Teoria Allenamento – Parte 2
Test di Valutazione Nuoto
in questo articolo vengono proposti dei semplici tests di valutazione che è possibile far svolgere a qualsiasi nuotatore, agonista o master.
La valutazione dell’atleta è l’indagine, attraverso una serie di test, dei fattori che determinano la prestazione fisica e sportiva.
Come la diagnosi di una patologia richiede l’esecuzione di alcuni esami e tests.
Tutto ciò permette di programmare in modo preciso l’allenamento ottimizzando la prestazione ed evitando il pericolo del superallenamentocome anche il calo della performance.
In altri casi può servire a strutturare un modello di allenamento e / o per “aggiustare” i carichi di lavoro durante le varie fasi dell’allenamento.
I seguenti tests andranno fatti:
ad inizio anno, per conoscere l’atleta e la situazione di partenza ;
nell’arco della stagione, per controllare gli effetti dell’allenamento;
ed alla fine; inoltre potranno essere fatti nei momenti che precedono una competizioneimportante, come i Campionati Italiani o qualsiasi altro evento importante.
Altre volte la valutazione funzionale viene fatta per motivare un atleta quando si sente un po’ insicuro delle sue potenzialità (se il test va bene si carica e in gara rende meglio) .
Rispetto ad altri sport, nel nuoto è più complicato eseguire dei tests, poiché la tecnica assume una importanza tale che un soggetto poco allenato può percorrere molti km in un’ora facendo la metà della fatica di un soggetto molto allenato ma dotato di una scarsa tecnica.
Qui di seguito vengono proposti dei semplici tests di valutazione che non richiedono particolari attrezzature, e possono essere svolti da qualsiasi nuotatore, che verrà distinto in agonista e master o amatore.
Test di Cooper adattato
Come il test di Cooper sulla terraferma è necessario nuotare senza interruzioni per 12 minuti consecutivi in una vasca dalle dimensioni conosciute (25, 50, o 33 metri), per poter poi calcolare la distanza percorsa.
E’ importante nuotare a velocità costante e sempre nello stesso stile e preferibilmente a stile libero/crawl; rana e delfino sono sconsigliati.
Naturalmente nei casi di atleti inesperti se essi iniziano ad un ritmo troppo elevato o troppo blando il risultato sarà massimamente inferiore alle reali capacità dell’organismo. Un grosso limite di questo test, che lo rende pertanto inadatto alla valutazione dello stato di forma di atleti che praticano regolarmente sport, è che non tiene conto di alcuni importanti fattori:
- un allenamento adeguato può variare enormemente le potenzialità del soggetto;
- il decremento delle capacità prestative dovuto all’età è maggiore nei soggetti sedentari che nei soggetti allenati.
- il test si basa esclusivamente su un termine di grandezza (metri percorsi in un tempo prestabilito) rendendolo molto impreciso. Manca infatti completamente la valutazione di altri parametri come frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, mMol di lattato ecc.
Il vantaggio di questo sistema per testare l’efficienza fisica di un soggetto è dovuta unicamente alla semplicità di realizzazione ed alla sua economicità. E a noi serve per stabilire il livello di un nuotatore, alle prime armi o già esperto.
In base all’età, sesso e numero di metri o vasche percorse è possibile conoscere, grazie all’apposita tabella sotto riportata, la categoria di “efficienza acquatica”.
Le tabelle relative al grado di efficienza fisica sono state compilate sulla base di migliaia di test effettuati su soggetti in un primo tempo privi di qualsiasi forma di allenamento ed in seguito dopo essere stati sottoposti ad un periodo di allenamento.
Ricordo di non iniziare il test se non si è in buone condizioni fisiche e di fermarsi subito se ci si trova in difficoltà, a causa di alte pulsazioni, mal di testa o eccessivo affaticamento.
Gradi di efficienza
Età | 10-12 | 14-19 | 20-29 | 30-39 | 40-49 | 50-59 | oltre 60 |
Molto Scarso | |||||||
(uomini) | <380 mt. | <500 mt. | <400 mt. | <350 mt. | <300 mt. | <250 mt. | <250 mt. |
(donne) | <280 mt. | <400 mt. | <300 mt. | <250 mt. | <200 mt. | <150 mt. | <150 mt. |
Scarso | |||||||
(uomini) | 380-460 mt. | 500 – 599 mt. | 400 – 499 mt. | 350 – 499 mt. | 300 – 399 mt. | 250 – 349 mt. | 250 – 299 mt. |
(donne) | 280-360 mt. | 400 – 499 mt. | 300 – 399 mt. | 250 – 349 mt. | 200 – 299 mt. | 150 – 249 mt. | 150 – 199 mt. |
Medio | |||||||
(uomini) | 460-550 mt. | 600 – 699 mt. | 500 – 599 mt. | 450 – 549 mt. | 400 – 449 mt. | 350 – 449 mt. | 300 – 399 mt. |
(donne) | 380-460 mt. | 500 – 599 mt. | 400 – 499 mt. | 350 – 449 mt. | 300 – 399 mt. | 250 – 349 mt. | 200 – 299 mt. |
Buono | |||||||
(uomini) | 550-620 mt. | 700 – 799 mt. | 600 – 699 mt. | 550 – 649 mt. | 500 – 599 mt. | 450 – 549 mt. | 400 – 499 mt. |
(donne) | 460-560 mt. | 600 – 699 mt. | 500 – 599 mt. | 450 – 549 mt. | 400 – 499 mt. | 350 – 449 mt. | 300 – 399 mt. |
Eccellente | |||||||
(uomini) | >620 mt. | >800 mt. | >700 mt. | >650 mt. | >600 mt. | >550 mt. | >500 mt. |
(donne) | >520 mt. | >700 mt. | >600 mt. | >550 mt. | >500 mt. | >450 mt. | >400 mt. |
Misura della frequenza bracciata
Questo test può essere fatto da chiunque, dal nuotatore di altissimo livello all’amatore, al corsista di un corso di nuoto.
Si tratta di eseguire una volta un 25 m di seguito (o un 50, a seconda della vasca e dal livello del nuotatore) alla massima velocità possibile .
La vasca verrà eseguita senza tuffo di partenza ed alla massima velocità; un osservatore esterno o il nuotatore stesso dovranno contare il numero di bracciate e prendere il tempo impiegato.
Questi due dati sono molto importanti per stabilire la frequenza ed ampiezza della bracciata.
Supponiamo che un amatore, che nuota durante il nuoto libero, con una certa continuità voglia migliorare e quantificare il miglioramento: questo test è ottimo; supponiamo sempre che eseguirà il 25 m in 22″ , impiegando 20 bracciate.
Se ripete il test dopo ad esempio sei mesi e impiega 20” facendo sempre 20 bracciate vuol dire si che è migliorato in velocità, ma anche in termini di tecnica di nuotata.
Infatti il segreto per migliorare e andare più forte sta nel riuscire ad avere la stessa ampiezza di bracciata aumentando la frequenza. E’ fondamentale che la bracciata sia sempre ampia.
Se invece impiega sempre 22″, ma con 18 bracciate, c’è stato comunque un miglioramento: basterà aumentare la frequenza, quindi la “velocità” della bracciata per avere un significativo miglioramento anche in termini di tempo.
Ovviamente più semplice è segnare e archiviare il rapporto tempo/numero di bracciate.
Questo test è utile all’atleta per capire il grado della sua tecnica di nuotata in termini di efficienza.
Il test di previsione del tempo nell’ora di nuoto
Questo test permette di calcolare empiricamente quanti metri potresti percorrere in un’ora al massimo delle tue capacità ed in modo costante, semplicemente nuotando per 100 metri.
Può essere utile in quei casi in cui si deve percorrere una lunga distanza magari in acque libere come mari o fiumi, oppure semplicemente in piscina, di seguito.
Si utilizza la seguente formula, con T100 che rappresenta il tempo misurato in secondi sui 100 metri (4 vasche da 25 metri) nuotati al massimo delle proprie capacità:
Swim- Test (metri) = 3600 / (T100 + 40) x 100
che per T100 compreso tra 70 e 110 secondi può essere approssimata da questa semplice formula, che calcola il numero di vasche dello Swim-Test
Swim-Test (n vasche da 25 m) = 200 – T100
Se per percorrere 100 m si impiegano più di 110 secondi (1 minuto e 50 secondi) allora il test non fa per te, e avresti bisogno di allenarti un po’ più costantemente almeno per un’oretta.
Per prendere il tempo sui 100 metri parti dal bordo, senza tuffo, e provali 2-3 volte, cambiando la frequenza di bracciata, soprattutto se non hai mai fatto test massimali: se forzi troppo potresti generare un grande attrito “sporcando” a tal punto la nuotata da peggiorare il tempo rispetto a una nuotata più lenta!
Faccio qualche esempio:
– T100=70” -> Swim-Test = 3250 m (130 vasche con formula appross.)
– T100=80” -> Swim-Test = 3000 m (120 vasche con formula appross.)
– T100=90” -> Swim-Test = 2769 m (110 vasche con formula appross.)
– T100=100” -> Swim-Test = 2571 m (100 vasche con formula appross.)
– T100=110” -> Swim-Test = 2400 m(90 vasche con formula appross.)
Inoltre, se dopo questo test si prova veramente a nuotare per un’ora di seguito e si prende il tempo finale è possibile stabilire se si è più fondisti o velocisti, in base ai tempi del test e quello reale: se quello reale è minore, allora si è più portati per il fondo, e viceversa.
Test della velocità:
Il test di velocità eseguito in allenamento, permette di avere una previsione abbastanza vicina al tempo che si potrebbe nuotare in gara. I 50 metri rappresentano la distanza di gara.
Per una comprensione obiettiva e multilaterale delle prestazioni di velocità si consiglia la seguente procedura:
1. 10 mt. in velocità con il tuffo di partenza
2. 10 mt. in velocità con spinta dal basso
3. 10 mt. in velocità con cambio di direzione (virata)
4. 10 mt. in velocità in un tratto lanciato (dai 30 ai 40 metri)
5. 10 mt. sprint in velocità con arrivo al muro (dai 40 ai 50 metri)
La pausa tra ogni esecuzione è di 30 – 40″.
La gara di velocità con tuffo di partenza deve aver luogo su comando di un terzo.
Ci si ferma quando la “prima ” parte del corpo raggiunge il segno dei 10 metri (mano, braccia o testa).
Nella spinta dal basso il nuotatore si trova in una posizione di partenza di calma. Le gambe sono in posizione di spinta e il mento poggiato sull’acqua. A partire dall’immersione della testa (primo movimento) parte il tempo; ci si ferma quando la prima parte del corpo supera i 10 mt.
Per i 10 mt. di velocità con cambio di direzione deve essere preso in acqua un certo slancio. Il segnale si trova a 5 mt. dal muro (5 mt. avanti e 5 mt indietro).
Il tempo parte dal movimento in cui la testa supera questo segnale. Con il capo ci si ferma anche di nuovo allo stesso punto. Solo così sono comparabili tra loro tutti i risultati delle misurazioni.
I 10 mt. in velocità tratto lanciato dai 30 ai 40 metri devono essere calcolati sulla testa.
Nello sprint volante si deve prima prendere uno slancio. Quando la testa arriva nella zona segnata dei 10 mt. parte il tempo; quando la mano tocca il muro si ferma il tempo.
Sommando infine le 5 serie da 10 metri, si ottiene un tempo sui 50 metri che dovrebbe essere molto simile a quello reale di gara. Se ciò non corrisponde, e se ad esempio l’atleta, in gara impiega un tempo molto maggiore, vuol dire che c’è bisogno di più allenamento sulla resistenza. Se avviene invece il contrario, significa che si è portati più sulle lunghe distanze che quelle corte.
Test di indice di recupero:
Questo test permette di verificare l’efficacia dell’allenamento aerobico svolto dal nostro atleta, tenendo come riferimento la frequenza cardiaca e il tempo di recupero. E’ indispensabile oltre all’utilizzo di un cardiofrequenzimetro, conoscere le pulsazioni a riposo del nostro atleta. La frequenza cardiaca verrà calcolata ogni 50 metri per un totale di 600 metri. Il test consiste nell’effettuare 600 metri in continuo a velocità costante (va bene qualsiasi stile). Questa velocità costante deve essere inferiore alla velocità di soglia anaerobica.
Successivamente, terminata la prova, saranno rilevate le frequenze cardiache per ogni 50 metri dopo: 0 sec. – 30 sec. – 60 sec. – 90 sec. – 120 sec. – 150 sec. – 180 sec. – 210 sec. – 240 sec. – 270 sec. – 300 sec. – 330 sec. – 360 sec. – 390 sec. – 420 sec. , fino ad arrivare alla rilevazione della frequenza cardiaca a riposo che corrisponderà a un determinato minuto di rilevazione (in questo caso le pulsazioni a riposo corrispondono a 7′).
Ecco un esempio pratico:
atleta: xxxx
velocità di soglia: 1.58 m/sec.
tempo di soglia per i 50 metri: 31.64
velocità sotto soglia: 1.50 m/sec.
tempo inferiore alla soglia per 50 metri: 33.33
pulsazioni a riposo: 69
pulsazioni soglia: 170

I dati che ci interessano per la creazione del grafico sono: le pulsazioni rilevate dopo i rispettivi minuti fino ad arrivare al valore di frequenza a riposo, che in questo caso è di 7 minuti e il tempo in secondi da 0 a 420.
A questo punto viene creato un grafico nel seguente modo: asse x: il tempo in secondi, asse y: i valori di frequenza corrispondenti al tempo di rilevazione. Il test permette di capire in quanto tempo le pulsazioni tornano al valore di riposo. E’ semplice intuire che minore è il tempo di ritorno al valore di riposo, migliore è l’efficienza del recupero (più la curva è vicina all’asse delle y migliore è il recupero).
Programmi Allenamento Nuoto
FONTE: WWW.NUOTOMANIA.IT Gian Maria D’amici
PROGRAMMA 1 Riscaldamento, bpm 50% MFC :
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A2 fase aerobica, bpm 65% MFC:
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C1 tolleranza al lattato, bpm 85% MFC:
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Defaticamento:
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totale metri 2850 | |
PROGRAMMA 2 Riscaldamento, bpm 50% MFC :
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A2 fase aerobica, bpm 65% MFC:
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B1 soglia aerobica, bpm 75% MFC:
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A2 fase aerobica, bpm 65% MFC:
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Defaticamento:
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Tot. 2850 m | |
PROGRAMMA 3 Riscaldamento, bpm 50% MFC :
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A2 fase aerobica, bpm 65% MFC:
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B1 soglia aerobica, bpm 75% MFC:
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C1 tolleranza al lattato, bpm 85% MFC:
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Defaticamento:
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Tot. 2700 m | |
PROGRAMMA 4 Riscaldamento, bpm 50% MFC :
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A2 fase aerobica, bpm 65% MFC:
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B1 soglia aerobica, bpm 75% MFC:
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C1 tolleranza al lattato, bpm 85% MFC:
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Defaticamento:
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Tot. 2800 m | |
PROGRAMMA 5 Riscaldamento, bpm 50% MFC :
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A2 fase aerobica, bpm 65% MFC:
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C1 tolleranza al lattato, bpm 85% MFC:
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Defaticamento:
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Tot. 2900 m | |
PROGRAMMA 6 Riscaldamento, bpm 50% MFC :
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A2 fase aerobica, bpm 65% MFC:
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B1 soglia aerobica, bpm 75% MFC:
| |
C1 tolleranza al lattato, bpm 85% MFC:
| |
Defaticamento:
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Tot. 2950 m | |
PROGRAMMA 7 Riscaldamento, bpm 50% MFC :
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A2 fase aerobica, bpm 65% MFC:
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B1 soglia aerobica, bpm 75% MFC:
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C1 tolleranza al lattato, bpm 85% MFC:
| |
Defaticamento:
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Tot. 3150 m | |
PROGRAMMA 8 Riscaldamento, bpm 50% MFC :
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A2 fase aerobica, bpm 65% MFC:
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B1 soglia aerobica, bpm 75% MFC:
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C1 tolleranza al lattato, bpm 85% MFC:
| |
Defaticamento:
| |
Tot. 3150 m | |
Metodi allenamento nuoto
CHECKLIST PER LO STILE A FARFALLA
FONTE: LIBRO NUOTO DA CAMPIONI
BILL SWEETENHAM
JOHN ATKINSON
- IL NUOTATORE DOVREBBE LAVORARE SULLA RESPIRAZIONE A FREQUENZA CONTROLLATA QUANDO RICHESTO DI RESPIRARE OGNI TRE,QUATTRO O CINQUE BRACCIATE.
- MANTENERE L’AMPIEZZA DELLA BRACCIATA E’ FONDAMENTALE PER CHI NUOTA A FARFALLA.IL NUOTATORE DOVREBBE CERCARE DI MANTENERE L’AMPIEZZA DELLA BRACCIATA ALLA FINE DELLA SERIE IN ALLENAMENTO,MENTRE CERCA DI MANTENERE O ANCHE AUMENTARE LA DISTANZA DELLA BRACCIATA.
- L’ALLENATORE DOVREBBE INSISTERE PERCHE IL NUOTATORE TOCCHI IL MURO CON DUE MANI IN ALLENAMENTO SIA NELLE VIRATE CHE A FINE GARA.
- IL NUOTATORE NON DEVE AGGANCIARSI AD EVENTUALI CANALINE DI SCARICO QUANDO VIRA.
- IL NUOTATORE DOVREBBE ESSERE CAPACE IN VIRATA DI RUOTARE IN ENTRAMBE DIREZIONI.
- IL NUOTATORE A FARFALLA DOVREBBE FARE DELLE SERIE A GAMBE SPECIFICHE.LA GAMBATA E’ IMPORTANTE E IL NUOTATORE A FARFALLA DOVREBBE PREPARARE BENE LE GAMBE.IL NUOTATORE DOVREBBE ESSERE CRONOMETRATO IN SERIE DI GAMBE A FARFALLA.PER ESEMPIO L’ALLENATORE DOVREBBE ANNOTARE CHE IL NUOTATORE HA NUOTATO 12 M CON 12 GAMBATE IN UN CERTO TEMPO(FREQUENZA E RITMO DEL CALCIO)
- L’ALLENATORE DOVREBBE INCLUDERE LO STILE A FARFALLA IN TUTTI I TIPI DI SERIE IN ALLENAMENTO,SIA SERIE PER VELOCITA’ CHE PER RESISTENZA,IN MODO CHE I NUOTATORI POSSANO USARE LE SPECIFICHE FIBRE MUSCOLARI RICHIESTE PER NUOTARE A FARFALLA.
- LA FLESSIBILITA’ E L’ESTENSIONE DELLA CAVIGLIA SONO IMPORTANTI PER CHI NUOTA A FARFALLA PER FARE DELLE GAMBATE EFFICACI.
- RIPOSI BREVI POSSONO ESSERE UTILIZZATI PER ALLENAMENTI DI RESIISTENZA A FARFALLA.
- ALCUNE SERIE DI RESISTENZA A FARFALLA POSSONO ESSERE FATTE USANDO UNA COMBINAZIONE DI STILE COMPLETO ED ESERCIZI A FARFALLA INSERITI NELLA SERIE.
- IN ALLENAMENTO,OGNI VOLTA CHE L’ATLETA SI SPINGE DAL MURO,DOVREBBE OTTIMIZZARE L’IDRODINAMICITA’,COMPRESE LE PARTENZE DAL MURO E LE VIRATE.IL NUOTATORE DOVREBBE ALLENARSI SUL NUMERO DI GAMBATE A FARFALLA CHE VUOLE UTILIZZARE IN GARA.DOVREBBE ALLENARSI FACENDO LA GAMBATA A FARFALLA FRONTALE E LATERALE.LE GAMBATE DOVREBBERO ESSERE ALLENATE PER LA VELOCITA PIU CHE PER LA DISTANZA.LE DIFFERENZE NEI TEMPI DOVREBBERO ESSERE MESSE A CONFRONTO DISTINTAMENTE TRA LA GAMBATA FRONTALE E QUELLA LATERALE.
- FACENDO SEGUIRE LE SPINTE DAL MURO E LE VIRATE CON COLPI DI GAMBE IN POSIZIOPNE IDRODINAMICA,IL NUOTATORE DOVREBBE FARE ALMENO DUE BRACCIATE PRIMA DI RESPIARE LA PRIMA VOLTA.DOVREBBE INOLTRE NOTARE CHE MIGLIORE E’ L’IDRODINAMICITA’ DOPO LE VIRATE E LE PARTENZE,MINORE E’ LA DISTANZA RIMANENTE DA NUOTARE.
- IL NUOTATORE DOVREBBE CERCARE DI AVERE LA MASSIMA FLUIDITA’ NELLA NUOTATA IN ALLENAMENTO,LAVORANDO MOLTO SULLA DISTANZA PER OGNI BRACCIATA E MINIMIZZANDO LA RESISTENZA.L’ESERCIZIO MINIMO MASSIMO, E’ OTTIMO A QUESTO SCOPO.
- BISOGNA SVILUPPARE IL PASSO GARA TENENDO IN CONSIDERAZIONE IL NUMERO DI BRACCIATE,LA FREQUENZA DELLE BRACCIATE,I TEMPI DI PARTENZA,I TEMPI DI VIRATA E I TEMPI DI ARRIVO.
- IL NUOTATORE SAPERE ESATTAMENTE I TEMPI INTERMEDI AI 100M,200M,300M E 400M.
- NEL MOMENTO IN CUI LE BRACCIA ENTRANO IN ACQUA,DOPO IL RECUPERO,LA SCHIENA DOVREBBE ESSERE PIATTA ,DAL COLLO FINO ALLA BASE DELLA COLONNA VERTEBRALE.QUESTA POSIZIONE MASSIMIZZA LA TRAZIONEDEL NUOTATORE IN ACQUA,DANDO UNA PROPULSIONE IN AVANTI CON LA GAMBATA E MASSIMIZZANDO UNA PRECOCEAPPLICAZIONE DI FORZA DA PARTE DELLE BRACCIA.
- I NUOTATORI DOVREBBERO ALLENARSI A FARFALLA CAMBIANDO LA FREQUENZA DI BRACCIATA ATTRAVERSO IL RITMO DELLA GAMBATA.
CHECKLIST PER LO STILE A DORSO
- IL NUOTATORE DOVREBBE INIZARE LA PRIMA BRACCIATA CON BRACCIA ALTERNATE IN SERIE A DORSO PER SVILUPPARE LA TECNICA DELLE VIRATE CON ENTRAMBE LE BRACCIA.
- IL NUOTATORE DOVREBBE SAPERE QUANTE GAMBATE ADELFINO DEVE FARE DOPO LE PARTENZE E LE VIRATE.
- I DORSISTI DOVREBBERO NUOTARE META’ DEL VOLUME SETTIMANALE A DORSO.QUESTO VOLUME PUO INCLUDERE LA NUOTATA,ESERCIZI,GAMBE E BRACCIA.
- ASSICURARSI CHE VI SIANO LE BANDIERINE PER IL DORSO AD OGNI ALLENAMENTO E CHE SIANO MESSE ALLA DISTANZA GIUSTA DAL MURO.
- IL DORSISTA DEVE FARE PIU ESERCIZI DI GAMBE A DORSO DI QUELLI A STILE LIBERO PER UNO CHE NUOTA A STILE LIBERO.IL DORSISTA DOVREBBE USARE UNA GAMBATA COSTANTE A SEI BATTUTE PER OGNI CICLO DI BRACCIA,ASSICURANDOSI CHE LE GINOCCHIA RIMANGANO SOTT’ACQUA.UN DIFETTO COMUNE E’ L AZIONE A BICICLETTA DELLE GINOCCHIA.QUESTO SI PUO CORREGGERE FACENDO GAMBE CON PINNE CORTE O CON LE SCARPE DA TENNIS(QUANDO SI FA L’ESERCIZIO CON LE SCARPE DA TENNIS BISOGNA TAGLIARE VIA LA PUNTA DELLE SCARPE)
- L’ALLENATORE DOVREBBE PROGRAMMARE SERIE A GAMBE PER MIGLIORARE LA RESISTENZA AEROBICA.
- IL NUOTATORE PUO ANCHE FARE GAMBE IN SERIE PER VELOCITA’.
- E’ IMPORTANTE AVERE UNA CORRETTA MECCANICA DI GAMBATA;IL NUOTATORE DOVREBBE EFFETTUARE ALCUNE SERIE A GAMBE SUL DORSO ED ALCUNE SUL FIANCO.
- IN GARE IN VASCA CORTA,IL DORSISTA DOVREBBE EFFETTUARE IL 60 PERCENTO DELLA GARA SOTT’ACQUA FACENDO GAMBATE A DELFINO.IL DORSISTA DOVREBBE USARE GAMBATE A DELFINO IN TUTTI I TIPI DI ALLENAMENTO A DORSO.LA GAMBATA A DELFINO SUBACQUEA DOVREBBE ESSERE PIU CORTA,PIU VELOCE,QUASI IL DOPPIO DEL NORMALE.LO SCOPO DELLA GAMBATA A DELFINO E’ LA VELOCITA/FREQUENZA,NON LA DISTANZA COPERTA.IL NUOTATORE INIZA CON GAMBATE PIU LENTE E PIU PROFONDE,CHE POI SI TRASFORMANO IN GAMBATE MENO PROFONDE E PIU VELOCI MENTRE SI MANTIENE UNA POSIZIONE IDRODINAMICA DURANTE LA FASE SUBACQUEA.OGNI NUOTATORE DOVREBBE PROVARE VARI PROGRAMMI E POI FARLI CRONOMETRARE.GAMBATE A DELFINO VANNO ALLENATE PER LA VELOCITA’ PIUTTOSTO CHE PER LA DISTANZA.
- I DORSISTI HANNO LA CAPACITA DI MANTENERE LA FREQUENZA DI BRACCIATE DURANTE TUTTA LA GARA.FREQUENZE PIU ALTE SONO CONSIGLIATE PER LE GARE SUI 50M E 100 M.
- I DORSISTI INZIANO LA VIRATA COME LA CONTINUAZIONE DEL MOVIMENTO ONDULATORIO DA DIETRO VERSO AVANTI.
- L’ALLENATORE DOVREBBE INSISTERE PER AVERE UNA GAMBATA A SEI BATTUTE IN ALLENAMENTO IN TUTTE LE SERIE DI VELOCITA’.
- IL NUOTATORE DOVREBBE CERCARE DI AVERE UNO STILE FLUIDO,CON MASSIMA DISTANZA PER BRACCIATA E MINIMA RESISTENZA DURANTE L’ALLENAMENTO.ESERCIZI MINIMO-MASSIMO DOVREBBERO ESSERE USATI A QUESTO SCOPO.
- UNO SPECIFICO MODELLO DI GARA DOVREBBE ESSERE SVILUPPATO,TENENDO IN CONSIDERAZIONE IL CONTEGGIO DELLE BRACCIATE,LA FREQUENZA,GLI INTERMEDI,IL TEMPO DI PARTENZA,IL TEMPO DELLE VIRATE,ED IL TEMPO DELLA CHIUSURA.
- IL NUOTATORE DOVREBBE SAPERE ESATTAMENTE I TEMPI INTERMEDI AI 100M,200M,300M E 400M.
- L’ALLENATORE DOVREBBE MONITORARE I TEMPI INTERMEDI SETTIMANALMENTE PER CONFERMARE IL RECUPERO DELL’ATLETA.DI SOLITO L’ALLENATORE USA QUESTO CONTROLLO DA 24 A 36 ORE DOPO UNA PAUSA DI ALLENAMENTO O LA MATTINA DOPO UNA GARA PER VERIFICARE LO STATO DEL RECUPERO DEL NUOTATORE.
- MIGLIORE E’ L’IDRODINAMICITA’ DEL NUOTATORE,MINORE E’ LA DISTANZA CHE DOVRA’ NUOTARE.OVE E’ POSSIBILE IL NUOTATORE DOVREBBE CERCARE DI NUOTARE PERFETTAMENTE IN MEZZO ALLA CORSIA IN ALLENAMENTO.
CHECHLIST PER LO STILE A RANA
- I RANISTI HANNO BISOGNO DI UNA GRANDE FLESSIBILITA’ DELLE ANCHE,DELLE GINOCCHIA E DELLE CAVIGLIE.I NUOTATORI POSSONO MIGLIORARE QUESTA FLESSIBILITA’ ESEGUENDO REGOLARMENTE ESERCIZI DI STRETCHING.QUESTI ESERCIZI AIUTANO ANCHE A PREVENIRE INFORTUNI.
- IL NUOTATORE DOVREBBE ALLENARSI A FARE VIRATE CON DUE MANI SUL MURO PIATTO IL PIU POSSIBILE(NON DEVE AGGRAPPARSI AL BORDO DELLA PISCINA).IL NUOTATORE DOVREBBE INOLTRE ALLENARSI A GIRARE SIA A DESTRA CHE A SINISTRA.
- IL RANISTA DOVREBBE RISCALDARE LE GAMBE NUOTANDO E FACENDO GAMBE LENTAMENTE ALL’INIZIO DELL’ALLENAMENTOE POI ARRIVARE GRADUALMENTE AD UN RITMO NORMALE.
- ESERCIZI DI TRAZIONE SONO IMPORTANTI PER IL RANISTA.IL PALMO DELLE MANI DEVE ESSERE GIRATO ALL’ANGOLO GIUSTO,E CIOE’,CON IL POLLICE VERSO IL BASSO ED IL MIGNOLO VERSO L’ALTO DURANTE OUTSWEEP.
- LA QUANTITA DI RANA NUOTATA IN OGNI ALLENAMENTO DOVREBBE AUMENTARE DURANTE LA STAGIONE.SE IL NUOTATORE DOVESSE AVVERTIRE DOLORE ALLE GINOCCHIA,DOVREBBE CAMBIARE STILE,FARE SOLO TRAZIONE,O FARE RANA CON GAMBE A DELFINO.
- IL RANISTA DOVREBBE CERCARE DI AVERE ALLA PARTENZA UNA FASE SUBACQUEA DI QUATTRO A QUATTRO SECONDI E MEZZO PRIMA CHE LA TESTA ESCA FUORI DALL’ACQUA.MANTENERE LA VELOCITA’ ALLA PARTENZA E’ UN FATTORE FONDAMENTALE DA TENERE IN CONSIDERAZIONE SIA DA PARTE DEL NUOTATORE,CHE DA PARTE DELL’ALLENATORE.
- LAVORO SUL RITMO DOVREBBE ESSERE EFFETTUATO CON LA NECESSARIA FREQUENZA E NUMERO DI BRACCIATE.UNA COMBINAZIONE DI TEMPO E FREQUENZA E NUMERO DI BRACCIATE DOVREBBE ESSERE USATA NELLE SERIE A RANA.
- ESERCIZI SONO FONDAMENTALI PER LA SINCRONIZZAZIONE A RANA.
- IL NUOTATORE DOVREBBE TERMINARE OGNI GAMBATA CON UNA VELOCITA’ DI PIEDE IN ACCELERAZIONE E LE GAMBE DRITTE CON LE DITA DEI PIEDI A PUNTA PER MASSIMIZZARE L’IDRODINAMICITA’.IL NUOTATORE NON DEVE GIRARE I PIEDI VERSO L’ESTERNO PER L’E3FFETTO PROPULSIVO FINO A PIENO RECUPERO DELLE GAMBE E DEI PIEDI.
- DURANTE LA SERIE DI TOLLERANZA A RANA,IL NUOTATORE TENDE A RILASSARE LE BRACCIA;IN ALTRI STILI SONO LE GAMBE CHE TENDONO A RILASSARSI.DI CONSEGUENZA,IN ALCUNE SERIE,LO SFORZO DELLA PARTE SUPERIORE DEL CORPO POTREBBE LEGGERMENTE DIMINUIRE E PERCIO’ GLI ALLENAMENTI DOVREBBE PROVVEDERE ANCHE DELLE SERIE DI TRAZIONE.
- LA TRAZIONE A RANA CON GAMBE A DELFINO E’ UN ESERCIZIO.UN RANISTA COMPENSERA’ UNA TRAZIONE UN PO’ DEBOLE LASCIANDO CHE SIANO LE GAMBE A FARE LA MAGGIOR PARTE DEL LAVORO.QUESTO E’ UN ALTRO MOTIVO PER INCLUDERE SERIE DI NTRAZIONE A RANA IN ALLENAMENTO.QUESTA TRAZIONE DOVREBBE ESSERE FATTA CON PULL-BUOY,ELASTICO E PALETTE.
- IN ALLENAMENTO,I NUOTATORI DOVREBBERO CERCARE DI AVERE FLUIDITA’ NELA NUOTATA ,MASSIMIZZANDO LA DISTANZA PER BRACCIATA CON MINIMA RESISTENZA.GLI ESERCIZI MINIMO-MASSIMOSONO UTILI A QUESTO SCOPO.
- UN MODELLO GARA DOVREBBE ESSERE SVILUPPATOCON CONTEGGIO BRACCIATA,FREQUENZA BRACCIATA,INTERMEDI,TEMPI DI VIRATA E TEMPI DI FINE GARA.
- L’INSWEEP DELLA BRACCIATA DOVREBBE MUOVERE IL CORPO VERSO L’ALTO E IN AVANTI,NON VERSO L’ALTO E ALL’INDIETRO.
- PER FACILITARE LA FASE SUBACQUEA DI TRAZIONE E GAMBE,L’ANGOLO DEL CORPO DURANTE L’INGRESSO IN ACQUA DOPO IL TUFFO E’ GENERALMENTE PIU RIPIDO E PIU ‘ PROFONDO CHE PER ALTRI STILI.
- LA VELOCITA’ DELLA FASE SUBACQUEA E’ FONDAMENTALE PER OTTENERE LA MASSIMA DISTANZA DOPO LA PARTENZA E DOPO LE VIRATE.
- I RANISTI HANNO BISOGNO DI SPAZIO NELLE CORSIE DURANTE GLI ALLENAMENTI.E’ FONDAMENTALE PER IL LORO SVILUPPO USARE CORSIE SOLO PER LORO.
- IL NUOTATORE DOVREBBE SAPERE ESATTAMENTE I TEMPI INTERMEDI AI 100M ,200M,300M.I RANISTI POSSONO DETERMINARE QUESTI VALORI AGGIUNGENDO 20 SECONDI AL LORO MIGLIORE SUI 100M,NON 15 SECONDI.
- L’ALLENATORE DOVREBBE MONITORARE I TEMPI INTERMEDI SETTIMANALMENTE PER CONFERMARE IL RECUPERO DELL’ATLETA.DI SOLITO L’ALLENATORE USA QUESTO CONTROLLO DA 24 A 36 ORE DOPO UNA PAUSA DI ALLENAMENTO O LA MATTINA DOPO UNA GARA PER VERIFICARE LO STATO DI RCUPERO DEL NUOTATORE.
- NELLA TRAZIONE A RANA IL NUOTATORE DOVREBBE CONSIDERARE UNA RESPIRAZIONE OGNI DUE TRAZIONI PER ANDARE OLTRE LA BRACCIATA INVECE DI SCIVOLARE INDIETRO NELL’ACQUA.
CHECKLIST PER FONDISTI
FONTE: LIBRO NUOTO DA CAMPIONI DI
BILL SWEETENHAM
JOHN ATKINSON
- TUTTI I TIPI DI ALLENAMENTO AUMENTERANNO DURANTE IL CICLO,E I PROGRAMMI DI ALLENAMENTO DOVREBBERO ESSERE PIANIFICATI IN MODO METODICO.ANCHE SE LA PERCENTUALE DI ALLENAMENTO AEROBICO ED ANAEROBICO NON CAMBIA,IL VOLUME TOTALE CAMBIERA’
- GLI ALLENATORI DEVONO AVERE MINIMO UN PAIO D’ANNI PER I FONDISTI.
- I NUOTATORI DOVREBBERO FARE SOVRADISTANZA AD ALTA INTESITA’ ALMENO UNA VOLTA OGNI DUE O TRE SETTIMANE(SOPRA IL LIVELLO DI SOGLIA ANAEROBICA)
- FARE UN PO DI LAVORO DI VELOCITA’ E’ IMPORTANTE PER I FONDISTI.LORO DEVONO AVERE LA CAPACITA’ DI PRODURRE VELOCITA’ NELLA SECONDA PARTE DELLA LORO GARA.QUESTO TIPO DI ALLENAMENTO DOVREBBE ESSERE CONDOTTO REGOLARMENTE DURANTE L’ANNO.UN ESEMPIO E’ FARE DA 20 A 30 X 50M IN 1:30-2:30,MASSIMALE,COME SERIE PRINCIPALE UNA VOLTA LA SETTIMANA.
- I NUOTATORI DOVREBBERO SVILUPPARE UNA BASE DI VOLUME PRIMA DI FARE ALLENAMENTI CON SERIE SPECIFICHE ALLA GARA AD ALTA INTENSITA’.LA VELOCITA’,L’INTENSITA’ E IL VOLUME DELLA SERIE POSSONO AUMENTARE DOPO UNA FASE AEROBICA.I MASCHI DOVREBBERO LAVORARE CON UNA FREQUENZA CARDIACA DA 20 A 15 BBM E LE FEMMINE DA 15 A 10BBM.
- L’OBIETTIVO PER TUTTI I FONDISTI DOVREBBE ESSERE 5000 M SOTTO I 60 MINUTI.
- I FONDISTI DOVREBBERO VALUTARE IL PASSO NELLA LORO TESTA,NON SEMPRE GUARDANDO L’OROLOGIO.L’ALLENATORE DOVREBBE SPEGNERE L’OROLOGIO OGNI TANTO PER AIUTARE I NUOTATORI A SVILUPPARE QUESTA CAPACITA’.
- SERIE DI TRAZIONE SONO IMPORTANTI PER I NUOTATORI AGE-GROUP.LE PALETTE DEVONO ESSERE SOLO LEGGERMENTE PIU GRANDI DELLA MANO PER I NUOTATORI DI QUESTA CATEGORIA.COME PER TUTTO IL MATERIALE USATO IN ALLENAMENTO,LA REGOLA DOVREBBE ESSERE 50 PER CENTO CON 50 PER CENTO SENZA.
- I NUOTATORI AGE-GROUP E I FONDISTI POSSO FARE ALLENAMENTO DI RESISTENZA A TRAZIONE PER IL 20 PER CENTO DEL VOLUME TOTALE DELL’ALLENAMENTO.DUE SERIE DI RESISTENZA A TRAZIONE USANDO DOLO L’ELASTICO DOVREBBERO ESSERE EFFETTUATE OGNI SETTIMANA.
- USARE LO STILE A DORSO COME STILE DI RECUPERO PER IL CRAWL.
- UN FISIOTERAPISTA DOVREBBE FARE DEI CONTROLLI MUSCOLARI-SCHELETRICI REGOLARMENTE(CIOE’ OGNI STAGIONE).QUESTO TIPO DI CONTROLLO SERVE PER INDIVIDUARE POTENZIALI RISCHI DI INFORTUNIO E PERMETTERA’ DI EFFETTUARE EVENTUALI SERIE DI ESERCIZI PREVENTIVI.
- NUOTARE IN MODO LEGGERO E MODERATO AIUTA A RECUPERARE PIU CHE UN TOTALE RIPOSO.IL VOLUME DOVREBBE ESSERE UGUALE O ANCHE DI PIU IN QUESTI GIORNI DI RECUPERO,MA CON MINORE INTENSITA’.
- IL FONDISTA HA BISOGNO DI SVILUPPARE FORZA CORE,MA NON NECESSARIAMENTE UN LAVORO CON I PESI.
- IL FONDISTA HA BISOGNO DI FARE SERIE CON FORZA E VELOCITA’ SOSTENUTE,NON SERIE DECRESCENTI.QUESTO VUOL DIRE CHE IL FONDISTA DOVREBBE FARE 6X400 M IN 5:00 MANTENENDO 4:30 PER OGNI 400 M,6X400 DECRESCENTE UNO A TRE E QUATTRO A SEI IN 5:30.LE SERIE DECRESCENTOI POSSONO ESSERE UTILIZZATE CON FASE INIZIALKE PRIMA DI INTRODURRE SERIE A RITMOSOSTENUTO,O POSSONO ESSERE USATE COME ULTIMA FASE IN SITUAZIONE DI GARA.
CHECKLIST PER IL VELOCISTA
- IL VELOCISTA SENIOR DOVREBBE TENERE IN CONSIDERAZIONE UN PIANO MACROCICLICO SECONDO UNA PERIODIZZAZIONE ALL’INVERSO COME DESCRITTO.
- IL NUOTATORE DOVREBBE FARE DEL LAVORO A SECCO PER 10-40 MINUTI PRIMA DI OGNI ALLENAMENTO IN ACQUA,CON LEGGERA SUDORAZIONE
- IL VELOCISTA DI SUCCESSO HA BISOGNO DI LAVORARE MOLTO BENE CON LE GAMBE E QUESTO SI PUO FARE CON SERIE GAMBATE VELOCI
- IL NUOTATORE DOVREBBE ALLENARSI A TENERE LA FREQUENZA PER IL PASSO GARA CON PALETTE E PINNE CON DISTANZE D 15M A 100 M.IL TEMPO,FREQUENZA BRACCIATE E NUMERO DI BRACCIATE DOVREBBERO ESSERE REGISTRATI E IL NUOTATORE DOVREBBE TENTARE DI EGUAGLIARE O SUPERARE I VALORI OGNI VOLTA CHE EFFETTUA QUESTO TIPO DI ALLENAMENTO.
- IL NUOTATORE DOVREBBE EFFETTUARE REGOLARMENTE DEI SOVRACCARICHI AD ALTA VELOCITA'(DA 400 M A 600 M QUOTIDIANAMENTE)
- IL PROGRAMMA DI VELICITA’ DOVREBBE INCLUDERE SCATTI TRATTENUTI CON ELASTICI PER LAVORARE CONTRO LA TENSIONE(LAVORO SU VELOCITA’-RESISTENZA) E CON LA TENSIONE(LAVORI SU VELOCITA’-ASSISTENZA)SU BASE SETTIMANALE.QUESTI SCATTI DOVREBBERO TENERE IN CONSIDERAZIONE LA FREQUENZA BRACCIATA E RESPIRAZIONE IN GARA.
- IL VELOCISTA PUO UTILIZZARE ESERCIZIO SULLE VIRATE COME ESERCIZI PER LA VELOCITA’.
- IL BRAVO VELOCISTA DEVE AVERE DEGLI ADDOMINALI FORTI(FACENDO ADDOMINALI OGNI GIORNO).
- IL VELOCISTA NON DEVE RESPIARE BILATERALMENTE NE DEVE RESPIRARE TROPPO IN UNA GARA SUI 50 M.IL NUOTATORE DEVE SAPERE ESATTAMENTE QUANTE VOLTE RESPIRARE.IL PROGRAMMA DI UN VELOCISTA DEVE INCLUDERE ESERCIZI SUL CONTROLLO DELLA FREQUENZA DI RESPIRAZIONE SU TUTTI GLI SCATTI SUI 50M O MENO.
- SE AVETE QUALCHE DUBBIO DURANTE IL TAPERING DI UN VELOCISTA,L’ALLENATORE DOVREBBE DARE PIU RIPOSO ALL’ATLETA.
- IL VELOCISTA DEVE OTTENERE LA MASSIMA VELOCITA’ NELLE PRIME DUE BRACCIATE.FACENDO ALLENAMENTO SULLE PARTENZE IN GARA,IL NUOTATORE DOVREBBE OTTENERE LA FREQUENZA DI BRACCIATA DALLA PRIMA BRACCIATA CHE ESCE DALL’ACQUA PER SVILUPPARE QUESTA ABILITA’.IL NUOTATORE DEVE COMPLETAMENTE CONCENTRARSI SULLA BRACCIATA CHE ESCE DALL’ACQUA PERCHE LA CAPACITA DI RAGGIUNGERE LA MASSIMA VELOCITA’ PUO DETERMINARE IL SUCCESSO O MENO DELLA GARA STESSA.EFFETTUARE PARTENZE USANDO UNA PALETTA SULLA MANO CHE USA IL NUOTATORE PER PRIMA IN FASE DI TRAZIONE E’ UN BUON ESERCIZIO PER MIGLIORARE LA BRACCIATA CHE ESCE DALL’AACQUA.
- L’ALLENATORE DEVE ASSICURARSI CHE I VELOCISTI FACCIANO SOVRACCARICHI AD ALTA VELOCITA’ SU GAMBATE,TRAZIONE,NUOTATA ED ESERCIZI.QUESTI SOVRACCARICHI POSSONO ESSERE INCLUSI DURANTE IL RISCALDAMENTO O IL DEFATICAMENTO.UNA BUONA STRATEGIA E’ QUELLA DI ALTERNARE L’USO DI QUESTI SOVRACCARICHI DA UN ALLENAMNETO ALL’ALTRO.LA VELOCITA’ IN RISCALDAMENTO SVILUPPA VELOCITA’.LA VELOCITA’ IN FASE DI DEFATICAMENTO SVILUPPA RESISTENZA SPECIFICA IN GARA E UN PO DI VELOCITA’.
- I VELOCISTI DOVREBBERO PASSARE PIU’ TEMPO AD ALLENARE LA RESISTENZA IN VELOCITA’ PIU DI ALTRI NUOTATORI.
- I VELOCISTI DOVREBBERO MANTENERE UN VOLUME COSTANTE IN ALLENAMENTO DI 40-55 CHILOMETRI A SETTIMANA,MANIPOLANDO L’INTENSITA’ TOTALE DI OGNI SETTIMANA DI ALLENAMENTO.
- ALLENAMENTI CON STAFFETTE VELOCI SONO UN MODO PERFETTO PER SVILUPPARE LA VELOCITA’ E QUESTO ESERCIZIO PUO ANCHE INCLUDERE VIRATE ED ARRIVI.
- UNA VOLTA LA SETTIMANA L’ALLENATORE DOVREBBE PROGRAMMARE UNA SESSIONE A CIRCUITO PER IL VELOCISTA.SCATTI CON ELASTICI(VELOCITA’ ASSISTITA),NUOTATA TRATTENUTA(VELOCITA’ RESISTITA),GAMBATE VELOCI IN VERTICALE,TRAZIONE(CON SECCHIO,SPUGNE),SCATTI CON MONOPINNA,PARTENZE CRONOMETRATE E VIRATE CRONOMETRATE POTREBBE FORMARE IL CIRCUITO.
- GLI ALLENATORI DOVREBBERO INSISTERE PER AVERE UNA GAMBATA A SEI BATTUTE IN TUTTE LE SERIE A PASSO GARA E VELOCI DURANTE L’ALLENAMENTO.MOLTI VELOCISTI ESAGERANO NELLA GAMBATA E POTREBBERO TRARRE BENEFICIO DA UNA RIDUZIONE NELLA GAMBATA.
- ESERCIZI SULLA REMATA POTREBBERO AIUTARE IL NUOTATORE A SVILUPPARE LA SUA SENSIBILITA’ ALL’ACQUA.NUOTARE CON GLI OCCHI CHIUSI O AL BUIO PUO AIUTARE IL NUOTATORE A SVILUPPARE QUESTA SENSIBILITA’.INSEGNARE IL MODO SBAGLIATO PRIMA DI INSEGNARE IL MODO CORRETTO A VOLTE FUNZIONA BENE.
- MEGLIO ME’ L’IDRODINAMICITA’ DEL NUOTATORE ,MENO E’ LA DISTANZA CHE DOVRA’ NUOTARE.I NUOTATORI DOVREBBERO CERCARE DI EVITARE TURBOLENZE NELL’ACQUA DOPO LA VIRATA CON UNA OTTIMA IDRODINAMICITA’ E DISTANZA DAL MURO DOPO LA SPINTA,IL TUTTO CON VELOCITA’.GAMBATE A DELFINO DOPO LA SPINTA DAL MURO SERVONO PER MANTENERE LA VELOCITA’,NON SOLO PER LA DISTANZA.
Velocisti: un modello italiano per il nuoto di alto livello
Allenamento di alto livello
Sviluppati i presupposti generali, attualmente ciò che identifica l’allenamento di alto livello è l’allenamento della gara tramite la riproduzione in allenamento della gara o di parti di essa (ritmi di gara). Per costruire un modello di lavoro si parte dall’identificazione precisa della gara che vogliamo realizzare (gara obiettivo) e del tipo di atleta che abbiamo.
Quando si parla di atleti di alto livello si intendono atleti con basi di lavoro consolidate da anni di allenamento.
Questi atleti hanno una base di lavoro ormai stabile, tale per cui possono iniziare a lavorare sulla costruzione della gara fin dall’inizio della preparazione, anche se devono sempre mantenere, se necessario ricostruire, un livello di preparazione generale adeguato al volume del lavoro specifico che si deve sviluppare.
A questo livello prima di iniziare l’allenamento vero e proprio bisogna analizzare alcune parametri. Si analizza tecnicamente la gara migliore mai nuotata in ogni dettaglio da partenza, virata e arrivo, all’analisi delle frequenze di bracciata e della velocità 25 x 25, così da avere un punto di partenza chiaro, obiettivo, definito. Si analizza il percorso tramite il quale si è arrivati a quella prestazione prendendo in considerazione diversi fattori come ad esempio:
- tipologia e numero di gare nuotate nella stagione
- quantità di gare nuotate ad alto livello dall’atleta nelle varie fasi della preparazione, dove per alto livello si intende una performance che non si discosta oltre il secondo dalla miglior prestazione su 100 metri
- volumi e le tipologie di lavoro sviluppate nella stagione/i passata/e
- In base a tutte queste valutazioni si costruisce un nuovo modello di prestazione (gara obiettivo) da realizzare nel momento più importante della stagione, lo si condivide con l’atleta, e si definiscono le strategie tecniche, tattiche, fisiologi
che, psicologico competitive per raggiungere questo obiettivo. Molto importante nella definizione della struttura dell’allenamento, soffermarsi ad analizzare la strategia di gara secondo le più moderne concezioni e conoscenze. Ormai da decenni la distribuzione equilibrata dello sforzo ha soppiantato la vecchia concezione di gara che portava a dire all’atleta morto “ci ho provato”. Anche sui 100 metri ormai la differenza ottimale tra primo e secondo 50 si colloca entro i due secondi, non oltre. Ridurre questo valore ed educare a questa distribuzione equilibrata deve essere un obiettivo su cui lavorare. A questo proposito andare a vedere i lavori illuminanti del “maestro” Gianfranco Saini.
Analisi della frequenza di bracciata
È molto interessante notare come le frequenze di bracciata nelle gare veloci dello stile libero siano molto simili in tutti i nuotatori. Anche nei giovani le frequenze sono sostanzialmente le stesse. Quello che cambia notevolmente dai giovani agli assoluti e dai nuotatori migliori agli altri è la lunghezza della bracciata (ampiezza). Si può assolutamente dire che l’ampiezza della bracciata è il fattore più importante nell’analisi della tecnica della bracciata e quello su cui bisogna lavorare di più, sia con gli atleti evoluti che con i giovani. Essendo molto più immediato, sia in gara che in allenamento, registrare la frequenza di bracciata (basta un cronometro), oppure contare le bracciate per vasca, dobbiamo inserire questo parametro nella valutazione della gara o dell’allenamento. Incrociando il tempo con la frequenza, abbiamo, come già detto, l’ampiezza di bracciata. Verificarne l’andamento nella gara, confrontarne i valori durante l’anno, oppure farlo in allenamenti durante i quali vogliamo riprodurre l’andatura di gara ci dà un chiaro indice di efficienza tecnica. Nella tabella a pagina 9 vediamo i valori medi di frequenza di bracciata con i quali si nuotano i 50, 100, 200 metri.
In questa tabella vediamo che tra le frequenze di bracciata medie dei 50 metri e quelle dei 200 metri ci siano circa 20 cicli al minuto di differenza. Questa differenza fa sì che, pur essendo sempre stile libero, siano tecniche diverse che necessitano di allenamenti e caratteristiche fisiche profondamente diverse. È evidente che in allenamento sarà molto più semplice riprodurre il ritmo gara dei 200 metri, piuttosto di quello sui 100 o ancora di più sui 50. Per fare questo bisognerà utilizzare distanze, recuperi, serie appropriate. È opportuno ricordare che storicamente nel nuoto ci sono stati atleti in grado di nuotare degli ottimi 50 pur venendo dai 200 ed oltre, mentre non si hanno notizie di atleti che dai 50 siano arrivati ai 200.
Questo a mio parere è la dimostrazione che non essendo nel nuoto le applicazioni di forza così elevate, se si è in possesso di certe caratteristiche fisiche, ma soprattutto di una tecnica efficace ed efficiente, anche un mezzofondista può arrivare ad essere veloce nel nuoto. Questo dimostra che la tecnica è il fattore assolutamente più importante di tutti quando si parla di velocità e per cui è questo fattore che dobbiamo mettere al centro del processo di allenamento.
Analisi delle frequenze di gara nei 50-100-200 sl
50 | 100 | 200 |
60/65 c/m | 50/55 c/m | 40/45 c/m |
difficile riprodurre per tanto tempo in allenamento la nuotata di gara dei 100 e ancora di più sui 50
Divisione velocisti puri e resistenti
Gli atleti che eccellono sui 100 e arrivano dai 200/400 sono chiamati velocisti resistenti, quelli che arrivano dai 50 sono chiamati velocisti puri. Questi nuotatori devono essere allenati in modo diverso per poter esaltare al meglio le loro caratteristiche. Ovviamente nell’allenamento ci sono punti di contatto, ma anche differenze importanti. Nella tabella a lato si analizzano le differenza dal punto di vista fisiologico. Balza agli occhi soprattutto un dato e cioè l’importanza del del meccanismo aerobico che anche nei 50 conta al 20- 25%. Ovviamente il meccanismo aerobico diventa essenziale per poter chiudere forte, negli ultimi metri di un 50 o negli ultimi 25 del 100. Nel 200 l’incidenza intorno al 60-65% lo rende il meccanismo più importante. Queste differenze spiegano ulteriormente perché non è possibile per uno specialista dei 50 passare ai 200. Le caratteristiche fisiologiche necessarie per nuotare un 200 non sono quelle tipiche del velocista.
Come si allena in Italia e nel mondo il velocista resistente?
Velocisti puri-resistenti
Differenze 50-100-200-stile
50 SL | 100 SL | 200 SL | |||
An.Al | 23-28 % | An.Al | 13-20 % | An.Al | 10-12 % |
An.L | 46-54 % | An.L | 42-49 % | An.L | 26-30 % |
Ae. | 20-2 % | Ae. | 33-40 % | Ae. | 59-66 % |
Culturalmente questo tipo di velocista è quello che sappiamo gestire meglio essendo la nostra tradizione natatoria sicuramente più specializzata nell’allenamento del mezzofondo, ed essendo l’allenamento di questo tipo di nuotatore, almeno in certi momenti, assimilabile anche se non sovrapponibile, a quello del nuotatore dei 200/400.
Anche la struttura dell’allenamento adatta a questo tipo di nuotatore è simile a quella di un 200/400, pur se con opportune differenze. Normalmente si utilizza una periodizzazione classica con tre/quattro cicli, ognuno dei quali propedeutico per il successivo e ognuno dei quali più specifico dal punto di vista della costruzione della gara.
I cicli coincidono generalmente con gli europei di vasca corta posizionati a dicembre, gli assoluti primaverili generalmente posizionati tra marzo e aprile ed infine con la manifestazione estiva principale. Alcune volte si rende opportuna una verifica intermedia nell’ultimo ciclo di solito coincidente con il Sette Colli. Si divide ogni ciclo in quattro periodi, ripresa, generale, specifico, gara. Semplificando si può dire che questo tipo di nuotatore si allena come un duecentista fino a quando, ottenuti gli adattamenti aerobici necessari, si sviluppano gli adattamenti specifici per i 100.
Differenze tra Italia e resto del mondo
Nel mondo molti atleti con queste caratteristiche si allenano con strutture dell’allenamento simili, ma con molta più attenzione all’aspetto tecnico di quanto facciamo generalmente noi in Italia. Tecnica della nuotata, di partenza, di virata, di arrivo, sono molto più curate. Fin da piccoli si insiste su questi aspetti tecnjci dedicandogli molto tempo.
È difficile andare in squadre americane o australiane e vedere atleti che non arrivano correttamente, sempre toccando il muro, non eseguono le virate con attenzione, e non lavorano sulle partenze con continuità dall’inizio dell’anno.
Inoltre sono molto più attenti alla tecnica della nuotata, per la quale hanno esercitazioni ricche e variate, utilizzano molta varietà negli allenamenti dove usano generalmente più di noi pinne, tubi, pinnette, palette, mezze palette e chi più ne ha ne metta.
Queste esercitazioni inserite nell’allenamento sono, secondo me, molto importanti perché la varietà degli stimoli aiuta dal punto di vista mentale e tecnico. Sull’utilizzo e sulla validità di questi ausili didattici c’è molto da dire, ma non è questo l’argomento. Dove ci sono molte differenze, sostanziali differenze, è nell’allenamento del velocista puro. Questo è un atleta che noi non abbiamo ancora inquadrato bene. Anzi credo che storicamente ne abbiamo sacrificati molti sull’altare della soglia…
Allenamento velocista puro
Questo tipo di atleta va portato a nuotare i 100 senza snaturare le sue caratteristiche di velocista Con atleti evoluti in molte parti del mondo si sta sviluppando il modello chiamato “periodizzazione inversa”.
Allenare fin da subito la gara attraverso allenamenti specifici. Questo è un tipo di allenamento rischioso e non indicato per atleti giovani.
Allenamento del velocista puro
Questi atleti sono quelli che “muoiono” nella seconda parte di gara. L’obiettivo dell’allenamento è quello di ritardare sempre di più il momento di crisi. Bisogna costruire la seconda parte di gara senza snaturare le caratteristiche di questi atleti. Ciò vuol dire che dobbiamo pensare in maniera completamente diversa rispetto a quanto facciamo con i mezzofondisti o i fondisti. L’allenamento va costruito utilizzando lavori specifici fin dall’inizio, così da sfruttare la naturale brillantezza di questi atleti, e portarli, con il créscere della condizione, a nuotare volumi di lavoro maggiori. Il parametro vero da tenere sotto controllo è quello tecnico e quando il nostro atleta non riesce a mantenere una tecnica corretta sia nei lavori specifici sia in quelli a bassa intensità, bisogna fermarsi o aumentare le pause o diminuire le distanze… Il controllo dell’allenamento passa dalla verifica dell’ampiezza e dalla frequenza di bracciata, dall’attenzione ai particolari, più che da un mero calcolo dei volumi di lavoro percentuali ecc. ecc. La tecnica in ogni suo aspetto è realmente al centro dell’allenamento anche nella determinazione dei carichi di lavoro.
Da tutte queste considerazioni nasce l’idea di “periodizzazione inversa”. Questo sistema di lavoro iniziò ad essere utilizzato qualche anno fa da allenatori inizialmente guardati con sospetto, ora è molto più diffuso e accettato. Questo modo di impostare il lavoro è chiaramente adatto ad atleti maturi con anni di allenamento alle spalle ed è comunque molto rischioso, richiede allenatori con esperienza e un ottimo grado di conoscenza dell’atleta. NON È ADATTO per i giovani anche se con caratteristiche da velocista.
È un approccio all’allenamento sicuramente diverso da come viene affrontato generalmente nelle nostre piscine. Dopo aver visto alcuni di questi tecnici lavorare in questo modo e ottenere risultati importanti, ho iniziato a fare riflessioni del tipo: perché in Italia non abbiamo o quanto meno facciamo fatica a gestire specialisti della velocità, mentre abbondiamo di mezzofondisti? Perché i nostri nuotatori generalmente sono meno bravi nelle fasi tecniche? Può essere solo dovuto a mancanza di talenti? A chi non è mai capitato di avere velocisti che dopo pochi giorni di lavoro volavano e dopo mesi di allenamento arrancavano? Quante volte si sente dire di velocisti che nuotano pochissimo e vanno fortissimo? Gli altri hanno culo e noi no, gli altri sono alti e noi no, gli altri sono tanti e noi pochi, gli altri hanno gli impianti e noi no, gli altri guadagnano e noi no… Non mi sono mai bastate come giustificazioni. Non sarà che sbagliamo qualcosa?
Questo mi è sempre sembrata la domanda da farsi. Così ho deciso, con l’appoggio di Marco Bonifazi, di studiare quest, asper. Abbiamo iniziato a radunare * velocisti e fargli fare de test Abbiamo iniziato a fare ciclicamente dei test a tutti i velocisti italian . I test consistevano e consistono ancora oggi in un 100 con il tuffo e registrazione oltre del tempo 25x, del picco di lattato e della frequenza di bracciata 25x, e il giorno dopo 15×100 ogni 5 più veloci anche qui con registrazione dei tempi, frequenze di bracciata e lattato ogni 5×100. Uno in particolare ci ha dato motivi di riflessione. Abbiamo fatto gli stessi test ma ad inizio stagione in situazione di detraining, dopo una sola settimana di allenamento. I risultati sono stati inattesi, infatti tutti i velocisti nuotarono molto veloce, nell’ordine del secondo in più rispetto allo stesso test fatto durante l’anno nel 100 con il tuffo (risultato, inatteso), con lattati leggermente più bassi (risultato parzialmente atteso, ci aspettavamo più differenza come effetto dell’allenamento), ma soprattutto lo fecero con una frequenza leggermente minore e con un’ampiezza di bracciata decisamente maggiore (risultato inatteso assolutamente). Erano invece più in difficoltà nel test aerobico, ovviamente. Abbiamo fatto molte considerazioni su questi test; le principali sono state:
- con l’allenamento volto a ricercare il miglioramento dei parametri condizionali come abitualmente si fa nella nostra scuola tecnica, sembra esserci, nel velocista, un impoverimento tecnico dato dall’allenamento stesso
- il velocista è in grado di nuotare fin da subito bene a ritmi gara
- gli adattamenti aerobici costruiti nel tempo sono stabili e sufficienti in molti casi per una prestazione sui 100. Questi vanno migliorati e consolidati, ma con opportune attenzioni.
Da queste considerazioni che il velocista possa lavorare sui ritmi gara fin dai primi allenamenti, ovviamente con carichi adattati allo stato di allenamento, e come il gesto tecnico debba essere il parametro di valutazione di ogni allenamento non ci sembrò più solo un’invenzione di qualche tecnico eccentrico, ma qualcosa di più serio. Inutile abbassare gli intervalli, aumentare le distanze o le serie se per fare questi allenamenti il nostro velocista deve accorciare la bracciata o non essere preciso ed efficace nei particolari tecnici (partenze virate arrivi)… Fatti e analizzati tutti questi test per anni, chiedendo a tantissimi tecnici ed atleti come lavorano, sperimentando, provando varie programmazioni su atleti diversi, siamo ora in grado di presentare un modello nostro, italiano, di preparazione del velocista.
Alcune situazioni sono simili a quanto fatto sempre in Italia, altre prese dai nostri modelli di comunicazione e altre modificate significativamente.
Modello “ITALIANO” di allenamento per i velocisti
Modello Italiano
Periodizzazione classica in tre/quattro cicli, ognuno dei quali propedeutico per il successivo. Determinazione obiettivo tecnico annuale individuale (“gara obiettivo”), es. 100 si 50″5 (24″5-26″) freq. 53-52-52-52.
Costruire fin da subito la “gara obiettivo” attraverso allenamenti specifici. Divisione in tre periodi: ripresa – specifico – di gara.
- Periodizzazione: ottima la divisione in tre o quattro cicli. Almeno uq paio di verifiche del lavoro prima dell’appuntamento più importante della stagione sono ormai inserite da tutti i velocisti di livello internazionale.
- Determinazione gara obiettivo: come già detto bisogna partire dalla gara che vogliamo realizzare a fine stagione e lavorare su questo modello tecnico e prestativo • lavorare fin dall’inizio sulla gara obiettivo utilizzando accorgimenti riassunti nella tabella sotto.
Nella strutturazione del ciclo di lavoro il periodo di preparazione generale viene ad essere eliminato. Non è però eliminata la necessità di avere atleti con un livello di preparazione generale buono, cosa che deve essere mantenuta e/o costruita contemporaneamente alla costruzione degli adattamenti specifici come già abbondantemente detto in precedenza.
I recuperi e le distanze devono essere adeguati all’intensità richiesta e al grado di preparazione. Principio del “recupero se necessario”.
Nella settimana una giornata più la domenica deve essere di recupero.
II modello tecnico è il riferimento di ogni seduta specifica e non.
Con il crescere della condizione deve crescere il numero delle ripetizioni o aumentare la lunghezza delle stesse a parità di tecnica. Palestra: se possibile al mattino e prima di nuotare e, se possibile, collegando immediatamente dopo esercitazioni specifiche in acqua.
Nella tabella a sinistra sono importantissimi i punti relativamente al “recupero se necessario” che altro non vuol dire che iniziando lavori specifici presto e sviluppando un livello di specificità crescente, è possibile che si renda necessario recuperare prima del previsto, oppure nel caso di atleti molto adattati, dopo. In questo modo si inseriscono giornate o cicli di recupero quando l’atleta ne ha bisogno, non secondo un modello predefinito. Questo richiede un ottimo feedback atleta – allenatore e una buona esperienza del tecnico per capire quando, come e per quanto tempo, far recuperare il nostro atleta.
Importante è la giornata di recupero durante il microciclo settimanale, oltre la domenica. Essendo importante esprimere livelli di specificità elevati nelle sedute, i nuotatori devono essere in grado di farlo quando richiesto. La giornata di recupero posta a metà settimana permette di ripristinare le energie perse nella prima parte della stessa, così da poter lavorare ad alto livello anche nella seconda parte.
In questo giornata di allenamento (opportuno svolgere solo una seduta) non deve essere proposto niente di impegnativo fisiologicamente, al limite porre l’accento su aspetti tecnici. È fondamentale, durante le sedute di recupero, proporre lavori adeguati, con i quali il nuotatore recuperi veramente. Soprattutto con i velocisti puri è facile andare oltre e “sforare”. Questo non consente il completamento degli adattamenti e porta ad un rapido esaurimento psico-fisico. Infine per quanto riguarda l’attività in palestra, non esistono velocisti di alto livello che non svolgano un adeguato lavoro a secco. Diverse possono essere le filosofie che ispirano questo lavoro, ma sulla sua utilità non ci sono più dubbi.
Senza entrare nel merito della preparazione a secco, l’allenamento della forza nelle sue varie espressioni diventa determinante quando si è in grado di applicarla correttamente ed efficacemente in acqua.
La collocazione dell’allenamento in palestra è un argomento dibattuto tantissimo e non sempre risolvibile come si vorrebbe, perché le esigenze di impianto sono quasi sempre vincolanti. Fare la palestra da freschi e abbinare subito dopo esercitazioni in acqua che permettono una trasformazione immediata in acqua del lavoro fatto a secco completando gli adattamenti è, secondo me, un ottimo sistema di lavoro da sviluppare, se possibile, una o due volte alla settimana.
Bisogna pensare come se fosse una seduta unica che inizia in palestra e finisce in acqua.
Tipi di lavoro
Cercando di codificare le tipologie di lavoro che si utilizzano nell’allenamento del velocista le principali sono quelle esposte nella tabelle di seguito:
Quattro categorie di lavoro:
Aerobica facile
Aerobica intenso (B3)
Ritmi di gara
“Dettagli”
Aerobico facile
Serie classiche: non più di 2000-2400 mt. Il parametro di controllo oltre a lattacidemia, frequenza cardiaca, etc… deve essere la verifica che tecnica nuotata e la realizzazione dei “dettagli” rimangono inalterati nella serie.
Quindi distanze adeguate con recuperi adeguati
Serie miste (ex-gambe- braccia-pinnette/palette…): con la strutturazione di serie di questo tipo si possono fare anche volumi maggiori senza correre il rischio di esagerare con l’intensità.
Nello svolgimento di questo tipo di lavoro, che noi italiani padroneggiamo bene si evidenziano le differenze più grandi tra i due tipi di velocisti, e quindi bisogna in questo ambito differenziare il più possibile.
Il velocista resistente, facendo attenzione a che la tecnica rimanga invariata nella serie, potrà realizzare delle serie strutturate in maniera classica.
Con il velocista puro invece si dovrà fare più attenzione che a fine serie non si sia andati oltre l’intensità aerobica cosa molto facile.
Quindi strutturare lavori con distanze e recuperi adeguati ed eventualmente utilizzare lavori misti come riportato in tabella, ma della lunghezza giusta per sviluppare comunque degli adattamenti in tal senso.
Aerobico intenso (B3)
Tipo di allenamento che potremmo definire un V02 max che sconfina più o meno rapidamente nella tolleranza lattacida (in letteratura viene definito overload training o aerobic overload).
es. 12×100 1’50”-30×50 1′ 8V-2L..
Volume lavoro: estremamente variabile tra 1000 e 1800 dipende se intensità più vicina al V02 o alla tolleranza.
Recupero: rapporto lavoro- recupero circa 1:1. Lattacidemia: crescente nel tempo da 5 al max. Frequenza cardiaca: crescente fino alla max. nella serie.
L’ho chiamato B3, lascio ai teorici come chiamare o collocare metabolicamente questo tipo di lavoro. Questo è un lavoro di resistenza specifica che cerca di riprendere quanto succede in una gara ideale, dove al passaggio del 50 abbiamo una lattacidemia intorno al 60-70% del totale, per un ritardo di attivazione del sistema aerobico durante la gara (quindi 9/10 mmol/l per uno che accumula 15-16 alla fine). Il secondo 50 viene nuotato con una concentrazione di lattato che cresce da quel valore al massimo. L’ideale è arrivare ad esaurire tutto il potenziale negli ultimi metri di gara, e non troppo presto cosa che potrebbe compromettere il risultato finale. Questo è il presupposto per cui fare il B3: stimolare II sistema aerobico ai livelli che si troveranno nel secondo 50 cioè quando l’aerobico do- vrebbesupportare fortemente il ritorno.
Con questo tipo di lavoro si creano i presupposti specifici per la costruzione di un secondo 50 ottimale. È possibile modulare l’intensità molto bene nelle serie e nel ciclo.
I recuperi più alti, abbinati ad un’adeguata intensità, rispetto a quelli utilizzati nel lavoro di VQ2 max, permettono, se desiderato, di sviluppare volumi di lavoro consecutivo maggiore e di porre più attenzione ai dettagli (part-vir-arr). Ovviamente dalla velocità con cui questo lavoro entra nel campo della tolleranza lattacida, dipende la lunghezza della serie. In una progressione ideale di lavoro ad inizio ciclo si svilupperanno volumi importanti arrivando alla produzione di lattato massimale gradualmente e a fine serie, mentre a fine ciclo il lavoro sarà più breve e più simile a una tolleranza lattacida. Si cercherà sempre di arrivare gradualmente alla max produzione di lattato, ma molto più rapidamente.
Esempio di progressione:
progressione utilizzata e realizzata da Magnini e Dotto nell’anno 2010-2011. I tempi sono quelli di Filippo; Luca da velocista puro quale è, faceva questo lavoro con andature più alte nell’ordine di 3-4 sec. all’Inizio dell’anno e progressività maggiore. Alla fine dell’anno le differenze si sono ridotte a 1-2 sec. con la stessa progressività.
-20×100 1 ’45” con andature in progressione da 1 ’03” a 58″ nella serie
-20×1008/da 1’02a 58″ogni 1 ’45” – 2×100 ree. ogni 1 ’45” – 5 / da 1’02 a 56″ – 2×100 ree. ogni 1 ’45” – 4 / tutti tra 57″ e 56″ ogni 2′
-20×100 ogni 1 ’45” 4 veloci- 1 di recupero ogni blocco più veloce 17 1 ’00” -2°/ 58″ – 3° / 57″ – 4/ più veloce possibile
-20×100 ogni 2′ 4 veloci in progressione 1-4-1 di recupero quelli veloci da T00 a 56″ ultimo giro da 1 ’00” al max (chiuso in 53″)
-15×100 5 veloci ogni 1 ’45” in progressione da 1 ’00” a 56″ – 1 di recupero ogni 2′ – 4 veloci ogni 1 ’50” da 59″ a 56″ – 1 di recupero 2′ – 3 veloci ogni 2′ più veloci possibile (da 56″ a 54″)
-12×100 4 veloci ogni 1 ’45” progressione da 59″ a 56″ – 1 di recupero a 2′ – 3 veloci ogni 1 ’50 da 58″ a 55″5-1 di recupero a 2′ – 2 più veloci possibile a 2′ (55″ e 53″5)
-12×100 3 veloci ogni 1 ’45” progressione – 1 di recupero 2′ – da 59″ a 56, da 58″ a 56″, da 57″ a 54″
Quando inserirlo nel ciclo di lavoro?
In un ciclo di quattordiciquindici settimane inserirlo dopo le prime tre-quattro settimane di lavoro, non appena si vede che i nostri atleti sono in grado di reggere un lavoro di questo tipo, e aumentare il grado di specificità secondo obiettivi nel corso delle successive cinque-sei settimane per poi non utilizzarlo più nelle ultime settimane.
Ritmi di Gara
Ritmi di gara meccanici Ritmi di gara metabolici C4
Ritmi di gara meccanici
Dai 200 compresi in su riprodurre in allenamento le andature gara al fine di migliorare la resa meccanica ed ottimizzare la sinergia metabolica è relativamente facile;
nei 100 metri è molto difficile e le distanze migliori sono quelle dai 35 metri in giù. Ottimi allenamenti in vasca da 25.
Ritmi gara meccanici
L’obiettivo di questo lavoro è OTTIMIZZARE TRAMITE LA RIPETIZIONE LA NUOTATA DI GARA.
Per un nuotatore di fondo o mezzofondo è molto semplice realizzare in allenamento senza troppo sforzo le andature di gara. Pensiamo a un nuotatore che ha come record 15′ nei 1500 metri nuotare sui 50 metri 30″(ai piedi) oppure 1’00″(ai piedi) è molto semplice e lo farà facilmente anche con allenamenti che non hanno questo obiettivo specifico. Per il velocista questo è più difficile. In nessun allenamento dalla potenza aerobica in giù si realizza questo. Con questo tipo di allenamento si costruiscono delle serie di lavoro poco impegnative metabolicamente, quindi utilizzando distanze, volumi e recuperi adeguati, dove viene richiesto di nuotare esattamente come si immagina il nostro nuotatore debba nuotare in gara. Es: 16-20-24-..x25 ogni 40″ da nuotarsi 3 lenti e 1 r/100 Come calcolo il ritmo di gara? Lo calcolo partendo dall’analisi tecnica dell’atleta. Es: voglio che il mio nuotatore nuoti 48″ in vasca lunga, quanto dovrà nuotare per ogni 25?
Qualcuno direbbe 48″: 4 = 12″… sbaglierebbe perché un nuotatore in grado di fare 48″ nei 100 metri nuota 12″ in maniera completamente diversa da come lo nuota in gara dove lo nuota quattro volte consecutive circa. Il ritmo gara è quello dove per 25 metri si nuota alla stessa frequenza di bracciata che si usa in gara. A questa frequenza sarà abbinato un tempo, il miglioramento del quale comporterà, a parità di frequenza, un miglioramento dell’efficienza e quindi della tecnica, che è poi l’obiettivo di questo tipo di allenamento.
Ritmi gara metabolici
Qui si entra di fatto nell’esecuzione di allenamenti anaerobio classici. La differenza rispetto alla tipologia di lavoro precedente è che oltre a ripetere l’andatura della gara, obiettivo sempre da conseguire, utilizzeremo recuperi, volumi e distanze diverse, con un conseguentemente maggiore impegno metabolico. Ottime sono serie di 25 – 50 (oltre è molto difficile andare) per la costruzione del secondo 50 di gara. In queste serie il recupero deve essere il più basso possibile a condizione di permettere un esecuzione corretta tecnicamente dello scatto. Se l’esecuzione non è adeguata e soddisfacente va rimodulato il recupero e/o la distanza per consentire al nostro atleta di nuotare efficacemente. Esempio:
io volevo portare Dotto a nuotare 48″00 con una gara così 23 “-25”
Nuotare in allenamento 23″ al via ed ai piedi non è molto facile se non si utilizzano distanze più brevi e volumi ridotti, di fatto questo si costruisce con allenamenti di velocità.
Per il secondo 50 ho inserito serie varie da 50 metri ripetuti per n volte.
A febbraio ho fatto svolgere un semplice test e cioè: (6×50 ogni 2′ dove doveva nuotare 25″ dal primo e cercare di nuotarlo sempre. Registravo la frequenza di bracciata ogni 25 metri.) x 2 intervallati da 600 di recupero. La prima volta che ha fatto questo test (febbraio) ha nuotato la prima serie in: 24″6 – 24″8 – 25″ – 25″1 – 25″4 – 26″ con frequenze di bracciata media di 54 a fine anno (fine giugno) nuotava la prima serie di questo test così: 24″3 – 24″4 – 24″7 – 24″7 – 25″ – 24″6 con frequenza di bracciata media di 52 Durante l’anno è arrivato a nuotare in una singola seduta fino a 16×50 organizzati in vario modo tra 24″3 e 25″3 A fine anno a Shangai ha nuotato 48’24 in 22″99 – 25″25 con il secondo 50 nuotato con frequenza da 53 a 52. Manca ancora qualcosa…
C4 ovvero ripetizione della gara in allenamento
C4
Allenamento dove si effettua la “gara”.
Seduta di allenamento dove dopo un riscaldamento pre-gara si effettua la gara una o pù volte (max 3 volte).
Si può ripetere mattina e pomeriggio simulando quello che succede nelle competizioni.
1 | 1 | 2 | 1 | 3 |
1 | 2 |
Esempio di progressione:
Il velocista, lo credo qualsiasi tipo di nuotatore, deve essere abituato e contento di gareggiare anche in allenamento. Questo è l’allenamento più specifico che possiamo fare in certi periodi. Spesso non possiamo perdere giorni di allenamento per andare a gareggiare fuori, oppure non ci sono gare adeguate in quel momento, quindi diventa necessario programmare questo tipo di allenamento.
Lo si può organizzare arrivando a simulare quello che l’atleta dovrà fare a fine stagione e arrivandoci per gradi. Se dovrà a fine stagione essere in grado di fare la batteria al mattino, al pomeriggio la semifinale e la staffetta, tutto ovviamente al massimo, dovrà aver provato e fatto altre volte questo. Nella tabella precedente abbiamo una progressione per arrivare a questo obiettivo. Anche qui la registrazione di tempi, frequenze di bracciata e lattato, mi darà modo di confrontare e testare la condizione del mio atleta.
Allenamento dei “dettagli”
“Dettagli”
Partenza – virata – arrivo
lo considero per partenza i primi 15 metri, per virata gli ultimi 5 metri del 1° 50 e I primi 5 del 2° e per arrivo gli ultimi 5 metri. In queste fasi non bisognerebbe respirare… Questo necessita di un allenamento specifico.
Totale di queste fasi 30 metri…quasi un terzo di gara…
Max cura di questi “dettagli”.
In questi, chiamiamoli dettagli, siamo assolutamente indietro rispetto al resto del mondo.
Bisogna insegnarli in maniera corretta e poi insistere, insistere, insistere che vengano realizzati sempre in allenamento, continuamente, da quando entrano in acqua a quando escono, da quando hanno 5 anni a quando ne hanno 35 o più. Solo insistere senza insegnarli non serve, insegnarli, ma non esigere che vengano fatti è altrettanto inutile. Come spiegato nella tabella contano per II 30% della gara, tantissimo.
Lavoriamo su questi aspetti con continuità, facciamo vedere ai giovani come si eseguono questi particolari, trasmettiamogli interesse e insistiamo giorno dopo giorno. Saremo ripagati da questo lavoro in maniera esponenziale con il passare del tempo. Ricordiamo inoltre che se non educheremo i nostri giovani atleti a fare questo difficilmente riusciremo a farlo dopo, o comunque non saremo efficaci come avremmo potuto.
Allenamento delle GAMBE
Gambe
Nella velocità si usano al massimo entrambi I motori di cui disponiamo: le gambe e le braccia. Non esiste velocista che non le usi per tutti I 100 metri quindi vanno alenate secondo un programma preciso ed intenso sia tecnico-coordinativo che condizionale.
L’allenamento delle gambe
- metodiche classiche (non aver paura di sviluppare volumi elevati)
- esercitazioni tecniche solo a gambe
- quinto stile
- gambe in verticale con e senza sovraccarichi
- un velocista è molto forte di gambe quando sui 75 avvicina il tempo gara dei 100 e sui 150 avvicina il tempo gara dei 200
- si raggiungono le stesse concentrazioni di lattato che si raggiungono nel completo.
Anche per quanto riguarda l’uso delle gambe bisogna cambiare filosofia. Ancora oggi sono troppe le realtà in Italia che non allenano adeguatamente le gambe. Nel mondo si lavora tantissimo su questo aspetto dell’allenamento.
Anche qui bisogna iniziare insegnando la tecnica della battuta di gambe (non darla per scontata) e poi si deve costruire un programma adeguato parallelo a quello normale.
È interessante il parametro, secondo la mia esperienza, che un nuotatore è forte di gambe quando sui 75 realizza un tempo vicino al record sui 100 metri e sui 150 realizza un tempo vicino al record sui 200. Questo è vero in tutti gli stili tranne che a rana dove questa relazione si perde.
È un obiettivo da trasmettere ai nostri atleti per coinvolgerli e motivarli nell’allenamento di gambe che è molto faticoso se fatto bene, ovvero senza tirarsi alla corsia e cor volumi intensità e recuperi adeguati.
Anche in questo tipo d avo- ro si possono usare svarate tipologie di lavoro, non solo gambe con la tavola. Non è un caso che dove si allenano molto le gambe si e molto forti nel quinto stile, ovvero nelle gambe delfino subacquee. Combinazione il delfino ed il dorso, stili in cui le gambe sono fondamentali sia sott’acqua che nella nuotata, sono gli stili in cui noi siamo più indietro rispetto al resto del mondo…
CHECKLIST PER I MISTI
- IL MISTISTA DOVREBBE COMPLETARE UNA SERIE DI TRAZIONE CON RESISTENZA A DORSO E GAMBE A RANA AD ALTA INTENSITA’ DUE VOLTE LA SETTIMANA.
- INCORPORARE DA 800 M A 1000 M DI FARFALLA IN TUTTI GLI ALLENAMENTI.
- IL NUOTATORE DOVREBBE SEGUIRE SEMPRE L’ORDINE DEI MISTI QUANDO LAVORA,CIOE’ FA-DO,DO-RA,O RA-CRAWL.NON DOVREBBE FARE CRAWL-FA IN SERIE SUI CAMBI.
- LA TECNICA DELLA RANA SUI 400 M MISTI E’ LEGGERMENTE PIU AMPIA E PIU’ PIATTA DI QUELLA USATA PER I 200 M MISTI.L’ALLENATORE E IL NUOTATORE ADATTERANNO LA TECNICA PER IL NUOTATORE,MA L’OBIETTIVO RIMANE QUELLO DI MINIMIZZARE LA RESISTENZA E AUMENTARE L’EFFICIENZA,INVECE DI CERCARE SOLO DI OTTENERE VELOCITA’.
- IL MISTISTA DOVREBBE GAREGGIARE IN TUTTE LE GARE DEI 200 M MISTI E I 400 M MISTI,GLI 800 M E I 1500 M CRAWL REGOLARMENTE.
- L’ALLENATORE DOVREBBE CONFRONTARE I TEMPI SUI 200 M PER OGNI STILE(SECONDO 100 M)CON GLI INTERMEDI DEI 400 M MISTI.
- IL MISISTA DOVREBBE CERCARE DI NUOTARE SEMPRE VELOCEMENTE GLI ULTIMI 15 M DELLE RIPETIZIONI A DORSO IN ALLENAEMNTO.
- TUTTI I MISTISTI DOVREBBERO SVILUPPARE LA BRACCIATA A FARFALLA E A DORSO,E LE GAMBE A RANA E CRAWL.
- GLI ALLENATORI DEVONO INCLUDERE HPE(RESISTENZA AD ALTA INTENSITA’) IN TUTTI GLI STILI NEI LORO PROGRAMMI DI ALLENAMENTO,CIOE’ NELL’ORDINE DI CAMBIO DEI MISTI E EVENTUALEMNTE NEGLI STILI INDIVIDUALI,ALMENO FINO A TRE-QUATTRO SETTIMANE PRIMA DI UNA GARA IMPORTANTE.
- IL MISTISTA DOVREBBE SAPERE IL PROPRIO CONTEGGIO DELLE BRACCIATE,FREQUENZA BRACCIATA E INTERMEDI.EFFICIENZA E’ IMPORTANTE PER CHI NUOTA I 400 M MISTI.
- IL NUOTATORE DOVREBBE INIZIARE A FARE SERIE CONSECUTIVE SUI MISTI A CIRCA DUE – TRE SETTIMANE PRIMA DEL TAPERING,MANTENENDO L’ENFASI SUL SINGOLO STILE IN OGNI ALLENAMENTO.
- DURANTE IL TAPERING,IL RECUPERO DOVREBBE ACCOMODARE LO STILE CHE RICHIEDE IL PERIODO DI RIPOSO E ADATTAMENTO PIU LUNGO,CIOE’ DI SOLITO LA RANA.
- NUOTARE SCIOLTO O IN MODO MODERATOAIUTA IL RECUPERO PIU’ CHE UN TOTALE RIPOSO.IL NUOTATORE DOVREBBE NUOTARE DA 2000 A 3000 METRI ANCHE QUANDO NON E’ IN PROGRAMMA L’ALLENAMENTO.
- FATE DUE SERIE DI TRAZIONE CON RESISETNZA USANDO SOLO ELASTICI OGNI SETTIMANA.
- L’ALLENATORE DOVREBBE VERIFICARE LA FLESSIBILITA’ DELLE ANCHE DEL MISITISTA.
- DURANTE GLI ALLENAMENTI IL MISTISTA DOVREBBE ALLENARSI CON E CONTRO IL MIGLIORE NUOTATORE DI OGNI STILE NEL GRUPPO.
- IL MISTISTA DOVREBBE FARE SERIE A PASSO GARAE DI VELOCITA’ CON ENFASI SUI CAMBI.QUESTO LAVORO E’ ESTREMANTE IMPORTANTE DURANTE LE ULTIME QUTTRO SETTIMANE PRIMA DELLA GARA.
- QUANDO EFFETTUA LA SERIE SUI CAMBIDORSO-RANA ,IL NUOTATORE DOVREBBE RISPARMIARE LE GAMBE NEGLI ULTIMI 25M-15M DEL DORSO PER POI USARLE IN MODO PIU AGGRESSIVO NEI PRIMI 25M RANA.
- I MISTI E’ UNO STILE UNICO E DOVREBBE ESSERE CONSIDERATO COME TALE.OLTRE AD ESSERE CONSIDERATA LA GARA PIU IMPORTANTE PER I NUOTATORI GIOVANI,I MISTI SONO UTILI PER I NUOTATORI JUNIOR E SENIOR IN ALLENAMENTO PERCHE OFFRE A LORO PIU VARIETA’ E UN CAMBIO DI STIMOLO.SIA NUOTATORI CHE ALLENATORI DOVREBBERO CONSULTARE REGOLARMENTE QUESTO CHECKLIST.
Integratori e Sport / Cenni di Nutrizione
FONTE: SPORT E MEDICINA a Cura di www.benessere.com
INTRODUZIONE
Sul piano fisiologico le caratteristiche del motore biologico sono ben definite e sostanzialmente immodificabili.
Il motore biologico, rispetto a quello meccanico, ha una mirabile prerogativa, può infatti funzionare variando il combustibile (o, con terminologia biologica, il substrato) che è rappresentato da grassi, zuccheri, proteine e alcool.
Se trascuriamo l’alcool, alimento non presente in natura, e ci limitiamo a considerare grassi, zuccheri e proteine, scopriamo che la scelta del combustibile è effettuata autonomamente dalle cellule muscolari in base a:
Pertanto, volendo affrontare il problema dell’alimentazione nello sport, bisogna tenere conto delle scelte metaboliche effettuate autonomamente dall’organismo.
La fisiologia ha chiarito con precisione quali sono i consumi energetici relativi alle varie attività sportive (e in quale misura i vari substrati intervengono a fornire il contributo calorico. Lo stesso ragionamento vale anche per un altro aspetto che tipicamente caratterizza le attività sportive e cioè l’equilibrio idrico e salino. E’ ben noto che le attività sportive, in particolare in determinate condizioni ambientali, comportano sudorazione, il quesito è dunque quanto bere e cosa? Alcuni casi possono essere difficili da trattare in quanto escono dall’ambito della normalità gestibile in base all’esperienza e al buon senso. Tuttavia può essere che, in seguito alla progressiva riduzione dell’attività fisica nella vita di tutti i giorni, si sia parallelamente perduta o notevolmente affievolita l’esperienza che suggerisce l’alimentazione adatta in relazione al carico di lavoro
In pratica, il modello della piramide prevede un contributo calorico coperto:
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Naturalmente, a seconda delle caratteristiche dell’individuo, del tipo di sport praticato e del livello di preparazione atletica, la dieta può variare.
DIFFERENZE TRA SPORT
Una dieta ottimale deve fornire i componenti necessari e coprire il fabbisogno energetico; questo include:
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Esistono grandi differenze tra le attività sportive in termini di dispendio energetico.
Sport di resistenza.
| Negli sport di resistenza il principale combustibile è rappresentato dai grassi*. Di questi esiste normalmente grande disponibilità nell’organismo, viceversa sono relativamente limitate le scorte di zuccheri. Questi ultimi sono presenti nei muscoli e nel fegato come un polimero chiamato glicogeno (circa 200 g nei muscoli e altrettanto nel fegato) e come glucosio libero nel sangue (alla concentrazione di circa 0.1g /dl). Anche durante una prova di resistenza (maratona, gita in montagna) si ha sempre, a fronte di una preferenziale utilizzazione dei grassi, un certo uso di zuccheri. Inoltre, malgrado i muscoli dispongano di una certa quota di substrato, devono ricorrere anche a substrato che proviene dal sangue. |
Ad esempio per un esercizio che duri 3 ore, circa l’86% del consumo di ossigeno va ad ossidare grassi e glucosio proveniente dal plasma (50% e 36% rispettivamente), solo il 14% serve per ossidare substrato già presente nel muscolo. Il caso comune è quello della carenza di zuccheri che si manifesta con il quadro dell’ipoglicemia. Per questo motivo, è importante reintegrare le scorte di zuccheri. L’ipoglicemia comporta una sintomatologia tipica: estremo affaticamento, nausea, obnubilamento, cefalea. Questa condizione va prevenuta, introducendo zuccheri*** per compensare le perdite. Spesso, oltre al depauperamento degli zuccheri, si pone il problema della disidratazione. In questo caso è utile assumere ogni 20 min. circa 100-120 ml di una bevanda che contiene glucosio alla concentrazione dello 3-5% e sali in concentrazione tale da compensare quelli persi con il sudore. Quando l’organismo si avvicina alla condizione ipoglicemica mette in atto nel fegato una via metabolica particolare che, a partenza dall’aminoacido ramificato alanina, consente la sintesi di glucosio.
Sport di forza
| Vediamo ora il caso di soggetti che si dedicano ad attività prevalentemente di forza. In questo caso il problema principale è legato al fatto che l’allenamento di questo tipo induce ipertrofia muscolare ed è quindi necessario fornire all’organismo un apporto proteico che consenta la deposizione di nuova matrice proteica. Le proteine** provengono dalla carne, dal formaggio, dal latte, dai cereali (grano duro) e da alcuni legumi (fagioli, piselli, lenticchie, ceci). La necessità media, in termini di apporto proteico, è di 1g per kg di peso al giorno. Sollevatori di pesi, culturisti, ginnasti tendono ad assumere anche 3 g/kg al giorno. Le ricerche di fisiologia su questo argomento non confermano questa necessità. Sorprendentemente, le necessità di apporto proteico sono leggermente superiori negli atleti che si dedicano a prove di resistenza i quali coprono tranquillamente 20-30 km al giorno in allenamento. |
* I LIPIDI (GRASSI)
Cosa sono
Comunemente chiamati “grassi”, i lipidi comprendono una grande varietà di molecole, accomunate dalla caratteristica di essere insolubili in acqua. I lipidi più importanti dal punto di vista dell’alimentazione umana sono:
Funzionalità
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Fabbisogno
L’apporto calorico assunto con i lipidi rispetto al totale dovrebbe essere circa il 30% nell’infanzia e nell’adolescenza e il 25% nell’età adulta. Queste indicazioni percentuali, se applicate nel contesto di regimi alimentari normali, sono sicuramente preziose per la tutela della salute.
Più complesse e articolate risultano le indicazioni riguardanti la qualità dei lipidi da assumere e i rapporti tra gli acidi grassi saturi, insaturi, polinsaturi in generale e in particolare tra quelli essenziali.
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I trigliceridi
Sono esteri del glicerolo con tre acidi grassi. Gli acidi grassi sono caratterizzati dalla diversità di lunghezza della catena (acidi a corta, media e lunga catena) e dalla presenza, numero e posizione di doppi legami tra gli atomi di carbonio delle catene idrocarburiche.
In base a queste caratteristiche chimiche gli acidi grassi si dividono in:
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La lunghezza della catena degli acidi grassi ed il rapporto saturi-insaturi presenti in un grasso ne influenzano lo “stato fisico”. Ha particolare importanza il punto di fusione in base al quale si distinguono i grassi propriamente detti, solidi a temperatura ambiente e caratterizzati da una prevalenza di acidi grassi saturi, e gli oli, liquidi a temperatura ambiente, caratterizzati da una prevalenza di acidi grassi insaturi.
Vi sono degli acidi grassi essenziali che devono cioè essere introdotti con l’alimentazione, quali gli acidi grassi polinsaturi (acido linoleico e acido alfa-linolenico).
Gli acidi grassi essenziali linoleico e linolenico possono essere convertiti nell’organismo in altri acidi grassi polinsaturi definiti essenziali di derivazione, indispensabili per la biosintesi degli eicosanoidi (prostaglandine, prostacicline, trombossani e leucotrieni), metaboliti attivi in molte importanti funzioni corporee tra cui la contrazione della muscolatura liscia, l’aggregazione piastrinica, la risposta infiammatoria, ecc.
Gli acidi grassi di derivazione divengono “essenziali” (e devono quindi essere introdotti con l’alimentazione) quando il metabolismo degli acidi grassi da cui derivano sia alterato. Per la sintesi dei derivati sono infatti necessari alcuni enzimi che con l’età non sono più presenti. Un’alimentazione corretta deve tener conto di questi fenomeni.
I fosfolipidi
Sono esteri del glicerolo con acidi grassi in posizione 1 e 2 e con acido fosforico nella posizione 3. Quest’ultimo è legato a sua volta a basi amminiche di basso peso molecolare. Sono componenti fondamentali delle membrane cellulari e dei complessi lipoproteici coinvolti nell’assorbimento e nel trasporto dei lipidi.
Il colesterolo
è un alcol a struttura complessa e particolare. Oltre ad essere introdotto con gli alimenti di origine animale (colesterolo esogeno) il colesterolo viene sintetizzato a livello epatico (colesterolo endogeno). Esiste un rapporto inverso tra introito dietetico e sintesi endogena epatica del colesterolo che costituisce un meccanismo di controllo sui livelli di colesterolemia. Esso tuttavia presenta una notevole variabilità individuale.
Il colesterolo svolge nell’organismo molteplici funzioni: oltre ad essere un componente essenziale delle membrane strutturali delle cellule, è necessario alla biosintesi di vari composti a struttura steroidea (acidi biliari, ormoni surrenalici, androgeni, estrogeni e progesterone) ed è inoltre il precursore della vitamina D.
I livelli di colesterolemia, oltre che all’apporto di colesterolo direttamente assunto con la dieta, sono sensibili anche ad altre influenze nutrizionali, tra cui l’apporto di acidi grassi saturi (che lo fanno aumentare) e quello di acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi (che lo fanno diminuire). Anche la fibra può ridurre i livelli di colesterolemia (in quanto è in grado di ridurre il riassorbimento degli acidi biliari o dello stesso colesterolo, oppure di modificare la flora batterica e quindi indirettamente il riassorbimento degli acidi biliari e del colesterolo).
Anche alcuni fitosteroli, sostanze naturali presenti in vari alimenti di origine vegetale, hanno un effetto competitivo con il colesterolo a livello dei recettori e/o dell’assorbimento intestinale. Particolarmente attivo, per questa funzione, è il beta-fitosterolo, che, in opportune quantità, può influenzare i livelli ematici di colesterolo, riducendone appunto l’assorbimento. L’olio di oliva extravergine, dove il processo raffinazione è molto limitato può avere contenuti di fitosteroli nutrizionalmente preziosi per il controllo della colesterolemia.
** LE PROTEINE
Cosa sono
Le proteine sono fondamentalmente costituite da quattro elementi: carbonio, idrogeno, ossigeno ed azoto. Le molecole proteiche sono composte da unità di aminoacidi. Gli aminoacidi conosciuti sono numerosi, ma poco più di 20 (aminoacidi ordinari) sono rilevanti nell’alimentazione umana. Le proteine sono costituenti fondamentali degli organismi viventi, ed occupano una posizione “centrale” nell’architettura (proteine strutturali) e nelle funzioni della materia vivente (proteine funzionali), per es. enzimi, ormoni, fattori di crescita, vie coagulative, respirazione cellulare, proteine vettrici, ecc.). Nell’organismo umano le proteine rappresentano oltre il 50% dei componenti organici e circa il 14-18% (a seconda dell’età) del peso corporeo totale.
Fabbisogno
Il fabbisogno di proteine è determinato da una serie di fattori tra cui le perdite obbligate di azoto, la qualità delle proteine, l’apporto calorico contemporaneo, lo stato fisiologico e l’attività fisica. Il fabbisogno proteico calcolato sulla base delle raccomandazioni LARN è indicato nella tabella:
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Chimica delle proteine
Gli aminoacidi componenti le proteine si uniscono fra loro con legami peptidici (-CO-NH-), dando origine a catene più o meno lunghe denominate peptidi. Il numero dei polipeptidi che si possono formare dai 20 aminoacidi ordinari è enorme e da qui la grande varietà di proteine esistenti e commestibili.
Dal punto di vista funzionale gli aminoacidi utilizzati dall’uomo vengono classificati in essenziali, non-essenziali e semi-essenziali.
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Qualità delle proteine
Dal punto di vista chimico le proteine vengono raggruppate in due grandi categorie:
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La qualità delle proteine è anche un concetto importante in campo nutrizionale e indica l’efficacia nutrizionale delle proteine; è funzione della composizione aminoacidica e della biodisponibilità delle proteine. La qualità delle proteine si misura con degli indici:
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*** I GLUCIDI (CARBOIDRATI)
Cosa sono
I glucidi, chiamati anche (impropriamente) carboidrati, sono sostanze chimiche composte da carbonio, idrogeno e ossigeno e possono essere definiti come derivati aldeidici e chetonici di alcoli polivalenti.
Funzionalità
I glucidi (carboidrati) presentano una duplice funzione, plastica ed energetica: plastica, in quanto entrano nella costituzione di strutture essenziali per gli organismi viventi, energetica, in quanto forniscono all’organismo energia per le prestazioni funzionali.
Fabbisogno
Poiché l’organismo ha la capacità di sintetizzare i glucidi da altri nutrienti, i carboidrati non possono essere considerati propriamente nutrienti essenziali; esiste tuttavia la necessità di mantenere il livello di glicemia entro un intervallo di valori adeguato al fabbisogno del sistema nervoso centrale e degli eritrociti (globuli rossi).
L’assunzione complessiva raccomandata di carboidrati è intorno al 55-60% dell’energia totale. Il consumo di zuccheri semplici non dovrebbe tuttavia superare il 10-12% delle calorie totali. Nel caso degli zuccheri semplici aggiunti essi infatti forniscono soltanto energia. Gli alimenti contenenti carboidrati complessi, invece, oltre a fornire energia a più lento rilascio, rispetto a quelli semplici, apportano anche altri nutrienti fondamentali all’equilibrio generale della dieta. Questo aspetto è rilevante soprattutto quando sia necessario mantenere l’apporto energetico globale entro limiti relativamente modesti, come richiesto anche dallo stile di vita attuale mediamente improntato alla sedentarietà.
Chimica dei glucidi e fonti alimentari
Sono sostanze chimiche composte da carbonio, idrogeno e ossigeno e possono essere definiti come derivati aldeidici e chetonici di alcoli polivalenti.
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DIETA E AGONISMO
Dieta pre-gara Durante il lavoro muscolare si verifica un progressivo impoverimento delle scorte di glicogeno che sono presenti nei muscoli e nel fegato (circa 40g. in totale, nei muscoli circa 2 g/100 g di tessuto); già dopo un’ora di gara la diminuzione del glicogeno muscolare può essere del 50%. Inoltre la velocità con cui il glicogeno viene metabolizzato dipende dalla potenza erogata, infatti, se il soggetto usa anche parzialmente la via anaerobica, il consumo di glicogeno è 18 volte più rapido rispetto alla semplice via aerobica. Quindi il fatto di erogare maggior potenza si paga rimanendo con il serbatoio del carburante a secco. Questa rappresenta la causa principale di tutti gli “abbandoni” nelle gare a forte componente aerobica di lunga durata. Ecco, dunque, la necessità di aumentare al massimo le scorte di glicogeno prima della gara. |
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Poiché il pasto viene consumato la sera, si pone il problema se le ore che trascorrono possono portare ad un parziale depauperamento delle scorte di glicogeno. Alcuni dati indicano in effetti che, un digiuno di 6-12 ore, può portare ad una più precoce diminuzione del glicogeno muscolare. Pertanto, si consiglia, nelle 6 ore precedenti la gara, di assumere un pasto leggero (senza grassi) che includa 70-100 g di carboidrati. è interessante ricordare la provenienza dei carboidrati ossidati dal muscolo durante un esercizio di lunga durata (ad esempio 4 ore di ciclismo ad una potenza uguale al 70% della massima): la percentuale di carboidrati, proveniente dal glicogeno muscolare, diminuisce progressivamente e si annulla praticamente intorno alle 4 ore; la diminuzione è compensata da un progressivo aumento del glucosio assunto dal sangue, che proviene dal glicogeno contenuto nel fegato.
La dieta dissociata
Questa variante è stata proposta un po’ di anni fa con fortuna varia. La soluzione più recente prevede che l’atleta, circa una settimana prima della gara, compia un allenamento abbastanza pesante da impoverire grandemente le scorte di glicogeno. Questa condizione di per se stimola la resintesi di glicogeno. Tuttavia, il principio della dieta è quello di non soddisfare questa tendenza, ma anzi di affamare ulteriormente i muscoli, impoverendo grandemente l’apporto di zuccheri per un paio di giorni; successivamente, quindi quando mancano tre giorni alla gara, si effettua il carico glucidico. La dieta non è ben sopportata ed è attualmente preferita la soluzione della dieta pre-gara.
Reintegro dei carboidrati dopo gara
Dopo una gara lunga ed impegnativa occorre iniziare abbastanza presto ad assumere carboidrati. Si consiglia di assumere 50-75 g di carboidrati ogni due ore. Le bevande ricche in zuccheri sono indicate per il reintegro dopo la gara. Se l’apporto di carboidrati è ottimale, le scorte si riformano alla velocità del 5% all’ora. Quindi occorrono 20 ore per un ristoro completo delle scorte di glicogeno. La velocità di resintesi è comunque variabile tra i soggetti e sicuramente diminuisce con il progredire nell’età.
Il rifornimento in gara
La bevanda ideale contiene glucosio al 4-8%, assumere almeno 600-1200 ml/ora, l’entità dell’assunzione dipende dalla sudorazione. Questo consente l’assimilazione di 30-60 g di carboidrati all’ora. Non è indicato il fruttosio; questo zucchero deve essere infatti prima convertito in glucosio per essere assorbito e quindi il tempo di assimilazione e di arrivo ai muscoli è circa cinque volte più lungo.
INTEGRAZIONE E SPORT
Gli integratori alimentari non sono altro che i normali nutrienti, comunemente presenti nel cibo che consumiamo, selezionati e concentrati industrialmente allo scopo di facilitare la copertura del fabbisogno giornaliero. Un integratore alimentare diventa utile quando ciò che mangiamo non è in grado di soddisfare le necessità minime di alcuni nutrienti specifici necessari all’organismo per poter funzionare regolarmente. Gli integratori energetici di primo piano sono i carboidrati, principalmente per le prestazioni di lunga durata (ossia di almeno 1 ora). La scelta tuttavia deve essere molto oculata, sia in termini di quantità assunta che in termini di “qualità” (in rapporto all’indice glicemico). L’acqua costituisce il 40-60% della massa corporea. In condizioni normali di temperatura e a riposo un soggetto assume mediamente 2.5 litri di acqua al giorno, con le bevande oppure attraverso gli alimenti. In condizioni di intenso lavoro e in condizioni ambientali che richiedono forte sudorazione, l’assunzione di acqua può aumentare di 6 volte rispetto al normale, …ma cosa bere? La supplementazione di bicarbonato di sodio è nata con l’intento di “tamponare” l’acidosi metabolica indotta dall’esercizio, ed in particolare in tutte le situazioni in cui vi fosse una notevole produzione di acido lattico. I risultati sono apparsi in modo significativo quando la durata dello sforzo è superiore al minuto e inferiore ai due – quattro minuti.
Il fabbisogno proteico giornaliero per un atleta che si alleni regolarmente, indipendentemente dal tipo di sport (potenza o endurance), arriva a 1.7 g per chilogrammo di peso. Può risultare difficile arrivare a coprire le necessità plastiche proteiche con l’alimentazione per atleti il cui impegno fisico sia regolare e quotidiano, ma senza un grosso dispendio energetico. AMINOACIDI A CATENA RAMIFICATA (BCAA o RAM) Una somministrazione di aminoacidi a catena ramificata prima di un impegno fisico intenso e protratto può risultare utile nell’ostacolare l’appannamento mentale da affaticamento. Un loro utilizzo regolato è indicato durante i periodi di allenamento intenso, quando cercando di aumentare le capacità prestative l’atleta aumenta i carichi di lavoro e i rischi di una sindrome da sovrallenamento. Non è un aminoacido essenziale, ma è tuttavia estremamente importante per l’atleta: circa il 20% di tutto il pool di aminoacidi circolante nel sangue è costituito infatti da glutamina e si può perciò definire il veicolo più importante per il trasporto di azoto tra i tessuti; è inoltre un substrato fondamentale per l’ammoniogenesi.
La carnitina è una molecola importante nel metabolismo degli acidi grassi. Le sue funzioni principali sono il trasporto degli acidi grassi all’interno del mitocondrio perché possano essere ossidati e la modulazione del metabolismo del Coenzima-A, importante anch’esso nello svolgimento dei processi ossidativi. La creatina (Cr) è la molecola che, arricchita da un gruppo fosforico, diventa “fosfocreatina” (PCr), unica fonte di energia di pronto utilizzo per il muscolo (sistema anaerobico alattacido). Il fabbisogno giornaliero di un adulto è di 2 grammi al giorno, e viene coperto da per metà attraverso la sintesi endogena (che avviene nel fegato e nel rene) e per metà con l’assunzione col cibo. La carnosina è un dipeptide, ossia una molecola composta da due aminoacidi, l’alanina e l’istidina, che si trova in notevoli quantità nel tessuto muscolare. Gli studi compiuti ne hanno rilevato le buone proprietà antiossidanti e l’azione di controllo dei livelli intracellulari di calcio nelle cellule miocardiche. Tra le varie vitamine, tutte essenziali per l’organismo anche nei sedentari, ma facilmente rintracciabili in un’alimentazione varia e completa, quelle di cui può sicuramente aumentare il fabbisogno in un atleta sono le vitamine del gruppo B e la vitamina C. I cosiddetti “radicali liberi” sono molecole “instabili” prodotte dagli organismi che tendono molto facilmente a reagire con altre molecole, generando così delle reazioni a catena, attraverso le quali avviene il passaggio dei radicali liberi da una molecola ad un’altra. Nell’atleta agonista si verifica un aumento “fisiologico” di radicali liberi, in seguito al maggior “turn-over” a cui viene sottoposto il suo organismo. |
FONTE: A CURA DEL dott. Ubaldo Garagiola
| File | Descrizione |
|---|---|
| Alimentazione E Nuoto.doc | ALIMENTAZIONE E NUOTO |
| Cenni di Nutrizione x CIP 10 ok.pdf | CENNI DI NUTRIZIONE |
| Diario alimentare giornaliero per.doc | DIARIO ALIMENTARE GIORNALIERO |
| 2) L’alimentazione e l’uso degli integratori (Macca).pdf | l’alimentazione e l uso degli integratori |
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Anatomia/Fisiologia – Apparato Circolatorio e Respiratorio
FONTE: My-personaltrainer.it
Polmoni
I polmoni sono i due principali organi della respirazione. Si trovano nella cavità toracica ai lati del cuore ed hanno la capacità di espandersi e rilassarsi seguendo ai movimenti della gabbia toracica e del diaframma.
Il polmone destro – più pesante (600 g) – è diviso da profonde scissure in tre lobi (superiore, medio ed inferiore), mentre quello sinistro – meno voluminoso (500 g)- ne possiede soltanto due (un lobo superiore ed uno inferiore).
I polmoni sono costituiti da un tessuto spugnoso ed elastico, che ben si adatta alle variazioni di volume indotte dai movimenti respiratori.
I due polmoni sono separati dal mediastino ed uniti dalla trachea.
Il mediastino è una regione compresa fra lo sterno e le vertebre toraciche, al cui interno si trovano vari organi (timo, cuore, trachea, bronchi extrapolmonari, esofago), oltre a vasi, strutture linfatiche e formazioni nervose.
La trachea, lunga 10-12 cm per un diametro di 16-18 mm, è un tubo cilindrico semiflessibile sostenuto da anelli cartilaginei. Superiormente sfocia nella laringe, mentre
a livello distale, tra la quarta e la quinta vertebra toracica, si biforca in due bronchi primari, uno di destra ed uno di sinistra.
Ciascun bronco primario penetra all’interno del rispettivo polmone, dando origine ad ulteriori, numerose, ramificazioni chiamate bronchioli. A loro volta, i bronchioli subiscono varie divisioni, fino a raggiungere, nel tratto terminale, piccole vescicole chiamate alveoli. Per avere un’idea della complessità di queste diramazioni, basti pensare che ciascun polmone contiene all’incirca 150-200 milioni di alveoli; nel loro insieme, le superfici alveolari raggiungono un’estensione impressionante, simile a quella di un campo da tennis (75 m2, cioè circa 40 volte la superficie esterna del nostro corpo).
Proprio a livello degli alveoli avviene lo scambio di gas tra l’aria ed il sangue, che cede vapore acqueo ed anidride carbonica, caricandosi di ossigeno. Ciascun alveolo è circondato da centinaia di sottilissimi capillari, il cui diametro è talmente esiguo (5-6 µm) da permettere il passaggio di un solo globulo rosso, mentre la peculiare sottigliezza delle loro pareti agevola lo scambio e la diffusione dei gas respiratori.
La fitta rete capillare è alimentata dai rami dell’arteria polmonare – in cui circola sangue venoso – e drenata da quelli della vena polmonare (in cui scorre il sangue arterioso che distribuirà ossigeno ai vari tessuti). Il flusso sanguigno è legato all’azione del cuore destro, la cui attività è interamente dedicata al sostegno della circolazione polmonare. Per questo motivo la portata sanguigna ai polmoni è percentualmente uguale a quella che raggiunge tutto il resto dell’organismo nello stesso lasso di tempo. Sia che ci si trovi in condizioni di riposo (portata cardiaca 5 L/min), sia che ci si trovi impegnati in un esercizio fisico strenuo (25 L/min), la portata del flusso di sangue ai polmoni sarà sempre pari al 100%. A differenza di quanto avviene nel grande circolo, però, la pressione arteriosa si mantiene a livelli nettamente inferiori, dal momento che la resistenza offerta dal flusso durante la sistole ventricolare destra è molto bassa (grazie all’elevata area di sezione delle arteriole polmonari e alla minore lunghezza dei vasi).
La sottile membrana che delimita le pareti alveolari dona ai polmoni il caratteristico aspetto spugnoso. Mentre trachea e bronchi sono sostenuti da cartilagine ialina, nelle pareti dei bronchioli è presente tessuto muscolare liscio(involontario); di conseguenza, i bronchioli hanno la capacità di aumentare o diminuire il proprio calibro in risposta a stimoli di varia natura. Durante uno sforzo fisico, ad esempio, i bronchioli si dilatano per consentire una migliore ossigenazione del sangue in risposta all’aumento della CO2 nell’aria espirata, mentre tendono a costringersi con il freddo.
Un’eccessiva broncocostrizione in risposta ad agenti di varia natura (inquinamento ambientale, esercizio fisico, eccessiva produzione di muco, infiammazione, fattori emozionali, allergie ecc.) sta alla base di varie patologie polmonari, come l’asma o la BPCO.
Polmoni e apparato respiratorio
<< prima parte
Le sottili pareti alveolari sono prive di tessuto muscolare; di conseguenza, il polmone non può contrarsi, ma è obbligato a seguire passivamente le variazioni di volume della cassa toracica. La presenza di numerose fibre elastiche nel connettivo interposto tra una cellula e l’altra garantisce comunque un certo grado di elasticità e resistenza al movimento.
Mentre gli alveoli sono deputati allo scambio di gas respiratori, i bronchi e le vie aeree superiori (naso, faringe, laringe e trachea) assolvono diverse funzioni, che vanno ben oltre il semplice trasporto. Tali attività hanno lo scopo di proteggere l’intero organismo da materiali estranei e gli alveoli da flussi di aria troppo freddi o secchi; l’attività filtrante e condizionante è più efficace se la respirazione avviene con il naso anziché con la bocca..
A livello macroscopico, i polmoni appaiono tappezzati da uno speciale rivestimento chiamato pleura. Si tratta di una membrana sierosa costituita da due foglietti; quello parietale riveste internamente la cavità toracica e la faccia superiore del diaframma, mentre quello più interno (viscerale) aderisce alla parete polmonare esterna.
Tra i due foglietti si trova un sottilissimo spazio, denominato cavo pleurico, al cui interno scorre un sottile film liquido a pressione inferiore rispetto a quella ambientale.
La presenza del liquido pleurico, un po’ come una sottile pellicola d’acqua interposta tra due lastre di vetro, consente lo scorrimento dei due foglietti pleurici e li mantiene uniti ed “incollati” tra loro. Grazie a questo legame i polmoni si mantengano leggermente stirati anche durante l’espirazione e non possono collassare su se stessi. Infine, cosa importantissima, l’adesione della pleura alla gabbia toracica e al diaframma permette il trasferimento dei movimenti respiratori ai polmoni.
Quando la pleura si infiamma (pleurite) le superfici di contatto dei due foglietti perdono la caratteristica scorrevolezza e l’atto respiratorio dà origine ad una frizione dolorosa, ma anche rumorosa (auscultabile applicando l’orecchio contro la gabbia toracica).
Se per un qualche motivo (traumatico, spontaneo o terapeutico) penetra aria nella cavità pleurica, si perde l’adesione tra il polmone e le pareti toraciche interne; per la presenza di tessuto elastico, il polmone si retrae, riducendo notevolmente il suo volume e causando dispnea; questa condizione è detta pneumotorace.
Il volume dei polmoni varia da individuo ad individuo, in relazione all’età, al sesso e alla taglia corporea. Nell’adulto raggiunge valori compresi tra i 3,5 ed i 7 litri; tuttavia, durante un normale atto respiratorio vengono scambiati soltanto 500 ml di aria, che possono arrivare a 2,5 – 5,5 litri (capacità vitale) massimizzando le fasi di inspirazione ed espirazione.
Al termine di un’espirazione massimale, all’interno dei polmoni e delle vie aeree rimane comunque un certo volume d’aria, stimabile in 1000 – 1200 ml (il cosiddetto volume residuo). Il monitoraggio di questi parametri ventilatori ha un’enorme importanza in ambito clinico e sportivo (vedi spirometria).
Oltre ad un aumento del volume di aria inspirata ed espirata, durante l’esercizio fisico si assiste ad un’accelerazione degli atti respiratori, che passano dai canonici 12-20 al minuto sino a 60 o più. La capacità di incrementare la frequenza ventilatoria è maggiore negli allenati rispetto ai sedentari e, ancor più, agli obesi, mentre la capacità vitale è influenzata soprattutto da fattori genetici e costituzionali.
Sistema respiratorio
Insufficienza respiratoria
Se si altera in modo grave lo scambio gassoso tra aria atmosferica e sangue arterioso si ha una riduzione dell’ossigeno nel sangue e una ritenzione di anidride carbonica. Si parla allora di insufficienza respiratoria. Può essere causata dall’ostruzione delle vie aeree (quelle superiori possono essere ostruite da corpi estranei, quelle inferiori soprattutto da asma bronchiale e broncopneumopatia cronica ostruttiva riacutizzata), da disfunzioni del tessuto polmonare e da insufficienza ventilatoria (se l’anidride carbonica non viene eliminata dai polmoni con la solita efficienza si accumula nel sangue e pertanto aumenta). L’insufficienza respiratoria può essere cronica o acuta.
| Forma cronica | Forma acuta | Test consigliati | Come curarla |
Forma cronica
A volte il malato può essere cianotico (colorazione grigio-blu della cute per la diminuzione dell’ossigeno a livello periferico) e avere atti respiratori più frequenti e superficiali. Talvolta presenta stato di agitazione, insonnia, cambiamento della personalità e confusione mentale, sintomi che spesso vengono scambiati per disturbi psichici. |
Forma acuta I fattori scatenanti possono essere:
La polmonite, l’insufficienza cardiaca sinistra e i fenomeni di trombosi e di embolia polmonare possono saltuariamente provocare un’insufficienza respiratoria. |
Test consigliati
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Come curarla
La terapia riabilitativa funzionale consiste in una serie di massaggi e di ginnastica (agli inizi passiva, ossia fatta con l’ausilio di appositi macchinari o del fisioterapista, e successivamente attiva). La riabilitazione funzionale consente di recuperare gradualmente il tono dei muscoli respiratori, di facilitare la rimozione di catarro dai bronchi, di riacquistare la giusta frequenza respiratoria e di riabituare il malato a utilizzare il diaframma. In caso di crisi respiratoria, si ricorre alla somministrazione di ossigeno. La terapia con ossigeno consiste nel far respirare al paziente aria arricchita con ossigeno attraverso respiratori collegati a bombole sotto pressione. In genere i respiratori sono maschere facciali oppure cannule da introdurre nel naso. Nella quantità di ossigeno da erogare all’ammalato occorre attenersi sempre alla prescrizione del medico. Nell’eventualità di un episodio acuto di insufficienza respiratoria si dovrà erogare subito l’ossigeno. |
Adattamenti cardiocircolatori all’allenamento
L’allenamento intenso obbliga tutto l’organismo ad “adattarsi” a questa nuova condizione di “super lavoro” attraverso lo sviluppo di modificazioni morfologiche e funzionali, che sono definite adattamenti. Per quanto riguarda l’apparato cardiocircolatorio, gli adattamenti più vistosi si osservano negli atleti dediti a discipline sportive aerobiche o di resistenza, le quali richiedono il raggiungimento ed il mantenimento per lunghi periodi di Gittata Cardiaca (quantità di sangue che il cuorepompa nella circolazione in un’unità di tempo) massimale. Tali adattamenti fanno sì che il cuore di questi atleti appaia così diverso da quello di un sedentario che è stato coniato con il termine di “cuore d’atleta”.
La presenza di questi adattamenti consente al cuore d’atleta di fornire prestazioni superiori al normale durante lo sforzo.
La loro entità varia in funzione di:
tipo, intensità e durata delle competizioni e delle sedute di allenamento;caratteristiche fisiologiche di base del soggetto, in gran parte definite geneticamente; età del soggetto ed epoca di inizio dell’attività;
Possiamo distinguere gli Adattamenti in:
ADATTAMENTI CENTRALI | ADATTAMENTI PERIFERICI |
A carico del cuore | A carico dei vasi sanguigni, arteriosi, venosi e capillari |
Adattamenti Centrali
Tutti gli adattamenti del cuore d’atleta sono finalizzati ad accogliere e pompare fuori dai ventricoli una quantità di sanguenettamente superiore a quella di un soggetto non allenato; il cuore riesce così ad aumentare notevolmente la Gittata cardiacasotto sforzo soddisfando le maggiori richieste d’O2 da parte dei muscoli. Le modificazioni principali sono:
l’aumento di volume del cuore (cardiomegalia); La riduzione della frequenza cardiaca (bradicardia) a riposo e sotto sforzo.
L’ingrandimento del volume del cuore è il fenomeno più importante ai fini dell’aumento della Gittata Sistolica (quantità di sangue espulsa ad ogni sistole) e della Gittata Cardiaca. Negli atleti che praticano sport aerobici ad altissimo livello il volume cardiaco totale può anche raddoppiarsi. Osservando il cuore di questi atleti ci si può domandare quando esso debba essere considerato “patologico”, dovuto da una cardiopatia.
Per definire questi limiti dobbiamo prendere in considerazione la taglia corporea del soggetto (superficie corporea). Per esempio nel mondo animale, le dimensioni del cuore dipendono strettamente dalla grandezza dello stesso e dal tipo di attività fisica che svolge; la quale condiziona naturalmente le richieste energetiche muscolari. Per l’appunto il cuore più grande in assoluto è quello della balena, invece quello più grande in relazione al peso corporeo è quello del cavallo.
In relazione a ciò che è stato appena detto, in genere, i cuori più grandi sono anche quelli che battono più lentamente e viceversa; per esempio il cuore di un piccolo roditore chiamato mustiolo supera i 1000 bpm! (per approfondire).
Con l’avvento dell’ecografia è stato possibile scoprire l’esistenza di differenti modelli di adattamento del cuore in atleti che praticano sport diversi. Per quanto riguarda il ventricolo sinistro sono stati identificati due modelli di adattamento:
IPERTROFIA ECCENTRICA riguarda gli atleti aerobici, di resistenza, nei quali il ventricolo sinistro aumenta il suo volume interno e lo spessore delle sue pareti, assumendo una forma tondeggiante;
IPERTROFIA CONCENTRICA riguarda gli atleti dediti a sport statici, di potenza, nei quali il ventricolo sinistro aumenta lo spessore delle pareti senza aumentare il volume interno, mantenendo la sua forma originale, ovoidale, o assumendo una forma più allungata.
L’ecografia oggi ha un grande potere in mano al cardiologo perché gli consente di distinguere una cardiomegalia fisiologica, dovuta all’allenamento, da quella patologica, dovuta a malattie del cuore legate ad alterazioni del normale funzionamento delle valvole cardiache (valvulopatie) o ad una disfunzione del muscolo cardiaco (miocardiopatie).
L’allenamento aerobico o di resistenza provoca importanti modificazioni a carico del sistema nervoso autonomo del cuore, caratterizzate da una riduzione del tono simpatico (adrenergico, da adrenalina) con prevalenza del tono vagale (dal nervo vago dove scorrono le fibre che raggiungono il cuore) questo fenomeno è così chiamato “ipertono vagale relativo”. La conseguenza più evidente di questa nuova regolazione del sistema nervoso autonomo del cuore è la riduzione della frequenza cardiaca a riposo. In un soggetto sedentario, anche dopo poche settimane d’allenamento, è possibile osservare una riduzione della FC di 8 – 10 bpm.
A grandi livelli di agonismo è possibile raggiungere i 35 – 40 bpm, valori che configurano la classica bradicardia dell’atleta. A questo punto possiamo farci la domanda: “fino a che punto un cuore d’atleta può battere lentamente?” la risposta ormai è semplice grazie all ‘elettrocardiogramma (ECG) di holter, capace di registrare su nastro magnetico per periodi di 24 – 48 ore; ciò è indispensabile per capire se valori così bassi di FC rientrino nella normalità.
IL CUORE DELL’ATLETA DURANTE LO SFORZO
A riposo la Gittata Cardiaca di un atleta allenato è sovrapponibile a quella di un soggetto sedentario di pari età e superficie corporea, circa 5 L/min in un soggetto adulto di corporatura media.
La differenza tra il cuore dell’atleta e quello del sedentario diviene chiara durante lo sforzo. In atleti molto allenati di resistenza, la GC massima può raggiungere eccezionalmente i 35 – 40 L/min, valori in pratica doppi di quelli raggiungibili da un soggetto sedentario.
L’allenamento non modifica sostanzialmente la frequenza cardiaca massima (che è determinata dall’età del soggetto). Valori così elevati di gittata cardiaca sono invece possibili grazie all’aumento della gittata sistolica, conseguente alla cardiomegalia. La GS, già superiore in condizioni di riposo (120 – 130 ml per battito contro i 70 – 80 ml del sedentario), può nell’atleta raggiungere durante lo sforzo i 180 – 200 ml e più, in casi eccezionali.
Il cuore allenato aumenta la GS rispetto ai valori di riposo in misura superiore a quella del cuore di un soggetto sedentario; infatti a parità d’intensità dell’esercizio la FC nell’atleta è sempre largamente inferiore a quella del sedentario (bradicardia relativa durante lo sforzo).
Oltre a queste differenze appena descritte, vi sono altre differenze nel comportamento del cuore durante lo sforzo. A mano amano che la FC aumenta nel corso dell’esercizio fisico si riduce parallelamente il tempo a disposizione dei ventricoli per riempirsi (la durata della diastole): il cuore allenato, essendo più “elastico”, ha maggior facilità ad accogliere il sangue nelle sue cavità ventricolari e riesce di conseguenza a riempirsi bene anche quando la FC aumenta molto e la durata della diastole si riduce. Tale meccanismo contribuisce al mantenimento di una GS elevata.
Adattamenti periferici
è logico che anche il sistema circolatorio, costituito da vasi arteriosi e venosi, debba adattarsi a questa nuova realtà. In altri termini la circolazione dev’ssere potenziata al fine di consentire lo scorrimento di flussi sanguigni (equivalenti al traffico automobilistico) così elevati senza “rallentamenti”.
A carico della microcircolazione, gli adattamenti più importanti riguardano naturalmente i muscoli, particolarmente i muscolipiù allenati. I capillari, attraverso i quali avvengono gli scambi tra sangue e muscolo, sono distribuiti in maggior misura attorno alle fibre muscolari rosse, lente, a metabolismo aerobico (fibre ossidative), che hanno bisogno di una maggiore quantità di ossigeno.
Nell’atleta di resistenza con l’allenamento si realizza un aumento in assoluto del numero di capillari e del rapporto capillari / fibre muscolari, fenomeno conosciuto con il nome di capillarizzazione. Grazie ad esso, le cellule muscolari vengono a trovarsi nelle migliori condizioni per sfruttare a pieno le aumentate disponibilità di ossigeno e substrati energetici. L’aumento della superficie capillare e della capacità di vasodilatazione delle arteriole muscolari, fa sì che i muscoli riescano a d accogliere quantità di sangue veramente notevoli senza che aumenti la pressione arteriosa media.
Oltre ai vasi della microcircolazione, anche quelli arteriosi e venosi di medio e grosso calibro aumentano le loro dimensioni (“vasi d’atleta”). Il fenomeno è particolarmente evidente nella vena cava inferiore, il vaso che riporta al cuore il sangue proveniente dai muscoli degli arti inferiori, utilizzati molto nei vari sport.
A seguito dell’allenamento di resistenza, si ha un aumento delle arterie coronarie, che nutrono il cuore. Il cuore dell’atleta, aumentando il suo volume e la massa muscolare, ha bisogno di un maggior rifornimento di sangue e di una maggiore quantità di ossigeno.
L’aumento del calibro delle coronarie (i vasi che nutrono il cuore) costituisce un altro degli elementi che differenziano l’ipertrofia fisiologica del cuore da quella patologica legata alle malattie cardiache congenite o acquisite.
Una candela accesa, messa dentro un bicchiere rovesciato, si spenge spontaneamente dopo pochi istanti. La cera, bruciando l’ossigeno dell’aria, produce energia sotto forma di luce e calore e, quando tutto l’ossigeno contenuto nel bicchiere è stato consumato, la combustione non può più continuare e la fiamma si estingue.
La combustione è un processo che i chimici chiamano, anche, ossidazione proprio per mettere in evidenza la necessità dell’ossigeno. I processi ossidativi sono molto importanti nella vita d’ogni giorno. L’auto si muove perché incendia la benzina, il camino produce calore bruciando legna e i fornelli della cucina, il gas: in tutti i casi, la presenza dell’ossigeno è indispensabile.
Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, che fine fanno l’ossigeno ed i combustibili presi in considerazione: la cera, la benzina, la legna ed il gas.
I chimici hanno scoperto che nella combustione, ossigeno e combustibile, combinandosi, si trasformano in acqua ed anidride carbonica (CO2), che è un gas. In altre parole, nella combustione l’ossigeno ed il combustibile danno origine da un lato all’energia, luce o calore o movimento, e dall’altro ad acqua e anidride carbonica. Per questo, il camino deve avere un buon tiraggio, per assicurare un continuo apporto d’ossigeno e allontanare velocemente l’anidride carbonica. Per questo, i tecnici esigono che nelle cucine con il gas ci siano adeguate prese d’aria.
Nel motore dell’auto l’ossigeno è preso dall’esterno e l’anidride carbonica è mandata via attraverso il tubo di scappamento. Lo stesso avviene nelle cellule del nostro organismo dove l’energia indispensabile alla vita è ottenuta bruciando gli zuccheri in presenza d’ossigeno. Il sangue rifornisce costantemente le cellule d’ossigeno e, sempre per mezzo del sangue, l’anidride carbonica è allontanata velocemente. Solo un continuo e costante apporto d’ossigeno fresco e un ininterrotto e valido allontanamento della CO2 garantiscono, perciò, una buona combustione e la vita stessa.
Il sangue, poi, quando giunge nei polmoni, scarica l’anidride carbonica accumulata, che viene eliminata svuotando i polmoni, e si carica d’ossigeno fresco, quando vengono riempiti di aria.
Questi sono gli scopi della respirazione polmonare: eliminare all’esterno la CO2 prodotta dalle cellule e rifornire l’organismo d’ossigeno fresco.
Con un semplice esame si può dosare la quantità d’ossigeno e anidride carbonica presenti nel sangue.
Se la quantità d’ossigeno diminuisce i medici parlano d’ipossiemia, mentre se la quantità d’anidride carbonica aumenta in modo anomalo, i medici parlano di ipercapnia. La contemporanea presenza di queste due situazioni caratterizza l’insufficienza respiratoria.
Le conseguenze sono note: da una parte meno ossigeno nel sanguesignifica meno ossigeno per le cellule e, perciò, cattiva combustione degli zuccheri e poca energia a disposizione dell’organismo. Il paziente si sentirà stanco e ogni minimo movimento diventa uno sforzo insostenibile ed, in condizione estreme, ci saranno danni gravi e persino la morte delle cellule. D’altra parte l’accumulo della CO2 nel sangue produce un avvelenamento perché questo gas è tossico per il sistema nervoso e, inoltre, combinandosi con l’acqua dell’organismo, produce un acido, l’acido carbonico, che fa aumentare l’acidità del sangue. Oltre certi livelli d’acidità, la vita è impossibile e le cellule muoiono.
Se le conseguenze dell’insufficienza respiratoria sono sempre le stesse (poco ossigeno e troppa CO2 nel sangue), le cause che portano a questa situazione sono moltissime.
In primo luogo i medici differenziano un’insufficienza respiratoria che insorge improvvisamente, in modo acuto, e che può risolversi altrettanto rapidamente con la guarigione completa o con conseguenze fatali, da quella cronica che insorge pian piano, nel corso d’anni, con disturbi dapprima lievi, poi man mano sempre più gravi e invalidanti e che porta a danni irreversibili.
Un’altra distinzione che fanno i medici riguarda, invece, il modo con cui l’insufficienza respiratoria s’instaura.
Quando un corpo estraneo è accidentalmente inalato, può ostruire i canali che portano l’aria ai polmoni e causa, perciò, un’insufficienza di tipo ostruttivo. Questo può capitare per esempio se un boccone è accidentalmente spinto nella trachea, o com’è accaduto in bambini con piccoli oggetti o parti di giocattoli o, ancora, in persone anziane e poco vigili che inspirano, senza accorgersene, parti di protesi dentarie. In altri casi, invece, le vie respiratorie sono libere, ma i polmoni non riescono a muoversi come dovrebbero.
Il polmone è come un mantice: quando si dilata l’aria vi penetra, mentre quando si restringe, l’aria esce. Un mantice che non riesce a dilatarsi e restringersi come si deve, indubbiamente non funziona bene.
Molti ricorderanno la disgraziata finale di Coppa Campioni allo stadio Belga di Heysel nel 1985 tra Juventus e Liverpool. In quel caso, molti spettatori persero la vita a causa della calca che impedì loro di espandere il torace come normalmente avviene, quando si respira. La morte, per molti sfortunati, intervenne perciò per insufficienza respiratoria acuta di tipo restrittivo, in assenza, in pratica d’ostruzioni dei canali del respiro.
I succitati esempi si riferiscono a due tipi d’insufficienza respiratoria acuta che possono risolversi senza gravi danni o, come talvolta accade, con la morte nel giro di pochi secondi. Sono casi, fortunatamente, molto rari. La maggioranza dei casi interessa, invece, malati che sviluppano un’insufficienza respiratoria nel corso di anni. La maggior parte di questi presenta una situazione che i medici chiamano BPCO.
BPCO è una sigla che significa Bronco pneumopatia cronica ostruttiva e che chiarisce subito che l’insufficienza respiratoria nasce sia da un’ostruzione cronica, in altre parole durevole nel tempo, dei bronchi sia da un’alterazione polmonare. La bronchite cronica e l’enfisema polmonare sono le cause più frequenti.
Ci sono persone, per lo più forti fumatori, che presentano uno stato infiammatorio cronico dei bronchi. Queste persone hanno costantemente, o frequentemente, tosse con continua produzione e espulsione di catarro. Si tratta di situazioni apparentemente banali, che sono sottovalutate dal paziente che finisce per abituarsi a questo stato di cose e lo considera “normale”.
Inoltre, poiché queste situazioni si protraggono per anni, chi ne è affetto, è in un certo qual modo rassicurato e pensa che non ne patirà importanti conseguenze. Proprio il protrarsi nel tempo di queste situazione conduce invece, giorno dopo giorno, a danni dei bronchi e dei polmoni che, alla fine, risulteranno gravissimi e quel che più conta, irrimediabili.
La tosse e l’infiammazione continua, infatti, finiscono per rovinare i tessuti di cui è fatto il polmone. Questi tessuti sono naturalmente elastici e consentono al mantice polmonare di dilatarsi e restringersi. Tosse e infiammazione cronica sfiancano questi tessuti che perdono la loro elasticità ed il polmone diventa come un mantice sempre dilatato che riesce a restringersi solo di pochissimo.
È chiaro che in queste condizioni il ricambio d’aria all’interno del polmone è minimo: minimo sarà l’ingresso di ossigeno fresco nei polmoni e minima l’espulsione della CO2.
In conclusione, nella BPCO c’è un’ostruzione dei bronchi per l’infiammazione cronica e, al tempo stesso, una riduzione dell’elasticità dei polmoni con minore efficienza del mantice polmonare.
Questi pazienti, da anni abituati ad una tosse cronica cominciano, pian piano, ad avere affanno, ossia fiato corto, dapprima durante sforzi relativamente modesti, come salire le scale o camminare svelti, poi per piccolissimi sforzi ed infine anche quando sono a completo riposo. Contemporaneamente si manifestano altri segni dell’insufficienza respiratoria come la cianosi, un caratteristico colorito bluastro della pelle, conseguente a ridotta ossigenazione del sangue, ben visibile a livello dei lobi degli orecchi e labbra ed un particolare aspetto delle unghie delle mani che i medici chiamano “a vetrino d’orologio” proprio perché, per la loro forma, lo ricordano.
L’ipossia, cioè la carenza d’ossigeno nel sangue, causa agitazione, confusione, delirio, svenimento, ipotensione, battiti cardiaci accelerati, mentre l’ipercapnia dà mal di testa, vertigini, confusione, svenimenti, sussulti muscolari, pupille piccole, ipertensione arteriosa, sudorazione.
Sarà, però, la misurazione nel sangue della quantità d’ossigeno e anidride carbonica, che consentirà di fare, con certezza, diagnosi di insufficienza respiratoria.
La raccolta della storia del malato, una visita accurata e alcuni test, tra i quali la spirometria che valuta l’efficienza del mantice polmonare, chiariranno come e perché il danno si è prodotto e quale la sua gravità.
La migliore cura dell’insufficienza respiratoria cronica è, evidentemente, la prevenzione di quelle malattie dei polmoni e dei bronchi che la causano.
Astensione dal fumo di sigaretta, cura di ogni episodio di bronchite, allontanamento di polveri e sostanze tossiche dai luoghi di lavoro, sono misure che possono prevenire o arrestare l’evoluzione dell’insufficienza respiratoria.
Quando l’insufficienza respiratoria si è ormai stabilita è necessario dare farmaci per cercare di impedire un peggioramento della situazione polmonare e ridurre l’ostruzione dei bronchi.
La riabilitazione respiratoria migliora la tolleranza allo sforzo e l’affanno; una corretta alimentazione contribuisce a migliorare la qualità della vita soprattutto nei pazienti con condizioni generali scadenti. La somministrazione continua di piccole quantità d’ossigeno per più di 15 ore il giorno è uno dei principali trattamenti nei pazienti con BPCO ed è l’unico trattamento capace di prolungare la vita dei pazienti con insufficienza respiratoria.
La respirazione è il risultato di una catena di eventi che origina dall’attività ritmica dei centri respiratori posti a livello del pavimento del IV ventricolo, in risposta alle informazioni provenienti dai chemiorecettori centrali e periferici;
l’insieme di questi segnali efferenti generati a livello centrale (tronco encefalico), si trasmette ai muscoli respiratori attraverso le vie piramidali, determinando il movimento della gabbia toracica, di conseguenza dei polmoni.
Lo scopo della respirazione è quello di fornire un adeguato apporto di ossigeno ai tessuti, garantendo allo stesso tempo un’efficace eliminazione dell’anidride carbonica derivante dai processi di produzione energetica che avvengono a livello cellulare, attraverso la combustione dei substrati energetici (carboidrati, grassi e proteine) in presenza di ossigeno.
Il sistema respiratorio e quello cardiovascolare concorrono entrambi al raggiungimento di questo obiettivo. Il sistema respiratorio garantisce gli scambi gassosi tra l’aria ambientale ed il sangue tramite uno scambiatore di gas (il polmone, le vie aeree ed i vasi polmonari), e permette un adeguato ricambio di aria attraverso una pompa meccanica o ventilatoria (centri respiratori, muscoli respiratori, parete toracica).
L’insufficienza respiratoria può conseguire alla compromissione di uno o di entrambi questi elementi;
pertanto rappresenta quella condizione patologica in cui l’apparato respiratorio non è più in grado di assolvere alla funzione di trasporto dell’ossigeno, in quantità adeguate nel sangue arterioso, e di rimozione di una corrispondente quota di anidride carbonica dal sangue venoso.
Considerando il risultato finale a livello cellulare, specificamente a livello mitocondriale, l’insufficienza respiratoria si può definire come una turba del metabolismo cellulare secondaria a ridotto apporto di ossigeno ai tessuti, per alterazione di una o più tappe del processo respiratorio: ventilazione, scambi gassosi intrapolmonari, trasporto dei gas, scambi gassosi tissutali.
Dal punto di vista fisiopatologico, l’IR (acronimo di insufficienza respiratoria) può essere distinta in:
● Insufficienza Respiratoria (tipo 1), caratterizzata prevalentemente da ipossiemia (PaO2< 55-60 mmHg in aria ambiente) secondaria ad alterazione del rapporto Ventilazione/Perfusione, della diffusione alveolo-capillare o alla formazione di shunt.
● Insufficienza Respiratoria (tipo 2), prevalentemente ipossiemica/ipercapnica (PaCO2> 45 mmHg), secondaria a patologie del SNC, della gabbia toracica o dei muscoli respiratori, che determinano ipoventilazione alveolare.
Sintomi dell’insufficienza respiratoria
I principali segni fisici di fatica ventilatoria sono l’uso vigoroso dei muscoli ventilatori accessori, la tachipnea, la tachicardia, la diminuzione del volume respiratorio, un respiro irregolare o boccheggiante, e il movimento paradosso dell’addome. Una certa alterazione dello stato di coscienza è tipica, e la confusione è comune.
L’insufficienza respiratoria cronica (IRC) determina uno stato di invalidità progressivamente ingravescente, che limita le capacità lavorative dei soggetti e, a lungo termine, lo svolgimento di una normale vita di relazione. Le implicazioni socio-economiche di questa sofferenza cronica sono enormi – sia in termini di costi previdenziali (perdite di giornate lavorative, prepensionamenti etc.), sia in termini di spesa sanitaria farmaceutica o di ospedalizzazione (uso continuo di farmaci, ricoveri ricorrenti con degenza prolungata) – e si accompagnano ad un progressivo deterioramento della qualità di vita dell’ammalato.
Insufficienza respiratoria:
- PaO2 <60 mmHg e/o
- PaCO2 >45 mmHg
| Insufficienza Respiratoria | |
Senza ipercapnia | Con ipercapnia |
Tipo I
| Tipo II
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Shunt intrapolmonare Mismatch V/Q | Ipoventilazione alveolare |
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Anatomia/Fisiologia – Sistema Muscolare
FONTE: WWW.WEBAPPUNTI.COM
ANATOMIA SISTEMA -SCHELETRICO
Il Sistema Scheletrico
L’apparato locomotore comprende le ossa che costituiscono lo scheletro, e i muscoli, connessi alle ossa tramite tessuti connettivi come i tendini. Esso sostiene il corpo e ne permette il movimento, oltre a proteggere gli organi interni.
Le ossa sono costruite da sostanze organiche (35%), sostanze inorganiche (60%) e cellule (5%).
Le ossa sono caratterizzate da diversi tipi di cellule: gli osteoblasti sono cellule immature che secernono matrice organica che poi sarà soggetta a calcificazione. Dopo tale processo, esse si trasformano in vere cellule dellosso, gli osteociti. Gli osteoclasti, infine, sono cellule che lisano il tessuto osseo, mettendo in ciclo i minerali necessari.
La struttura fondamentale è organizzata in lamelle, alternate da strati di osteociti, e in base alla loro disposizione si distinguono: tessuto compatto, costituito da lamelle connesse tra loro, e tessuto spugnoso, costituito da lamelle che formano reticoli tridimensionali che accolgono il midollo osseo.
Losteone è la struttura fondamentale dellosso compatto: lultima lamella interna circonda un vaso sanguigno e fibre nervose, che costituiscono il cosiddetto Canale di Harvers.
Le ossa si dividono in lunghe, brevi e piatte.
Le ossa lunghe hanno una conformazione colonnare, detta diafisi, con due estremità rigonfie, dette epifisi.
La diafisi è formata da tessuto osseo compatto, è avvolta dal periostio, membrana che nutre e protegge losso, e losteone rappresenta la sua struttura fondamentale; le epifisi, invece, sono costituite da tessuto osseo spugnoso. Il periostio non è presente in prossimità delle articolazioni.
Le ossa brevi sono strutturalmente simili alle epifisi dellosso lungo, quindi costituite da tessuto osseo spugnoso rivestito da un sottile strato di compatto.
Infine, le ossa piatte, sono costituite da due strati pianeggianti di tessuto osseo compatto che racchiudono uno strato di tessuto osseo spugnoso.
Scheletro assile
Lo scheletro assile protegge e supporta gli organi interni, partecipando anche ad alcune funzioni vitali, come la respirazione.
La testa fa parte dello scheletro assile e si divide in neurocranio, cioè la parte superiore e posteriore del cranio, che comprende 8 ossa, 4 impari e 2 pari, e splancnocranio, che comprende 14 ossa, 2 impari e 6 pari.
Il tronco è composto dalla colonna vertebrale, che va dalla testa fino al bacino. Essa è divisa in quattro parti: cervicale (7 vertebre), dorsale (12 vertebre), sacrale (5 vertebre) e coccigeo (4-5 vertebre). Le vertebre sono ossa brevi, ciascuna delle quali si articola con quelle vicine, pur avendo i corpi separati da cuscinetti cartilaginei detti dischi intervertebrali. La colonna vertebrale presenta quattro caratteristiche curvature: due concavità posteriori (lordosi cervicale e lordosi lombare) e due convessità posteriori (cifosi toracica e cifosi coccigea), tutte importanti per le funzioni di sostegno e di equilibrio statico e dinamico.
La gabbia toracica è formata da vertebre costali, coste e sterno e ha la funzione di proteggere gli organi interni (cuore, polmoni) oltre che servire come punto di inserzione per i muscoli. Le coste sono ossa lunghe, appiattite e allungate: 7 sono definite vere, perché si agganciano direttamente allo sterno; 3 sono definite false perché le cartilagini costali si fondono tra loro prima di raggiungere lo sterno; infine, 2 sono definite fluttuanti perché non sono collegate allo sterno.
Lo sterno è un osso piatto posto al centro della parete anteriore del torace ed è costituito da tre parti: un grosso manubrio triangolare che si articola con le clavicole; il corpo, che si attacca alla superficie inferiore del manubrio e si estende verso il basso; il processo xifoideo, la parte più piccola, attaccata alla superficie inferiore del corpo.
Scheletro appendicolare
Lo scheletro appendicolare comprende le ossa delle estremità inferiori e superiori, dandoci il controllo dellambiente che ci circonda.
Ciascun braccio si articola con il tronco attraverso il cingolo toracico, costituito da clavicola e scapola. Le ossa che costituiscono le estremità superiori sono: lomero che costituisce il braccio, radio e ulna che costituiscono lavambraccio, le ossa del carpocostituiscono il polso, quelle metacarpali e le falangi costituiscono infine la mano.
Le ossa del cingolo pelvico sostengono e proteggono le visceri e gli organi riproduttivi, ed è costituito dalle ossa coxali, cioè ilio, pube e ischio. Le ossa di questa regione sono più robuste, ed esistono anche piccole differenze tra luomo e la donna: la differenza principale sta nellangolo che si forma a livello pubico, più grande nella donna, in modo da facilitare il parto.
Le estremità inferiori si articolano allo scheletro assile tramite il cingolo pelvico. Le ossa delle estremità inferiori sono: il femoreche costituisce la coscia, la patella o rotula, tibia e perone che costituiscono la gamba, le ossa del tarso che costituiscono la caviglia, e le ossa metatarsali e falangi che costituiscono il piede.
| File | Descrizione |
|---|---|
| Sistema-Muscolo-Scheletrico123.pdf | ANATOMIA SISTEMA MUSCOLO -SCHELETRICO |
FONTE: WWW.WEBAPPUNTI.COM
ANATOMIA SISTEMA MUSCOLARE
Il Sistema Muscolare
Esistono tre tipi di tessuto muscolare: muscolo scheletrico, muscolo cardiaco e muscolo liscio. Quelli che ci permettono di muovere il corpo, agendo sulle ossa dello scheletro, sono i muscoli scheletrici, definiti come muscoli volontari.
I muscoli scheletrici sono organi contrattili connessi alle ossa e svolgono diverse funzioni: permettono i movimenti delle diverse parti dello scheletro, mantengono la postura del corpo, proteggono e supportano gli organi interni, mantengono la temperatura corporea.
In ciascun muscolo scheletrico solo presenti tre strati concentrici di tessuto connettivo: lepimisio è lo strato di connettivo che circonda lintero muscolo; il perimisio suddivide il muscolo in una serie di fasci di fibre muscolari, i cosiddetti fascetti secondari; lendomisio, invece, circonda le signole fibre muscolari. Tra lendomisio e le fibre cellulari si trovano cellule satellite importanti per la riparazione del tessuto muscolare danneggiato.
Fibrocellula muscolare
Le cellule del tessuto muscolare sono dette fibrocellule per la loro caratteristica forma allungata. La membrana cellulare delle fibre muscolari viene chiamata sarcolemma, mentre il citoplasma sarcoplasma.
Le fibrocellule sono molto più grandi rispetto alle altre cellule, sono sincizi polinucleati e sono ricche di mitocondri, necessari per ricavare lenergia per la contrazione. Non tutte le cellule si sviluppano: alcune restano sottoforma di cellule satelliti, cellule staminali in grado di riparare il muscolo eventualmente danneggiato.
Allinterno del sarcoplasma si trovano le miofibrille. Questi particolari dispositivi contrattili sono strutture filamentose costituite da proteine contrattili capaci di modificare le proprie relazioni spaziali. Le miofibrille sono costituite a loro volta da fasci di miofilamenti, composti da due proteine filamentose, actina (filamenti sottili) e miosina (filamenti spessi) : è la loro disposizione alternata a conferire al sarcomero un aspetto striato. I filamenti di actina sono detti filamenti sottili e sono tenuti a registro dalla linea Z, mentre quelli di miosina sono detti filamenti spessi e sono tenuti a registro dalla linea M.
Contrazione
Una fibra muscolare che si contrae esercita una tensione e si accorcia; questo processo viene spiegato attraverso la teoria dello scivolamento dei filamenti. Lo scivolamento si verifica quando le teste della miosina (filamenti spessi) si legano sui siti attivi dei filamenti di actina (filamenti sottili).
Lavvio della contrazione viene causato dal rilascio di ioni calcio dal reticolo sarcoplasmatico in seguito agli eventi elettrici che si manifestano sulla superficie del sarcolemma; il messaggio elettrico viene quindi distribuito dai tubuli T che si estendono nel sarcoplasma. Gli ioni calcio liberati si legano poi alla troponina, causando una variazione nellorientamento del complesso troponina tropomiosina che espone i siti attivi sul filamento di actina. Quando le teste di miosina si legano ai siti attivi si formano ponti crociati.
La durata della contrazione dipende dalla durata della stimolazione elettrica; infatti la permeabilità delle cisterne terminali agli ioni calcio è temporanea, e se cessa la stimolazione elettrica, il reticolo sarcoplasmatico ricottura gli ioni calcio, il complesso troponina tropomiosina ricoprirà di nuovo i siti attivi e la contrazione avrà fine.
Sistematica
I muscoli del nostro corpo sono più di 600 e tutti contribuiscono a dare una straordinaria capacità di movimento. I muscoli scheletrici sono riccamente vascolarizzati e innervati, e rappresentano gli organi attivi del movimento.
Sono costituiti da un ventre e da parti accessorie di connettivo denso con cui si originano o terminano e che permettono di attaccarsi alle ossa (ad esempio i tendini).
Si suddividono in muscoli profondi, quando sono connessi solo alle ossa, e pellicciai quando hanno almeno una delle estremità nella cute.
Per quanto riguarda la forma si possono suddividere in: lunghi (con corpo e due estremità tendinee), larghi, brevi (con le tre dimensioni quasi uguali) , pennati (con le fibre disposte obliquamente rispetto al tendine) e sfinteri(disposizione ad anello). Inoltre, in generale, possono avere anche due o più ventri.
Muscolatura assiale
I muscoli della testa possono essere divisi in due gruppi:
- i muscoli pellicciai o mimici
- i muscoli scheletrici o masticatori
I muscoli mimici hanno origine dalle pareti del cranio e comprendono il gruppo dei muscoli associati alla bocca, cioè il muscolo orbicolare delle labbra e il muscolo buccinatore, i muscoli delle palpebre e i muscoli del naso.
I muscoli masticatori, invece, determinano i movimenti della mandibola. Il messetere è il più importante ed efficace, perché determina il sollevamento della mandibola; il muscolo temporale contribuisce allinnalzamento della mandibola; i muscoli pterigoidei mediale e laterale permettono di elevare, portare in avanti e far muovere la mandibola da un lato all’altro.
I muscoli del tronco comprendono:
- I muscoli del dorso
trapezio
grande dorsale
muscolo elevatore della scapola
muscoli romboidi che spostano la scapola. - I muscoli del torace
muscoli intrinseci, localizzati interamente nel torace, cioè i muscoli intercostali, il muscolo traverso del torace e i muscoli elevatori delle coste;
i muscoli toraco appendicolari, che vanno dalla gabbia toracica allarto superiore, e sono il grande pettorale e il piccolo pettorale;
il diaframma che separa la cavità toracica da quella addominale ed è il più importante muscolo inspiratorio. - I muscoli delladdome
il grande obliquo, muscolo espiratore che va dalle ultime costole fino al pube;
il grande retto, anchesso un muscolo espiratore posto nella parte anteriore delladdome. - I muscoli del bacino, vanno da sacro e coccige a ischio e pube, e hanno il compito di supportare gli organi della cavità pelvica e controllare gli sfinteri delluretra e dellano.
Muscolatura appendicolare
I muscoli dellarto superiore sono suddivisi in: muscoli della spalla, del braccio, dellavambraccio e della mano.
- Il muscolo della spalla si chiama deltoide e la ricopre interamente.
- I muscoli del braccio
bicipite, che si trova nella parte anteriore del braccio
tricipite, che si trova nella sua parte posteriore. - I muscoli dellavambraccio che contribuiscono alla flessione e allestensione delle dita della mano: nelle falangi non hanno origine muscoli, ma vi si trovano solo i tendini. I muscoli dellavambraccio addetti ai movimenti grossolani di mani e dita vengono chiamati muscoli estrinseci della mano, mentre quelli addetti ai movimenti più fini sono detti piccoli muscoli intrinseci.
anteriori, con azione pronatoria;
laterali, con azione rotatoria o flessoria dellavambraccio o estensoria della mano;
posteriori, con azione estensoria delle dita e del carpo.
I muscoli dellarto inferiore si dividono in muscoli dellanca, della coscia, della gamba e del piede.
- Muscoli dell’anca:piccoli muscoli che flettono e ruotano la coscia, ma il muscolo più importante è il grande gluteo, responsabile della nostra postura eretta.
- Principali muscoli della coscia
il quadricipite femorale, antero – laterale
il muscolo sartorio, antero-laterale
il bicipite femorale,
il muscolo semitendinoso, muscolo posteriore
muscolo semimembranoso, muscolo posteriore. - Principali muscoli della gamba
il muscolo tibiale anteriore
peroniero anteriore
il peroniero lungo e il peroniero breve, laterali
il muscolo tricipite surale, che forma la massa del polpaccio. - Principali muscoli del piede
il muscolo estensore breve delle dita, dorsale
vari muscoli plantari, responsabili della flessione delle dita.
FISIOLOGIA SISTEMA MUSCOLARE
Fisiologia della contrazione muscolare
Possiamo suddividere la contrazione muscolare in tre fasi principali:
- contrazione
- rilassamento
- fase latente
Contrazione
La contrazione muscolare di un muscolo scheletrico ha inizio quando il segnale elettrico, proveniente dai motoneuroni del sistema nervoso centrale (nuclei dei nervi cranici con componente motoria, o neuroni motori delle teste delle corna anteriori del midollo spinale), arriva ai bottoni sinaptici. Questi liberano nel citoplasma delle fibre muscolari una sostanza, l’acetilcolina, che agisce sui recettori (detti colinergici o muscarinici) presenti nella placca neuro muscolare determinando il potenziale d’azione. Il potenziale d’azione, che si propaga lungo il sarcolemma (ovvero la membrana cellulare del muscolo scheletrico), va a colpire canali voltaggio dipendenti intermembrana (canali della diidropiridina) i quali comunicano sul lato citoplasmatico con un complesso proteico, il recettore per la rianodina, che determina l’apertura dei canali Ca+2 contenuti nel reticolo sarcoplasmatico, che vengono così liberati. L’acetilcolina agisce inoltre sulle membrane che racchiudono i fasci di miofibrille, rendendole così permeabili agli ioni Ca+2, che hanno una fondamentale azione catalizzatrice per importanti reazioni chimiche. La liberazione di Ca+2 induce un processo di feedback positivo con amplificazione della concentrazione citoplasmatica di calcio: ioni Ca+2 stimolano pompe per l’estrusione di altro calcio.
Dai mitocondri della fibra muscolare, viene poi liberato ATP, e da altri organuli viene liberata la troponina. Tale sostanza andrà ad agire sui filamenti sottili, infatti avverrà una reazione catalizzata dagli ioni Ca+2, che permetterà alla troponina di legarsi alla tropomiosina, che lascerà libero il sito di attacco per la miosina. L’ATP agirà invece sui filamenti spessi: mediante una reazione di fosforilazione, e quindi mediante una reazione esoergonica, l’ATP diventa ADP, libera un gruppo fosfato, una grande quantità di energia, e si lega alla testa di miosina, la quale sfrutta tale energia per saltare dal suo loco, e andare ad occupare il sito di attacco nel filamento sottile, lasciato libero dalla tropomiosina. Durante lo scorrimento le teste di miosina si legano a quelle di actina con una precisa angolazione di 45°. Durante questo processo avvengono cambiamenti neoclitini, derivanti dall’assimilazione di proteine. Il processo quindi fa variare l angolazione di actina di 15° facendola arrivare così a 60°.
Rilassamento
Nella fase di rilassamento, il procedimento avviene in modo contrario a quello della contrazione e sembra che laparvalbumina sia coinvolta nel processo.
Fase latente
La fase latente è quella che segue lo stimolo, ma nella quale non c’è risposta. Ciò è dovuto al fatto che i canali voltaggio dipendenti che hanno fatto entrare gli ioni sodio per dare inizio al potenziale d’azione sono ora nella fase inattivata, pertanto non sono sensibili ad ulteriori perturbazioni elettriche: questo è detto “periodo refrattario (altro modo per indicare la fase latente) assoluto”. Segue immediatamente un “periodo refrattario relativo” dovuto al fatto che la cellula subisce un’iperpolarizzazione che fa scendere il suo potenziale al di sotto di quello che sarebbe il suo potenziale di riposo, pertanto una nuova contrazione è possibile, ma è necessaria una perturbazione elettrica maggiore perché si raggiunga il potenziale d’azione.
Funzioni della muscolatura
Le funzione della muscolatura sono principalmente quattro: la determinazione del movimento, il mantenimento della postura, stabilizzazione delle articolazioni e la produzione di calore.
Determinazione del movimento
I movimenti che noi compiamo ogni giorno sono il risultato della contrazione muscolare. Infatti, l’attività dei muscoli ci consente di rispondere a qualsiasi cambiamento dell’ambiente, per esempio la rapidità con cui i muscoli si contraggono ci permettono di scappare da una situazione di pericolo.
Mantenimento della postura
Grazie all’enorme lavoro che i muscoli effettuano in sequenza, per aggiustare la nostra posizione, ci permettono di mantenere la posizione eretta o la posizione da seduti, malgrado la forza di gravità.
Stabilizzazione delle articolazioni
Mentre esercitano trazione sulle ossa per determinare il movimento, i muscoli stabilizzano le articolazioni dello scheletro. Come i tendini, particolarmente importanti per rinforzare e stabilizzare quelle articolazioni le cui superfici sono poco congruenti.
Produzione di calore
Quando avviene la contrazione muscolare, viene utilizzato l’ATP e circa i tre quarti di questa energia viene liberata sotto forma di calore. Questa funzione è di vitale importanza per mantenere la temperatura corporea costante, circa 37 gradi.
Bioenergetica
Gli organismi viventi necessitano di un continuo apporto energetico che deve essere fornito dagli alimenti e convertito, tramite diverse vie metaboliche, in una forma chimica agevolmente utilizzabile. Nell’uomo, e nella maggior parte degli esseri viventi, la molecola comune alle varie tipologie d’utilizzo dell’energia è l’ATP che, pur non possedendone una gran quantità per ogni suo legame fosforico, è in grado di liberarla sotto una forma facilmente impiegabile nei vari processi biochimici.
Nella produzione d’energia avremo quindi un diverso impiego in base alla durata (capacità) ed all’intensità (potenza) del gesto atletico richiesto
Potenza erogata dai tre sistemi energetici in rapporto al tempo
Il recupero del sistema alattacido è rapido: in poco più di due minuti avviene la resintesi dei fosfageni consumati, mentre il t½, cioè il tempo perché avvenga il 50% della resintesi, è inferiore a 60 secondi
SISTEMA ANAEROBICO ALATTACIDO (dei FOSFAGENI)
E’ basato sull’utilizzo dei fosfageni muscolari: fosfocreatina (PC) e ATP. La PC è idrolizzata liberando energia che è utilizzata per la risintesi dell’ATP consumato durante la contrazione muscolare. I fosfageni forniscono rapidamente energia, ma causa la loro bassa concentrazione muscolare (4-6 mmoli/kg ATP e 15-17 mmoli/kg PC), si esauriscono altrettanto velocemente in pochi secondi.
SISTEMA ANAEROBICO LATTACIDO (Glicolisi Anaerobica)
E’ l’idrolisi parziale del glucosio, che, in assenza d’O2, si arresta ad acido lattico: quando l’utilizzo di tale sistema è protratto abbastanza a lungo, l’acido lattico tende ad accumularsi e può causare fatica muscolare. Oltre a quest’aspetto potenzialmente negativo, la glicolisi anaerobica è una via metabolica a basso rendimento: infatti sono prodotte solo tre moli d’ATP per mole di glicogeno consumato.
L’utilizzo è massimo per i primi 90 secondi, e continua ad essere, insieme al meccanismo aerobico, importante fonte d’energia per esercizi continui e massimali sino a circa 3-4 minuti.
SISTEMA AEROBICO
Si basa sull’utilizzo dei substrati alimentari (carboidrati, lipidi e proteine) metabolizzati in presenza d’ossigeno; è un sistema a relativa bassa potenza, ma a grandissima capacità e ottimo rendimento: vengono, infatti, prodotte ben 39 moli d’ATP per mole di glicogeno consumato. Il tempo con cui il sistema arriva alla massima potenza (VO2 max) è di circa 2-3 minuti: carichi di lavoro intorno al 70% di tale intensità possono essere sostenuti anche per diverse ore.
CLASSIFICAZIONE BIOENERGETICA DEGLI SPORT
In base al tipo di sistema energetico prevalentemente utilizzato durante l’attività sportiva si può proporre una classificazione:
TIPO DI SPORT | DURATA MEDIA DEL GESTO ATLETICO |
SPORT DI POTENZA (alattacidi) | 10″- 15″ |
SPORT prevalentemente ANAEROBICI | 15″- 45″ |
SPORT ANAEROBICI – AEROBICI MASSIVI | 45″- 180″ |
SPORT prevalentemente AEROBICI | superiore a 180″ |
SPORT ANAEROBICI – AEROBICI ALTERNATI tennis, sport di squadra (calcio, basket, volley, rugby), sport di combattimento (pugilato, lotta, arti marziali) | |
SPORT di DESTREZZA |
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Scarso impegno muscolare tiro con armi da fuoco, bocce, bowling | |
Intenso impegno muscolare scherma, ginnastica, windsurf, alpinismo | |
Impegno muscolare posturale e direzionale sport di guida (auto, moto, motonautica, aerei con e senza motore, deltaplano), surf, equitazione, sport subacquei, arco | |
SPORT COMBINATI pentathlon, decathlon, biathlon | |
Utilizzo dei substrati energetici alimentari
La produzione d’energia durante l’attività aerobica si basa sull’utilizzo bilanciato di carboidrati e lipidi. Le proteine contribuiscono marginalmente e solo in determinate situazioni hanno un ruolo energetico importante.
Il maggiore o minore utilizzo dei lipidi rispetto ai carboidrati è in funzione dell’intensità e della durata dell’attività aerobica; infatti, aumentando l’intensità dell’esercizio e di conseguenza diminuendone la durata, l’organismo tende ad aumentare l’utilizzo dei carboidrati rispetto ai grassi. Ad esempio, dai 2.5-3 g/minuto di consumo glucidico per carichi di lavoro pari al 70% del VO2 max, si passa a 4 g/minuto aumentando l’intensità sino all’85% del VO2 max. I carboidrati sono quindi preferiti ai lipidi quando vi è la necessità di avere un rapido e importante apporto energetico, pur avendo un potere calorico (4 cal/g) inferiore alla metà di quello dei grassi (9 cal/g). Questo perché questi ultimi, per produrre energia, necessitano di molto più ossigeno rispetto agli zuccheri: quindi l’equivalente energetico per volume d’ossigeno consumato, cioè il reale indice d’efficienza energetica, è più alto nei carboidrati rispetto ai grassi.
Nelle attività di lunga durata la fatica può essere descritta riferendosi a quella sensazione molto comune nei maratoneti che intorno al 35° Km sperimentano, come si dice in gergo, di scontrarsi contro un muro (“hitting the wall”).
In questo gruppo di sport, nel quale vanno considerate, non solo le attività ad impegno prevalentemente aerobico, ma anche alcune prove delle attività ad impegno combinato (come i giochi di squadra), una delle cause d’insorgenza della fatica va individuata nell’esaurimento delle scorte di glicogeno muscolare.
Il glicogeno muscolare rappresenta la forma con la quale i carboidrati sono immagazzinati nell‘ organismo. Esso si trova in quantità limitata nei muscoli (1,5 – 2 grammi per 100 grammi di muscolo) e nel fegato (80 grammi).
I depositi epatici e muscolari glucidici, possono quindi andare incontro ad esaurimento in un lasso di tempo abbastanza breve, di qui la necessità comunque di un ottimale impiego anche dei lipidi. E’ da rimarcare che l’adattamento biochimico-fisiologico indotto dall’allenamento di resistenza facilita l’utilizzo dei lipidi che, nei soggetti allenati, può arrivare a coprire il 65% del VO2 max contro il 55% dei non allenati. Comunque, la disponibilità d’O2 e la dotazione in mitocondri muscolari limitano l’utilizzo degli acidi grassi liberi anche se la loro concentrazione è, e permane elevata
Per esercizi che richiedono meno del 60% o più del 90% della massima potenza aerobica non si assiste ad una significativa riduzione delle scorte di glicogeno. Nel primo caso, poiché l’intensità dello sforzo è molto modesta, il carburante utilizzato è rappresentato quasi esclusivamente dai grassi, con un modestissimo uso del glicogeno; l’interruzione dello sforzo per fatica acuta è causata, da altri motivi come ipoglicemia, iperammoniemia, alterazione dei neurotrasmettitori cerebrali, discomfort, dolore muscolare, aumento della temperatura corporea, disidratazione.
Nel secondo caso, trattandosi di sforzi molto intensi (di tipo lattacido), il glicogeno rappresenta l’unico substrato utilizzabile per la produzione glicolitica di ATP e l’esaurimento interviene precocemente, impedendo quindi la deplezione dei depositi di glicogeno, essenzialmente per l’accumulo d’acido lattico nei tessuti (acidosi metabolica).
Si assume, da quanto riportato in letteratura, che uno sforzo che sia protratto alla massima intensità sostenibile dal metabolismo aerobico per tempi prolungati (come la maratona, per l’appunto), il glicogeno muscolare può fornire l’energia per non più di due ore.
Se si vuole resistere di più, come nella marcia per esempio, si deve utilizzare un livello più basso di potenza del proprio motore aerobico.
L’utilizzo delle proteine per fornire energia durante l’attività fisica sembra assumere un valore significativo solo quando le riserve muscolari di glicogeno sono molto scarse fin dall’inizio della prestazione (ad esempio in una dieta ipocalorica e ipoglucidica) oppure diminuiscono significativamente, fatto che, come visto, si verifica non prima dei 60-80 minuti d’esercizio aerobico intenso. In queste situazioni il catabolismo proteico può concorrere dal 3 sino al 18% delle richieste energetiche dell’organismo. Anche in questo caso il ruolo energetico degli aminoacidi è maggiore nei soggetti allenati rispetto ai sedentari. In queste condizioni rivestono un importante ruolo energetico gli aminoacidi a catena ramificata (BCAA: valina, leucina e isoleucina) che possiedono, a livello del muscolo, la peculiarità di poter diminuire la proteolisi, cioè l’utilizzo a fini energetici delle proteine, che si può verificare negli sforzi di endurance in concomitanza con la riduzione delle riserve di glicogeno. Inoltre entrano, come altri aminoacidi, nel ciclo epato-muscolare del glucosio-alanina che permette la neoglucogenesi epatica, fornendo appunto del glucosio neoformato che è inviato al muscolo per produrre energia. I BCAA hanno anche un importante ruolo nella sintesi del glutammato che, trasformandosi in glutamina, contrasta l’aumento della concentrazione dell’ammoniaca indotto dall’esercizio. E’ da ricordare che i BCAA sono rappresentati nel normale apporto proteico di una dieta equilibrata (circa il 20% degli aminoacidi) e, tranne reali e motivate indicazioni, non è necessaria una loro integrazione farmacologica..
Biomeccanica
La Biomeccanica nel nuoto si compone di cinematica, dinamica e meccanica dei fluidi. La cinematica studia le traiettorie, la dinamica l’applicazione delle forze e la meccanica dei fluidi la resistenza del mezzo.
Nel nuoto, in maniera particolare, per fare un’analisi biomeccanica completa bisogna distinguere due punti di vista: quello dell’atleta e quello del fluido.
Rispetto all’atleta si studia la traiettoria, velocità e tempo di percorrenza ed esecuzione del gesto, applicazione della forza;
rispetto al fluido: drag, lift, galleggiamento, equilibrio, onde e leggi della meccanica dei fluidi in generale.
La sintesi di questi studi ci darà la ricerca dei parametri fisici della prestazione.
Elementi essenziali della meccanica dei fluidi
A Forza espressa in funzione della pressione
B Spinta archimedea
La Spinta archimedea definisce il principio di galleggiamento di un corpo immerso in acqua
Il galleggiamento determina anche le condizioni di equilibrio rispetto alla geometria variabile del corpo
Quando il metacentro si trova all’interno del corpo si ha il galleggiamento
C Tensione superficiale : Lavoro svolto per portare un numero sufficientemente alto di particelle sulla superficie per riformarla.
La tensione superficiale ci spiega che ogni perdita di contatto del corpo dall’acqua crea un moto locale di turbolenza
D Dinamica dei Fluidi
Il nuoto è uno sport che si svolge in condizioni di moto non stazionario ed irrotazionale. Pertanto le analisi stazionarie e l’uso dei tubi di flusso sono approssimazioni troppo deboli. Bisogna affrontare il problema in maniera di
versa, utilizzando l’idea che un corpo in movimento in fluido presenta una differenziazione fisica dal punto di impatto con il fluido mentre avanza fino alla scia.
D Effetto Magnus:
Un corpo in rotazione forma una serie di filetti di fluido in rotazione.
FORME DI FLUSSO
Flusso Vorticoso: quando la velocità supera quella critica per cui si perde la stratificazione.
Flusso laminare: Quando lo sforzo di taglio, forza di coesione tra molecole e quantità di moto agiscono localmente.
Flusso turbolento: Quando sforzo di taglio, di coesione e quantità di moto agiscono su zone intere.
Moto Vorticoso
Si dice di un fluido in cui il suo moto presenta anche velocità angolare per cui il moto si dice rotazionale, per cui superata la velocità critica si creano vortici in modo naturale.
I mulinelli in acqua e i tornado nell’aria sono tipici vortici irrotazionali.
Nel caso del nuoto sono importanti i vortici di scia dovuti all’allontanamento dello strato limite per corpi molto lunghi. In questo caso si creano i tubi di moto vorticoso
RESISTENZA DELL’ACQUA
La resistenza dell’acqua è espressa come drag.
In questa sezione trattiamo brvemente solo il drag passivo in relazione allle proprietà del corpo immerso.
Regola: per conservare l’attrito di pelle e body bisogna conservare un flusso laminare che manifesti solo turbolenze locali.
Drag di forma
Dipende dalla geometria dell’atleta, agisce sia attivamente che passivamente.
Drag d’onda
Si ha nella formazione dell’onda da parte dell’atleta e si evidenzia con il vortice di scia e la turbolenza dovuta alla tensione superficiale. E’ la componente principale del drag attivo. A delfino e a stile è provocato solitamente da un tuffo eccessivo a seguito della respirazione e da un affondamento delle spalle. A dorso è provocato da una scorretta azione nel rollio, dovuta anche da una scorretta meccanica della bracciata.
Per tutti e quattro gli stili, la causa maggiore del drag d’onda è data dallo sfasamento dell’azione delle gambe con quella delle braccia.
Questo accade quando non si ottiene un pieno controllo dell’azione guida – l’efferenza che guida tutto il gesto –
Infine tutti i movimenti fuori dagli assi longitudinali e trasverso e movimenti verticali e laterali provocano la produzione del drag d’onda.
I suggerimenti sulla costruzione della nuotata efficacie sono secondo noi i seguenti:
Massima ricerca dello scivolamento;
Minimizzare i movimenti verticali ed orizzontali laterali
Le alterazioni tecniche vanno proposte solo per la riduzione del drag;
Evitare cambiamenti tecnici che richiedono tanto controllo.
ANALISI DELLE FORZE
Gli stili nel nuoto si dividono in due categorie: assi lunghi – stile e dorso – e assi corti – rana e delfino -. Negli assi lunghi l’azione propulsiva avviene intorno all’asse sagittale mediante il rollio.
Le proprietà meccaniche del rollio sono riconducibili al momento di torsione del corpo che penetra l’acqua riducendo il drag di forma.
Sia a dorso che a stile il trasferimento dell’attacco della bracciata sul fianco, anziché sul torace, permette un uso completo e corretto della cuffia dei rotatori della spalla, un maggior allungamento del braccio in entrata e una maggiore profondità della bracciata con uso prevalente del gran dorsale nella massima fase di applicazione della forza.
Negli assi corti l’azione propulsiva avviene intorno all’asse traverso mediante la ricerca del tuffo in avanti.
Sia a rana che a delfino il punto di massima propulsione si ha quando il nuotatore riesce a far coincidere il centro di massa con il punto di galleggiamento. Questo è il momento in cui il delfinista ha la possibilità di creare il massimo avanzamento con le braccia, mentre per il ranista rappresenta il punto di massimo equilibrio da cui esplodere la spinta delle gambe.
Azioni delle forze
L’evoluzione tecnica della nuotata tende a far coincidere il punto in cui agisce la forza di gravità con quello ascensionale della spinta archimedea tale che
PFp = PSA che porta un drag lineare e di forma massimi per cui bisogna evitare di spingere le gambe in basso e mantenere una condizione di turbolenza.
Questa considerazione è valida per tutti e quattro gli stili poiché consideriamo l’avanzamento nel nuoto ottenuta grazie ad un’azione tuffata in avanti, per cui l’asse traverso diventa fondamentale.
AZIONI IDROSTATICHE
Nella sezione precedente abbiamo parlato di variazioni dello stato di equilibrio, uno studio tecnico e didattico di tale situazione parte dalle azioni idrostatiche.
Se partiamo dalle condizioni di equilibrio date dalla sovrapposizione dei punti di galleggiamento e centro di massa, possiamo dividere le condizioni di propulsione in due categorie: scivolamento toracico e ventrale per gli stili in pronazione (stile libero, delfino e rana ) e lo scivolamento sull’arco dorsale e lombosacrale per lo stile in supinazione(dorso)
La seconda tipologia di nuotata è tipica di chi cerca di stare sempre sull’onda. Ciò implica la capacità di mantenere un grosso ritmo di nuotata e di rendere indipendente la parte lombo sacrale del busto dalla testa e le braccia.
Questa caratterizzazione vale per tutti e tre gli stili in pronazione, anche nella rana una postura alta e piatta sull’acqua determina una totale indipendenza dell’arco lombosacrale e dell’anca rispetto alla parte superiore del tronco.
Le considerazioni per il dorso sono molto simili anche se più ristrette.
Infatti uno scivolamento sull’arco lombosacrale è giustificabile nelle gare di velocità e nell’uscita dalle fasi subacquee per acquistare un ritmo maggiore di nuotata.
AZIONI DELLE FORZE IN AVANZAMENTO
Principio di Bernoulli
Il lift o portanza crea una linea di separazione di potenziale tra la parte sottostante il corpo e quella sovrastante che produce un spinta ascensionale.
La fase di presa che è responsabile di questa situazione fluidodinamica si ha con uno scivolamento della mano in avanti e quindi con l’avanzamento.
Osservazione
L’azione di scivolamento riduce il carico di impegno muscolare.
Il punto di inserzione del lift non inficia le condizioni di presa ed è irrilevante al fine della propulsione.
Importanza del Lift.
1) Area di scivolamento sul torace;
2) Effetto Magnus sull’asse trasverso di rotazione;
3) Avanzamento mediante un’azione tuffata in avanti che equivale a dire perdita di equilibrio sull’asse orizzontale.
AZIONE DELLA TERZA DI NEWTON
Diamo alcune esemplificazioni utilizzando lo schema per il delfino precisando che queste considerazioni possono essere fatte, muatis mutandis anche per gli altri stili, sempre partendo dall’idea espressa nelle sezioni precedenti della prevalenza dell’asse traverso per le fasi di avanzamento.
AZIONI DELLE GAMBE E FORZE VERTICALI
L’abbassamento delle gambe implca lo spostamento in avanti del punto di galleggiamento per cui il punto di applicazione della forza peso e della spinta archimedea coincidono. Segue l’azione della forza in basso del busto e della coscia e la successiva reazione verso l’alto dell’acqua.
Distensione delle gambe e trazione delle braccia che crea una spinta in basso a cui reagisce una spinta ascensionale pari al volume di acqua spostato.
ova flessione delle gambe e inizio della fase di spinta. Esiste un equilibrio tra forze.
Inizio del recupero con una nuova distensione delle gambe. Esiste ancora un equilibrio tra le forze verticali.
Regola Aurea
Si ha propulsione quando esiste un equilibrio tra forze verticali
Bisogna correggere la (i)
Basta anticipare leggermente l’ingresso della testa in acqua per avere l’equilibrio delle forze.
COSTRUZIONE DEL GESTO PER LE PRECONDIZIONI GARA
1) Esistono dei fenomeni fisici che condizionano il gesto
2) Esistono delle abilità che se allenate creano il gesto proprio dell’atleta
3) Allenare le abilità
!-3 vivono in un ambito prettamente neuro fisiologico e neuro muscolare.
I parametri fisici che vengono coinvolti sono la velocità del gesto e il tempo dello stesso. Il ritmo inteso sia come tempo che durata.
Inteso come tempo implica i cambi di velocità nelle varie fasi – locali – del ciclo e globali- nell’intero ciclo -.
Inteso come durata riguarda la ritenzione del gesto in tutta la sua fase.
I sistemi allenanti in cui tutto ciò vive sono A2 e C3.
COSTRUZIONE DEL GESTO PER LE CONDIZIONI GARA
4) Esistono dei fenomeni fisici che condizionano il gesto in gara
5) Esistono delle capacità che se allenate creano il gesto proprio dell’atleta
6) Allenare le capacità
Elementi essenziali della meccanica dei fluidi
A Forza espressa in funzione della pressione
B Spinta archimedea
La Spinta archimedea definisce il principio di galleggiamento di un corpo immerso in acqua
Il galleggiamento determina anche le condizioni di equilibrio rispetto alla geometria variabile del corpo
Quando il metacentro si trova all’interno del corpo si ha il galleggiamento
C Tensione superficiale : Lavoro svolto per portare un numero sufficientemente alto di particelle sulla superficie per riformarla.
La tensione superficiale ci spiega che ogni perdita di contatto del corpo dall’acqua crea un moto locale di turbolenza
D Dinamica dei Fluidi
Il nuoto è uno sport che si svolge in condizioni di moto non stazionario ed irrotazionale. Pertanto le analisi stazionarie e l’uso dei tubi di flusso sono approssimazioni troppo deboli. Bisogna affrontare il problema in maniera diversa, utilizzando l’idea che un corpo in movimento in fluido presenta una differenziazione fisica dal punto di impatto con il fluido mentre avanza fino alla scia.
D Effetto Magnus:
Un corpo in rotazione forma una serie di filetti di fluido in rotazione.
FORME DI FLUSSO
Flusso Vorticoso: quando la velocità supera quella critica per cui si perde la stratificazione.
Flusso laminare: Quando lo sforzo di taglio, forza di coesione tra molecole e quantità di moto agiscono localmente.
Flusso turbolento: Quando sforzo di taglio, di coesione e quantità di moto agiscono su zone intere.
Moto Vorticoso
Si dice di un fluido in cui il suo moto presenta anche velocità angolare per cui il moto si dice rotazionale, per cui superata la velocità critica si creano vortici in modo naturale.
I mulinelli in acqua e i tornado nell’aria sono tipici vortici irrotazionali.
Nel caso del nuoto sono importanti i vortici di scia dovuti all’allontanamento dello strato limite per corpi molto lunghi. In questo caso si creano i tubi di moto vorticoso.
Tali tubi se si formano paralleli alle linee di flusso rappresentano una forma di attrito. Se si formano ortogonali alle linee di flusso aumentano l’energia di propagazione dell’onda.
Numero di Reynolds
Discrimina il passaggio dal moto laminare a quello turbolento.
Legge di Stokes
Da la resistenza all’avanzamento rispetto al tipo di moto
Nb Tutti gli studi sul drag fanno uso della legge di Stokes.
E’ possibile riformulare il numero di Reynolds rispetto alle forze che agiscono sul moto.
NR=Fi/Fv dove Fi = forza di inerzia.
Se il numero di Reynolds è minore di 2000 si ha un moto laminare, altrimenti il moto è turbolento
Oss Rana e delfino sono moti turbolenti perché la forza inerziale ha un grosso peso negli aspetti propulsivi.
ONDE
Def. Propagazione nello spazio di una quantità di energia che modifica localmente le grandezze fisiche.
Il movimento dell’onda non implica l traslazione sistematica del mezzo di propagazione ma una semplice oscillazione.
L’onda del mare ha un movimento circolare di particelle che vengono localizzate nelle propagazione e traslazione di energia.
Onde Sinusoidali
Formule derivate
k = 2p/l numero di onde prodotte in ogni periodo
v= 2p/T = 2p*f frequenza angolare
v = l*f velocità di avnzamento
In tutti gli sport ciclici la velocità è data dalla frequenza per la lunghezza della falcata o bracciata. Pertanto è possibile ricondurre il nuoto ad una produzione di onde. Inoltre nel nuoto la velocità è data dal prodotto teorico della tecnica per la flessibilità.
Possiamo quindi scrivere:
v = t*F dove t = tecnica e F = flessibilità
Pertanto possiamo, in via del tutto teorica, dare questa semplice relazione:
t/l = f/F
La tecnica sta alla ampiezza di bracciata come la frequenza di bracciata sta alla flessibilità dell’ atleta. Questa relazione è del tutto accettabile.
RESISTENZA DELL’ACQUA
La resistenza dell’acqua è espressa come drag.
In questa sezione trattiamo brvemente solo il drag passivo in relazione allle proprietà del corpo immerso.
Regola: per conservare l’attrito di pelle e body bisogna conservare un flusso laminare che manifesti solo turbolenze locali.
Drag di forma
Dipende dalla geometria dell’atleta, agisce sia attivamente che passivamente.
Drag d’onda
Si ha nella formazione dell’onda da parte dell’atleta e si evidenzia con il vortice di scia e la turbolenza dovuta alla tensione superficiale. E’ la componente principale del drag attivo. A delfino e a stile è provocato solitamente da un tuffo eccessivo a seguito della respirazione e da un affondamento delle spalle. A dorso è provocato da una scorretta azione nel rollio, dovuta anche da una scorretta meccanica della bracciata.
Per tutti e quattro gli stili, la causa maggiore del drag d’onda è data dallo sfasamento dell’azione delle gambe con quella delle braccia.
Questo accade quando non si ottiene un pieno controllo dell’azione guida – l’efferenza che guida tutto il gesto –
Infine tutti i movimenti fuori dagli assi longitudinali e trasverso e movimenti verticali e laterali provocano la produzione del drag d’onda.
I suggerimenti sulla costruzione della nuotata efficacie sono secondo noi i seguenti:
Massima ricerca dello scivolamento;
Minimizzare i movimenti verticali ed orizzontali laterali
Le alterazioni tecniche vanno proposte solo per la riduzione del drag;
Evitare cambiamenti tecnici che richiedono tanto controllo.
ANALISI DELLE FORZE
Gli stili nel nuoto si dividono in due categorie: assi lunghi – stile e dorso – e assi corti – rana e delfino -. Negli assi lunghi l’azione propulsiva avviene intorno all’asse sagittale mediante il rollio.
Le proprietà meccaniche del rollio sono riconducibili al momento di torsione del corpo che penetra l’acqua riducendo il drag di forma.
Sia a dorso che a stile il trasferimento dell’attacco della bracciata sul fianco, anziché sul torace, permette un uso completo e corretto della cuffia dei rotatori della spalla, un maggior allungamento del braccio in entrata e una maggiore profondità della bracciata con uso prevalente del gran dorsale nella massima fase di applicazione della forza.
Negli assi corti l’azione propulsiva avviene intorno all’asse traverso mediante la ricerca del tuffo in avanti.
Sia a rana che a delfino il punto di massima propulsione si ha quando il nuotatore riesce a far coincidere il centro di massa con il punto di galleggiamento. Questo è il momento in cui il delfinista ha la possibilità di creare il massimo avanzamento con le braccia, mentre per il ranista rappresenta il punto di massimo equilibrio da cui esplodere la spinta delle gambe
Azioni delle forze
L’evoluzione tecnica della nuotata tende a far coincidere il punto in cui agisce la forza di gravità con quello ascensionale della spinta archimedea tale che
PFp = PSA che porta un drag lineare e di forma massimi per cui bisogna evitare di spingere le gambe in basso e mantenere una condizione di turbolenza.
Questa considerazione è valida per tutti e quattro gli stili poiché consideriamo l’avanzamento nel nuoto ottenuta grazie ad un’azione tuffata in avanti, per cui l’asse traverso diventa fondamentale.
In questi termini riteniamo superati o quantomeno da ridefinire i punti di vista legati alla mano ferma in acqua o ancoraggio, alla presa o alle relazioni tra il drag e il lift.
Abbiamo visto che il drag d’onda è la componente più importante dell’avanzamento.
Inoltre abbiamo considerato la sovrapposizione dei punti del centro di massa e di galleggiamento come condizione di equilibrio ideale nel produrre un tuffo in avanti.
Pertanto, nel gioco delle relazioni tra forze inerziali e spinte ascensionali, la gestione delle condizioni di turbolenza è fondamentale per la ricerca dell’efficacia.
Da un punto di vista biomeccanico la turbolenza deve diventare un energetico come l’acido lattico in fisiologia.
Va perseguita la variabilità del sistema di movimento per cui l’avanzamento in acqua, come nella locomozione, avviene mediante una ricerca di condizioni di equilibrio successive ad una perturbazione. In questa ottica si supera l’idea del nuotatore
con assetto stabile come massima espressione del gesto tecnico.
L’idea che qui proponiamo è quella della capacità anticipatrice dell’azione, per cui la ricerca dinamica dell’equilibrio non è altro che la risoluzione immediata di una perturbazione. Bisogna quindi percepire la nuotata come una serie continua di perturbazioni risolte da equilibri dai quali produrre avanzamento.
AZIONI IDROSTATICHE
Nella sezione precedente abbiamo parlato di variazioni dello stato di equilibrio, uno studio tecnico e didattico di tale situazione parte dalle azioni idrostatiche.
Se partiamo dalle condizioni di equilibrio date dalla sovrapposizione dei punti di galleggiamento e centro di massa, possiamo dividere le condizioni di propulsione in due categorie: scivolamento toracico e ventrale per gli stili in pronazione (stile libero, delfino e rana ) e lo scivolamento sull’arco dorsale e lombosacrale per lo stile in supinazione(dorso)
La seconda tipologia di nuotata è tipica di chi cerca di stare sempre sull’onda. Ciò implica la capacità di mantenere un grosso ritmo di nuotata e di rendere indipendente la parte lombo sacrale del busto dalla testa e le braccia.
Questa caratterizzazione vale per tutti e tre gli stili in pronazione, anche nella rana una postura alta e piatta sull’acqua determina una totale indipendenza dell’arco lombosacrale e dell’anca rispetto alla parte superiore del tronco.
Le considerazioni per il dorso sono molto simili anche se più ristrette.
Infatti uno scivolamento sull’arco lombosacrale è giustificabile nelle gare di velocità e nell’uscita dalle fasi subacquee per acquistare un ritmo maggiore di nuotata.
AZIONI DELLE FORZE IN AVANZAMENTO
Principio di Bernoulli
Il lift o portanza crea una linea di separazione di potenziale tra la parte sottostante il corpo e quella sovrastante che produce un spinta ascensionale.
La fase di presa che è responsabile di questa situazione fluidodinamica si ha con uno scivolamento della mano in avanti e quindi con l’avanzamento.
Osservazione
L’azione di scivolamento riduce il carico di impegno muscolare.
Il punto di inserzione del lift non inficia le condizioni di presa ed è irrilevante al fine della propulsione.
Importanza del Lift.
1) Area di scivolamento sul torace;
2) Effetto Magnus sull’asse trasverso di rotazione;
3) Avanzamento mediante un’azione tuffata in avanti che equivale a dire perdita di equilibrio sull’asse orizzontale.
AZIONE DELLA TERZA DI NEWTON
Diamo alcune esemplificazioni utilizzando lo schema per il delfino precisando che queste considerazioni possono essere fatte, muatis mutandis anche per gli altri stili, sempre partendo dall’idea espressa nelle sezioni precedenti della prevalenza dell’asse traverso per le fasi di avanzamento.
AZIONI DELLE GAMBE E FORZE VERTICALI
L’abbassamento delle gambe implca lo spostamento in avanti del punto di galleggiamento per cui il punto di applicazione della forza peso e della spinta archimedea coincidono. Segue l’azione della forza in basso del busto e della coscia e la successiva reazione verso l’alto dell’acqua.
Distensione delle gambe e trazione delle braccia che crea una spinta in basso a cui reagisce una spinta ascensionale pari al volume di acqua spostato.
ova flessione delle gambe e inizio della fase di spinta. Esiste un equilibrio tra forze.
Inizio del recupero con una nuova distensione delle gambe. Esiste ancora un equilibrio tra le forze verticali.
Regola Aurea
Si ha propulsione quando esiste un equilibrio tra forze verticali
Bisogna correggere la (i)
Basta anticipare leggermente l’ingresso della testa in acqua per avere l’equilibrio delle forze.
COSTRUZIONE DEL GESTO PER LE PRECONDIZIONI GARA
1) Esistono dei fenomeni fisici che condizionano il gesto
2) Esistono delle abilità che se allenate creano il gesto proprio dell’atleta
3) Allenare le abilità
!-3 vivono in un ambito prettamente neuro fisiologico e neuro muscolare.
I parametri fisici che vengono coinvolti sono la velocità del gesto e il tempo dello stesso. Il ritmo inteso sia come tempo che durata.
Inteso come tempo implica i cambi di velocità nelle varie fasi – locali – del ciclo e globali- nell’intero ciclo -.
Inteso come durata riguarda la ritenzione del gesto in tutta la sua fase.
I sistemi allenanti in cui tutto ciò vive sono A2 e C3.
COSTRUZIONE DEL GESTO PER LE CONDIZIONI GARA
4) Esistono dei fenomeni fisici che condizionano il gesto in gara
5) Esistono delle capacità che se allenate creano il gesto proprio dell’atleta
6) Allenare le capacità







