’ di nuoto sciolto con qualche allungo finale

poi in attesa della partenza fare qualche semplice esercizio di stretching