Teoria Allenamento – Parte 1
Preparazione Atletica
FONTE: My-Personaltrainer.it LA PREPARAZIONE ATLETICA DI BASE – Questo tipo di lavoro, deve rappresentare un momento fondamentale in qualsiasi metodologia di allenamento e per qualsiasi disciplina sportiva esistente. Altro elemento che deve verificarsi è l’approccio corretto con la pratica sportiva. Le prime proposte motorie saranno le più varie, ma con valenza ludica predominante, il tecnico che segue i giovani deve essere molto preparato, il suo apporto sarà fondamentale. Un lavoro non svolto in maniera corretta, potrebbe “bruciare” l’atleta prima del tempo e, nelle migliori delle ipotesi, causare un abbandono precoce. In un secondo momento, quando il bambino avrà già diversi anni di attività motoria alle spalle, potrà essere indirizzato dal tecnico a praticare lo sport a lui più adatto, anche in forma agonistica. Mentre gli allenamenti del giovane atleta saranno, in linea generale, orientati verso il pieno sviluppo delle capacità coordinative, quando si parla di atleti evoluti, ben poco si può fare per migliorare la coordinazione (al massimo mantenerla), anche per questo motivo la grossa mole di lavoro provvederà ad incrementare le capacità condizionali. occupiamoci di atleti adulti, i quali hanno deciso di prepararsi al meglio, per la prossima stagione agonistica. In linea generale, quando si decide di affrontare un programma di allenamento, le considerazioni generali sono valide per tutte le discipline. Solitamente ad inizio stagione ogni società sportiva programma la VISITA MEDICA presso medici sportivi che stabiliscono l’idoneità per la pratica sportiva in forma agonistica. Il secondo passo prevede l’effettuazione di TEST, il cui scopo è quello di valutare la nostra forma fisica prima di iniziare gli allenamenti. Il gradino seguente prevede la pianificazione di OBIETTIVI, che tengono in considerazione i vostri desideri, ma anche le capacità di partenza e il vostro passato di atleta, in modo che siano il più realistico possibile, quindi né troppo facili, né troppo al di fuori delle nostre possibilità. VALUTAZIONE MEDICA SPORTIVA – Attesta la vostra idoneità psicomotoria. Indispensabile per frequentare i corsi organizzati di qualsiasi disciplina organizzati in palestre, piscine eccetera. E’ la stessa associazione sportiva che la richiede ed è sinonimo di serietà (e di buon senso, visto che in caso di malesseri da parte di uno qualsiasi degli iscritti, è il titolare dell’impianto a pagarne le conseguenze). VALUTAZIONE DELLA COMPOSIZIONE CORPOREA – Questa può essere effettuata dal medico stesso, o da un tecnico preparato ed è indispensabile per la determinazione della percentuale di massa grassa e di quella magra, ci aiuta a capire se e dove abbiamo bisogno di perdere peso o di aumentare di massa. Il gradino seguente prevede l’effettuazione di una batteria di TEST preventivi A questo punto avremo chiaro il quadro generale sullo stato di forma dell’individuo esaminato. I valori ottenuti da questo primo incontro sono molto importanti, perché forniranno a distanza di mesi, il modello di confronto con altre valutazioni, Questo vi aiuterà a capire, la qualità del lavoro svolto, i risultati ottenuti e l’obiettivo prossimo Prima di iniziare, è comunque opportuno definire i nostri OBIETTIVI, scelti in base alle nostre esigenze e in base ai risultati ottenuti dalle prime valutazioni. VALUTAZIONI ANATOMO FUNZIONALI – Oltre alla valutazione medica di cui abbiamo già scritto, ci sono altre valutazioni che si possono eseguire. Ci sembra utile far notare l’utilizzo di apparecchiature moderne per la valutazione della massa grassa, ad esempio attraverso la plicometria Esistono poi dei test per la valutazione della forza, della resistenza, della velocità, della mobilità articolare, ecc. sarà quindi importante sapere anche quale attività motoria andrete a praticare. Seguite gli ESEMPI DI ALLENAMENTO, sicuramente, aiuteranno anche voi. Per facilità di trattazione, dividerò in quattro fasi il lavoro: FASE 1: adattamento anatomico L’obiettivo di questa fase d’allenamento è abituare progressivamente i muscoli, e soprattutto i tendini, a sforzi crescenti dovuti ai carichi più pesanti adoperati nel corso delle successive fasi di allenamento. Una buona soluzione per cominciare la nostra preparazione può essere quindi un CIRCUIT TRAINING FATTA QUESTA FASE, e solo dopo aver svolto questo importante lavoro di adattamento muscolare, possiamo cominciare la seconda fase. Seconda fase: allenamento IPERTROFIA. Negli atleti serve una consistente massa corporea attiva e povera di grasso; quindi, maggiore sarà la massa corporea attiva e maggiore sarà la forza dovuta al diametro trasverso dei muscoli. L’ipertrofia è l’aumento del tessuto muscolare, che si realizza attraverso un aumento del volume dei singoli elementi presenti nel tessuto, mentre il numero di cellule rimane uguale. In questa fase del nostro allenamento andremo (a differenza dei body builders) a ricercare il numero massimo di raccolta di fibre contrattili e di unità motorie, andando ad aumentare la fatica. PARAMETRI D’ALLENAMENTO PER LA FASE DI IPERTROFIA| CARICO | 70/80% DEL CARICO MASSIMALE |
| Numero di esercizi | 6/9 |
| Numero ripetizioni per serie | 6/12 |
| Numero di serie per seduta | 4/6 |
| Recupero | 3/5 minuti |
| Velocità di esecuzione | Da bassa a media |
| Frequenza settimanale | 2/4 |
| DURATA PROGRAMMA | 4/6 SETTIMANE |
PIANIFICAZIONE E PRINCIPI DELL’ALLENAMENTO,CAR CHI DELL’ALLENAMENTO,
I PRINCIPI GENERALI DELL’ALLENAMENTO,
SUPERCOMPENSAZIONE E SUPERALLENAMENTO
Quali sono i principi di allenamento??? “L’allenamento sportivo è un processo pedagogico educativo complesso che si concretizza nell’organizzazione dell’esercizio fisico ripetuto in qualità , quantità ed intensità tali da produrre carichi progressivamente crescenti in una continua variazione dei loro contenuti per stimolare i processi fisiologici di supercompensazione dell’organismo e migliorare le capacità fisiche, psichiche, tecniche e tattiche dell’atleta, al fine di esaltarne e consolidarne il rendimento in gara?.[cit. Prof. Carlo Vittori] Detto cio, cosa sono i principi dell’ allenamento??? Domanda che bisogna porsi prima di un qualsiasi approccio sportivo, sia esso di tipo amatoriale o agonistico. Partiamo da un neofita del fitness o di qualsiasi altro sport di squadra o sport individuale; inizialmente si dovrà fare un allenamento incentrato sul volume/quantità (in palestra corrisponde alle serie e le ripetizioni); col tempo, l allenamento va intensificato su di un altro parametro: L’ INTENSITA’ (che in palestra corrisponde alla percentuale del carico). Ovviamente, una parentesi a parte va fatta sulla questione RECUPERO: maggiore è l INTENSITA’ , maggiore dovrà essere il RECUPERO (in un attività massimale o sub-massimale si arriva anche a 5 minuti di recupero tra una serie e quella successiva); pertanto, potremo dire che il recupero è direttamente proporzionale all’ intensità . Inoltre, da non dimenticare un altro parametro fondamentale: LA DENSITA’. La densità corrisponde alla velocità di esecuzione di un esercizio; maggiore sarà la velocità , maggiore sarà l’intensità quindi; essa si misura in Kg/secondo. Andiamo poi ad analizzare i principi basic, che ogni neofita o atleta dovrebbe conoscere alla lettera: – Principio della CONTINUITA’ (allenamento continui senza pause di mesi) – Principio di PROGESSIVITA’ (carico crescente)—> preferibile aumentare il peso a sbalzi, in modo da tener conto del carico interno. – Principio della MULTILATERALITA’ (variazione dei vari strumenti allenanti) – Principio della VARIETA’ – Principio della GRADUALITA’ – Principio della SISTEMATICITA’ (disposizione dei mezzi allenanti) – Principio della RAZIONALITA’ (giusta proporzione quantita’ e qualita’ dell’ atleta) – Principio della STABILITA’ – Principio della CONSAPEVOLEZZA (delle proprie capacità condizionali e coordinative) – Principio dell’ ACCESSIBILITA’ (esercizi facili, che danno maggiore gratificazione) – Principio dell’ APPRENDIMENTO -Principio dell’ ALTERNANZA CICLICA DELL’ ALLENAMENTO -Principio della PERIODIZZAZIONE (microciclica/settimanale, mesociclica, trimestrale/macrociclica) Allegati:| File | Descrizione |
|---|---|
| pianificazione e principi dell’allenamento.pdf | PIANIFICAZIONE E PRINCIPI DELL’ALLENAMENTO |
| PAGINA MEZZI E METODI PER LO SVILUPPO DELLA FORZA.pdf | MEZZI E METODI PER LO SVILUPPO DELLA FORZA |
| 1forza.pdf | FISIOLOGIA E MECCANICA DELLA FORZA MUSCOLARE |
| 2 L’allenamento muscolare con attrezzi (Leonardi).pdf | ALLENAMENTO MUSCOLARE CON ATTREZZI |
Allenamento a secco
L’allenamento a secco è importante per il nuotatore in quanto lo aiuta a costruire le forza e la flessibilità con una grande varietà di modalità di lavoro. Il lavoro a secco è complementare a quello in acqua, in nessuna circostanza può sostituirlo. Se gli atleti non svolgono lavoro in acqua a livello sufficiente e lo sostituiscono con quello a secco, l’allenatore li deve assolutamente re-indirizzare in piscina. Il capitolo identifica test specifici dì lavoro a secco, esercizi e suggerimenti che possono essere utili da applicare con atleti di tutte le età e capacità. Specifica test ed esercizi che accertano flessibilità e forza. Prima di tutto prendiamo in considerazione esercizi di riscaldamento e stretching e la loro grande importanza nel nuoto. Riscaldamento e Stretching Molti esercizi consentono un buon riscaldamento all’atleta prima del suo lavoro a secco o della seduta in acqua. I seguenti esercizi generali possono essere combinati in modi diversi. Durante lo stretching (allungamento) l’atleta deve essere sicuro di evitare di spingere oltre il punto in cui si inizia ad avvertire il più piccolo dolore. Gli atleti possono mantenere la posizione per 30 secondi, inspirando nella fase di allungamento ed espirando nel rilascio. La seduta di riscaldamento può durare sino a 15 minuti. Quando ci si riscalda prima di un allenamento, il riscaldamento generale è composto da un numero variato di esercizi, con l’aggiunta di stretching a seconda delle esigenze individuali. Il nuotatore deve svolgere dello stretching in seguito ad ogni seduta in acqua o a secco per facilitare il recupero dal lavoro appena fatto. La palla svizzera può essere utilizzata in un programma di stretching, come mostrato in alcuni esempi. La palla svizzera ha diverse dimensioni e prima di utilizzarla l’atleta deve fare attenzione a quale acquistare. Generalmente, stando seduti sulla palla, si dovrebbe creare un angolo retto tra la coscia e la gamba e la seduta dell’atleta non dovrebbe essere più in basso delle ginocchia. braccia che osculano avanti e indietro In piedi con entrambe le braccia che oscillano avanti e indietro, l’atleta aumenta la velocità di oscillazione con il procedere del riscaldamento. Questo esercizio può essere ripetuto con la braccia che oscillano in avanti. Una variazione dell’esercizio è l’oscillazione delle braccia alternate, con il destro che si muove verso avanti ed il sinistro che si porta indietro. L’esercizio può essere svolto anche in direzione opposta. Corda per saltare Si deve aver cura di utilizzare la corda per saltare. Unico suggerimento è quello di acquistare una corda della lunghezza adeguata. Si possono svolgere molte variazioni di esercizi con la corda. Sciando a due braccia Piegato in avanti con le braccia in estensione come mostra la figura 15.1, l’adeta oscilla le braccia verso dietro e viceversa. incrociare ie braccia in modo alternato L’atleta è flesso in avanti e fa oscillare le braccia alternativamente davanti a sé, in modo da portarne uno in alto dietro al corpo, mentre l’altro si porta in basso, come mostrato chiaramente dalla foto 15.2. Incrociare le braccia ed oscillare L’atleta ha il busto flesso in avanti, le braccia oscillano aprendosi verso l’esterno e poi in alto, per ritornare a chiudersi in basso davanti al volto, abbracciando il petto. Vedere foto 15.3. Allungamento degli adduttori L’atleta siede in modo che le piante dei piedi siano contrapposte. Si aggrappa alle caviglie e quindi usa i gomiti per spingere verso il basso appoggiandosi alla parte interna del ginocchio fino a raggiungere il massimo allungamento. Combinazione di allungamento con rotazione interna ed elevazione L’atleta è in piedi a fianco del muro e alza il braccio in modo che l’avambraccio sia appoggiato al muro formando un angolo retto con il braccio. Quindi si appoggia delicatamente verso il muro avvertendo l’allungamento della parte del braccio rivolta verso il basso, come mostrato in foto 15.5. L’atleta effettua l’esercizio con entrambe le braccia Allungamento del piccolo e grande rotondo L’atleta è in piedi solleva il braccio che viene portato a flettersi attorno al corpo fino a che la mano supera la spalla opposta. L’atleta afferra il braccio all’altezza del gomito ed inizia una leggera pressione allungando come mostrato in foto 15.6. L’atleta effettua l’esercizio con entrambe le braccia. Allungamento del trapezio superiore L’atleta si aggancia con la mano alla parte laterale della testa con una mano e leggermente “tira” la testa in quella direzione. Si deve fare attenzione a non esercitare pressione sul collo mentre si svolge questo esercizio. Nell’esercizio, l’atleta cerca di spingere la spalla verso il basso, come mostrato in foto 15.7 Allungamento deli rotatori esterni L’atleta è in piedi e spinge un braccio dietro in direzione opposta alla posizione naturale del braccio stesso. Aggancia la mano al gomito del braccio e tira verso l’interno alla ricerca del massimo allungamento, come mostrato in foto 15.8. L’esercizio viene ripetuto con l’altro braccio. Allungamento dei rotatori interni In posizione eretta, un braccio dietro la testa con il gomito alto, l’atleta si aggancia con la mano opposta flettendo il braccio dal basso. Le dita sono ancorate saldamente e le due braccia tirano in direzioni opposte, come mostrato in foto 15.9. L’atleta poi inverte le braccia Allungamento del tricipite La foto 15.10 mostra l’allungamento del tricipite. L’atleta alza un braccio e quindi lo piega dietro il collo, posizionando il palmo della mano al centro della schiena. La mano opposta applica pressione favorendo l’allungamento con una spinta delicata in basso, verso l’interno e lungo il centro della schiena al tempo stesso. Allungamento dei tendini (del ginocchio) La posizione di partenza per questo allungamento è sdraiati a terra con una gamba appoggiata all’altezza del tallone su di una palla svizzera, come mostrato dalla foto 15.11. La gamba opposta è tenuta in posizione verticale. Le mani applicano pressione in modo da spingere la gamba verso dietro, mantenendo una posizione diritta (non flettere la gamba). L’esercizio andrà svolto con tutte e due le gambe. Allungamento del gran dorsale Un importante esercizio di stretching per nuotatori, l’allungamento del gran dorsale inizia con l’atleta coricato di fianco su di una palla svizzera. Le gambe servono per bilanciare il peso. L’allungamento dovrebbe consentire alle braccia di allungarsi oltre la palla come mostrato in foto 15.12. Allungamento del pettorale La posizione di partenza vede l’atleta inginocchiato con un braccio appoggiato sulla palla e l’altro braccio in modo che la mano sia appoggiata piatta sul pavimento, in modo da fornire un appoggio saldo. L’atleta lascia cadere il peso del corpo per ottenere l’allungamento come mostrato dalla foto 15.13 ed alterna la destra con la sinistra. Allungamento supino La palla è posizionata si trova a sostegno della parte centrale del corpo e l’atleta si estende verso dietro, con le braccia, andando a toccare il pavimento con le mani, cercando di aumentare l’allungamento con l’estensione delle gambe e mantenendo il contatto con il pavimento. L’esercizio è mostrato in foto 15.14. Test per la forza complessiva Come sappiamo, la forza complessiva e bilanciata nei nuotatori è importante per mantenere una corretta posizione del corpo durante le gare. Dopo aver accertato la forza complessiva usando i test di questo capitolo, il tecnico può pianificare un piano per gli esercizi di forza generale. Test per mantenimento della posizione di “push-up” (Spinta verso l’alto) L’atleta mantiene la posizione di “push-up” per un periodo determinato sino a che la posizione del corpo cambia significativamente. Generalmente l’obiettivo è mantenere la posizione per uno o due minuti conservando la posizione ideale durante tutto il test. L’atleta assume la posizione denominata di “push-up” con le braccia distese, la schiene diritta e la testa in linea con il corpo. L’atleta guarderà in direzione del pavimento e non in avanti, come mostrato nella foto 15.15. L’atleta mantiene la posizione per un tempo equivalente alla durata della sua gara principale. L’esercizio di “push-up” dovrebbe essere svolto su di una superficie piatta, con le mani appoggiate in una posizione comoda, al di sotto delle spalle e le dita che puntano verso avanti (non all’interno o esterno). L’atleta è cronometrato nel tempo dell’esecuzione dell’esercizio ed il tempo viene fermato non appena la posizione non è mantenuta. Il tempo sarà registrato sull’agenda. Push-up test con entrambe le A seguire il test di “push-up” in posizione mantenuta, l’atleta effettua lo stesso test contraendo le scapole contemporaneamente, come mostrato in foto 15.16 Come nel precedente esercizio, l’atleta mantiene la posizione senza effettuare significativi spostamenti. In questo test, il movimento accade allorché l’atleta non è più in grado di mantenere la contrazione delle scapole. Nel mantenere la posizione di “push-up”, l’atleta fissa la posizione centrale di stabilità nel mantenere contratte contemporaneamente le due scapole. Come nel precedente test, l’atleta l’atleta effettua l’esercizio su di una posizione piatta con le mani in posizione comoda e le dita rivolte verso avanti. Ancora, l’atleta è cronometrato ed il tempo registrato e interrotto nel momento in cui la posizione non è più mantenuta. Tenuta lombare Per iniziare questo test, l’atleta è sdraiato a faccia in gù in una posizione più affusolata possibile su di una posizione piatta. Braccia e gambe in estensione e sguardo verso il basso. Per fare l’esercizio possono essere utilizzati i materassini. Ad un comando, l’atleta solleva entrambe le gambe e mantiene la posizione per uno o due minuti sino a che si verificano movimenti significativi nella posizione del corpo. Le ginocchia saranno tenute ben distanti dal pavimento come mostrato in foto 15.17. Quando l’atleta raggiunge questa posizione, si fa partire il tempo che sarà registrato sino a che non avverranno cambiamenti significativi nella posizione. Tenuta degli addominali “frontali” L’atleta cercherà di mantenere la posizione per uno o due minuti. La posizione di partenza è quella evidente in foto 15.18a. L’atleta è sdraiato sulla schiena con le gambe piegate a circa 90 gradi, pianta dei piedi appoggiata a terra e braccia tenute in estensione davanti al corpo. Allorché l’atleta sale, sedendosi, la schiena si alza dal pavimento e le braccia si estendono in avanti ‘ come mostrato nella foto 15.18b. Come nei test precedenti, si registra il tempo di tenuta sino a variazioni significative della posizione. Tesi della panca pur SI nuoto Una panca biocinetica è necessaria per effettuare questo test che riesce a valutare la forza del nuotatore. Il nuotatore indossa un costume da bagno ed è necessaria una attendibile ed accurata serie. La panca è sistemata in posizione di zero. L’atleta effettua dieci trazioni a delfino e viene registrato il risultato. Il risultato diviso per il peso dell’atleta produce un secondo valore. Su questa scala, quattro è considerato accettabile e sei è considerato un punteggio per uno sprinter. Tutti gli atleti saranno testati e classificati. Gli atleti che realizzano un punteggio inferiore a quattro richiedono ulteriori allenamenti di forza. Test avanzati di forza generale su panca per il nuoto Il nuotatore sta sdraiato su tre panche o sedie come mostra la foto 15.19 in posizione supina. Le sedie sono posizionato sotto la testa e il collo, le anche ed i talloni ed i piedi. Assunta la posizione supina, trova l’equilibrio in una posizione con le mani dietro la testa. Trovata la stabilità centrale, la sedia centrale può essere tolta. L’atleta dovrebbe essere in grado di tenere la posizione per uno o due minuti. L’atleta è cronometrato mentre mantiene la posizione. Il tempo è registrato sino a che la posizione viene mantenuta. Test di flessibilità Per nuotare in modo efficiente, il nuotatore deve avere una flessibilità specifica ed un ampia gamma di movimenti. I test mostrati in questa sezione valutano la flessibilità. Dopo aver valutato la flessibilità, è raccomandabile svolgere lavoro di stretching. Test di flessibilità per la parte superiore del corpo L’atleta aggancia ciascun gomito con la mano opposta e spinge verso l’alto come mostrato dalla foto 15.20a. Uno spazio (una luce) dovrebbe essere visibile tra l’avambraccio e la testa. Uno spazio ampio tra l’avambraccio e la testa indica che l’atleta è in grado di effettuare una presa anticipata ed una posizione del gomito alta nella fase propulsiva della bracciata. Il passo seguente del test è mostrato nella foto 15.20b. L’atleta si flette in avanti e mantiene la posizione, che simula meglio la posizione del corpo nell’acqua. Test di flessibilità per la parte inferiore del corpo L’atleta chiude le braccia dietro le ginocchia con le mani che agganciano i gomiti come mostrato in foto 15.21a. In questo momento le gambe sono leggermente flesse. Quindi l’atleta spinge verso l’alto facendo partire il movimento dalle anche cercando di raddrizzare le gambe e mantenendo la posizione delle braccia e la presa ai gomiti, come mostrato in figura 15.21b. La flessibilità dei tendini è importante per l’atleta, particolarmente per partenze e virate Esercizi per partenze e virate Per sviluppare una forza specifica delle gambe in funzione di partenze e virate, l’atleta deve svolgere esercizi a secco. La forza nelle gambe è essenziale per partenze i virate. Abbiamo selezionato alcuni semplici esercizi che possono essere svolti da’atleti di ogni età. Ogni nuotatore con problemi di ginocchia spalle deve chiedere il parere dell’allenatore e del preparatore atletico prima di effettuare ogni esercizio. AFFOND:I L’atleta inizia l’esercizio in posizione verticale e allungata (affusolata), effettua un passo in avanti in affondo, mantenendo la posizione come mostrato in foto 15.22 e ritornando nella posizione affusolata. Si alternano gli affondi con l’una e l’altra gamba. BALZI IN ACCOSCIATA: L’atleta inizia l’esercizio in posizione verticale con le mani dietro la testa ed i gomiti aperti. Effettua una accosciata come mostrato dalla foto 15.23a, facendo attenzione a mantenere la schiena diritta ed allineata perfettamente alla testa ed al collo. Quindi l’atleta effettua un balzo verso l’alto mantenendo la posizione appena descritta, come mostrato nella foto 15.23b. Balzi in pliometria Prima di effettuare balzi in pliometria ed esercizi per la forza delle gambe, il nuotatore deve aver svolto un programma di affondi e accosciate che hanno costruito la forza nelle gambe. Questo lavoro consiste in un periodo annuale determinato dal preparatore atletico e prevede un condizionamento generale. Il nuotatore è in piedi su di una sedia stabile o su di una panca, salta dalla sedia, appoggia a terra in posizione di partenza e quindi balza in avanti il più distante possibile. Il tecnico misura e registra la distanza coperta. L’atleta effettua questo esercizio per tre volte, cercando di aumentare la distanza coperta. Questo esercizio è mostrato in foto 15.24. L’esercizio aiuta il nuotatore a sviluppare velocità e forza specifica per la partenza. L’atleta assume a terra la posizione di partenza, tenendo la palla medicinale. Al comando di “via”, l’atleta lancia la palla ad un compagno che dista circa 7 metri di distanza. Questa azione sviluppa l’abilità necessaria di slanciare e braccia in avanti durante la partenza con la corretta posizione della testa. Dopo aver lanciato la palla, l’atleta corre in avanti cercando di raggiungere prima della palla il punto dove si trova il compagno (a 7 mt di distanza). Questo stesso esercizio può essere fatto in acqua utilizzando il blocco di partenza. Dopo aver lanciato la palla al partner lontano 7 metri, il nuotatore si tuffa simulando il tentativo di arrivare prima della palla al punto distante 7 metri. Questo esercizio può essere fatto partendo con una palla da basket leggera per arrivare ad una vera e propria palla medicinale. Esercizi per la forza complessiva I nuotatore non basta avere forti gambe per buone partenze e virate, ma necessita di una buona forza complessiva con la quale migliorare inserendo gli esercizi descritti in questo capitolo. Il nuotatore completa un circuito, lavorando a ciascun esercizio per un tempo predeterminato. Chi non fosse già abile in questi esercizi, potrà iniziare con ripetizioni della durata di 20 secondi ciascuna e quindi aumentare il tempo di durata degli esercizi svolti in modo corretto mantenendo la posizione richiesta. Piuttosto che aumentare la durata di ogni stazione, è consigliabile aumentare il numero di serie. Trazioni alla sbarra Le mani hanno una apertura pari alle spalle con una estensione pari ai tre quarti della massima. L’atleta è in piedi aggrappato alla sbarra in questa posizione. La trazione inizia portando il corpo in alto fino a che la testa raggiunge l’altezza delle mani e prosegue sino a che la testa supera l’altezza delle mani stesse. Questo esercizio simula l’azione di trazione in acqua (Atkinson e Sweetenham 1999) Esercizi addominali Gli esercizi per gli addominali sono fondamentali per i nuotatori e dovrebbero essere parte dello sviluppo di un programma complessivo. Il nuotatore può migliorare la forza addominale con esercizi di forza in molti modi diversi, come mostrato nella sezione che segue. Addominali frontali con sit-up L’atleta svolge questo esercizio (vedi foto 15.18 a pagina 263) in una serie che prevede un numero predeterminato di sollevamenti. Addominali – crunch L’atleta può effettuare questo tipo di esercizio per addominali partendo dalla posizione mostrata in foto 15.28a. Da questa posizione supina con le mani ai lati del capo, l’atleta flette le gambe ed al tempo stesso si alza in posizione di sit-up (chiusura dei segmenti corporei), mantenendo la posizione delle mani ai lati del capo come mostrato in foto 15.28b. Push-up mantenuto I nuotatore tiene la posizione di push-up assieme alle scapole come mostrato nella foto 15.16 di pagina 262. Questo semplice esercizio richiede un lavoro complessivo della muscolatura per mantenere una posizione stabile. Push-up diversi Per svolgere questi esercizi, le mani sono posizionate in verticale sotto le spalle, le dita delle mani sono dirette verso avanti e la schiena è diritta. L’atleta abbassa il corpo verso il pavimento ma non appoggia a terra. Le foto da 15.26 a a 15.26 c mostrano variazioni al classico push-up. Push-up ruotato La foto 15.26a mostra il push-up ruotato, L’atleta parte da una posizione classica di push-up, ruota a sinistra completando una rotazione completa e finisce nella posizione di partenza. L’esercizio è fatto con un ugual numero di rotazioni verso destra e sinistra in combinazioni diverse. Push-up con braccio esteso La foto 15.26b mostra questo esrcizio. In esso la posizione delle mani dell’atleta è il più distante possibile nel corso dell’esercizio. L’atleta inizierà con le mani solo leggermente avanzate rispetto alle spalle, per spostarle in avanti progressivamente fino a quanto riportato in foto 15.26b. Push-up a braccia divise (alterne) La foto 15.26c evidenzia l’esercizio. Un braccio è in posizione normale, mentre l’altro è spostato verso dietro. L’atleta effettua un eguale numero di push-up con il braccio destro e con il sinistro in posizione avanzata. Paiici medicinils L’esercizio aiuta il nuotatore a sviluppare velocità e forza specifica per la partenza. L’atleta assume a terra la posizione di partenza, tenendo la palla medicinale. Al comando di “via”, l’atleta lancia la palla ad un compagno che dista circa 7 metri di distanza. Questa azione sviluppa l’abilità necessaria di slanciare e braccia in avanti durante la partenza con la corretta posizione della testa. Dopo aver lanciato la palla, l’atleta corre in avanti cercando di raggiungere prima della palla il punto dove si trova il compagno (a 7 mt di distanza). Questo stesso esercizio può essere fatto in acqua utilizzando il blocco di partenza. Dopo aver lanciato la palla al partner lontano 7 metri, il nuotatore si tuffa simulando il tentativo di arrivare prima della palla al punto distante 7 metri. Questo esercizio può essere fatto partendo con una palla da basket leggera per arrivare ad una vera e propria palla medicinale. Esercizi per la forza complessiva II nuotatore non basta avere forti gambe per buone partenze e virate, ma necessita di una buona forza complessiva con la quale migliorare inserendo gli esercizi descritti in questo capitolo. Il nuotatore completa un circuito, lavorando a ciascun esercizio per un tempo predeterminato. Chi non fosse già abile in questi esercizi, potrà iniziare con ripetizioni della durata di 20 secondi ciascuna e quindi aumentare il tempo di durata degli esercizi svolti in modo corretto mantenendo la posizione richiesta. Piuttosto che aumentare la durata di ogni stazione, è consigliabile aumentare il numero di serie. Push-up mantenuto III nuotatore tiene la posizione di push-up assieme alle scapole come mostrato nella foto 15.16 di pagina 262. Questo semplice esercizio richiede un lavoro complessivo della muscolatura per mantenere una posizione stabile. Push-up diversi Per svolgere questi esercizi, le mani sono posizionate in verticale sotto le spalle, le dita delle mani sono dirette verso avanti e la schiena è diritta. L’atleta abbassa il corpo verso il pavimento ma non appoggia a terra. Le foto da 15.26 a a 15.26 c mostrano variazioni al classico push-up. Push-up ruotato La foto 15.26a mostra il push-up ruotato, L’atleta parte da una posizione classica di push-up, ruota a sinistra completando una rotazione completa e finisce nella posizione di partenza. L’esercizio è fatto con un ugual numero di rotazioni verso destra e sinistra in combinazioni diverse. Push-up con braccio esteso La foto 15.26b mostra questo esrcizio. In esso la posizione delle mani dell’atleta è il più distante possibile nel corso dell’esercizio. L’atleta inizierà con le mani solo leggermente avanzate rispetto alle spalle, per spostarle in avanti progressivamente fino a quanto riportato in foto 15.26b. Push-up a braccia divise (alterne) La foto 15.26c evidenzia l’esercizio. Un braccio è in posizione normale, mentre l’altro è spostato verso dietro. L’atleta effettua un eguale numero di push-up con il braccio destro e con il sinistro in posizione avanzata. enuta L’atleta mantiene questa posizione per tutta la serie. Le posizioni corrette sono mostrate in foto 15.17 di pagina 262. L’atleta può svolgere l’esercizio alzando e mantenendo per un breve periodo e quindi ricollocarsi in posizione di partenza. Trazioni Le trazioni possono essere svolte con la sbarra in palestra. L’atleta si aggancia alla sbarra sopra la testa con una presa larga ed effettua una trazione con la parte posteriore della testa che viene avvicinata alla sbarra (simile alla lat-machine con presa larga). Piegamenti Il modo ideale per effettuare piegamenti è utilizzando la stazione per piegamenti in palestra. Gli atleti possono però effettuare piegamenti anche nel modo mostrato dalle foto 15.27. Se non disponiamo dell’attrezzo da palestra, l’atleta può utilizzare la posizione della foto per allenare i tricipiti, utilizzando dei semplici steps. L’atleta può effettuare un esercizio più complesso e faticoso semplicemente allontanando i piedi dagli step o alzando i piedi appoggiandoli su di uno step posizionato di fronte come mostrato in foto 15.27c e d. Il passo seguente è avere l’appoggio delle mani più in basso di quello dei piedi. L’atleta è costretto a svolgere l’esercizio con le gambe posizionate più in alto del corpo. levazione a gambe flesse L’elevazione delle gambe è un altro esercizio per addominali. Il primo di questi è svolto con le gambe flesse. Il nuotatore parte da una posizione supina come mostrato in foto 15.29a. L’azione tende ad alzare le gambe, tenendole flesse sino a che si raggiunge un angolo di 90 gradi tra le cosce ed il tronco, come mostra la foto 15.29b elevaZione gambe avanzata L’atleta inizia l’esercizio in posizione supina con le braccia aperte ai lati del corpo ed il palmo delle mani rivolto verso il basso. Gambe e piedi sono allineati ed affiancati come mostrato in foto 15.30a. L’atleta alza le gambe dal pavimento sino ad una angolo tra i 45 ed i 90 gradi. La foto 15.30b mostra una elevazione di circa 45 gradi. L’atleta quindi abbassa le gambe senza però mai toccare il pavimento. Quindi rialza le gambe e procede con questi movimenti per un numero determinato di volte. Flessione in avanti (sit-up) L’esercizio finale mostrato nelle foto seguenti è simile a quello utilizzato per gli addominali frontali. L’atleta parte dalla posizione di foto 15.31a. Le gambe sono flesse ed i piedi appoggiati al pavimento per intero, le mani dietro la testa con i gomiti ben aperti. L’atleta sale e si flette in avanti con il tronco mantenendo la posizione di gambe e mani come mostra la foto 15.31b. Anche in questo caso l’esercizio può essere svolto per un numero determinato di volte. Posizione dell’asse (plank position) Questo esercizio mostrato in foto 15.32, combina la forza degli addominali con quella di tutti gli altri distretti muscolari significativi. L’atleta assume una posizione con l’avambraccio appoggiato al pavimento e le mani congiunte a pugno. La parte superiore del braccio è in verticale rispetto alle spalle per consentire stabilità. La testa, la schiena e le gambe stanno in una posizione piatta con le dita dei piedi puntate a terra ed i piedi leggermente divaricati. L’atleta tiene la posizione e la contrazione complessiva e la mantiene sino a che non si verificano movimenti significativi. Il tempo viene registrato e la posizione dovrebbe essere mantenuta per uno o due minuti L’allenamento a secco è importante nella costruzione di forza e flessibilità del nuotatore. I nuotatori devono seguire un programma di lavoro a secco complementare a quanto fatto in vasca. Le sessioni a secco non possono essere sostituite da lavori in acqua, ma possono essere utili in occasioni in cui si hanno difficoltà di lavoro in vasca. Un nuotatore che migliora la forza complessiva avrà una miglior posizione del corpo in acqua e conseguentemente affronterà resistenze inferiori nella nuotata. Il lavoro a secco aiuta a prevenire infortuni, che altrimenti danneggerebbero il percorso verso il conseguimento della prestazione e del miglioramento. Le informazioni contenute in questo capitolo sono un punto di partenza per un programma di lavoro a secco che procederà di pari passo con il lavoro in acqua sottolineato in questo libro. FONTE: “SWIMMING ANATOMY” MC LEND Programmi di allenamento a secco. Nonostante non si intenda con questo testo fornire un programma di esercitazioni esaustivo e dettagliato, esamineremo gli esercizi principali e i diretti benefici che i nuotatori possono da questi ottenere, in modo da facilitare il compito di costruire un programma ci allenamento tale da soddisfare ogni esigenza personale. Se ad esempio state cercando un esercizio da inserire nel vostro allenamento che abbia come obiettivo il tricipite brachiale, avrete ampie possibilità di scelta nel secondo capitolo: in ogni caso vi verranno forniti alcuni principi di base e idee utili a organizzare le vostre programmazioni. Prima di impostare qualsiasi tipo di allenamento a secco, occorre acquisire la consapevolezza di alcuni concetti preliminari. La natura ripetitiva del nuoto predispone i nuotatori a sviluppare degli squilibri muscolari, inoltre muscoli come il grande dorsale e il grande pettorale si sviluppano in maniera abnorme rispetto ad altri piccoli muscoli ad essi antagonisti, che sono gli stabilizzatori della scapola, in particolare i fasci medi e inferiori del trapezio e i romboidi. Per quanto riguarda gli arti inferiori, i quadricipiti e i flessori dell’anca spesso divengono dominanti sugli ischiocrurali e sul gruppo gluteale. Questi squilibri muscolari non si limitano al solo aspetto muscolare e quindi contrattile, ma determinano anche flessibilità specifiche e squilibri posturali, che sono una condizione predisponente gli infortuni sportivi oltre che fattore inibitorio rispetto alla prestazione ottimale. Conseguentemente in sede di progettazione del programma a secco dovrete affrontare la problematica relativa alla flessibilità in riferimento alla quale è stato appurato recentemente che gli esercizi di stretching dinamico sono tutt’altro che da evitare, in quanto costituiscono un mezzo di allenamento efficace come preparazione al successivo lavoro isotonico. I gesti dinamici e gli esercizi di stretching dinamico possono essere efficacemente proposti nella fase di riscaldamento, ottenendo lo scopo di stimolare la flessibilità nei distretti articolari interessati. Ulteriore attenzione deve essere dedicata ai muscoli che hanno accumulato fatica dopo il lavoro di forza, attraverso forme di stretching statico nella fase finale dell’allenamento. Particolare attenzione richiede la selezione di appropriati esercizi di stretching, inoltre vanno tenuti in considerazione due concetti guida: il concetto di transfere il concetto di isolamento muscolare. La capacità di transfer è la caratteristica che possiede un esercizio di stimolare alcuni gruppi muscolari in modo da replicare uno schema motorio che è parte di un gesto sportivo, nel nostro caso un movimento natatorio. Gli stimoli legati al transfer possono essere somministrati in forma diretta e in forma indiretta. Nel caso di transfer diretto ci si riferisce alla scelta di un esercizio i cui schemi motori siano direttamente correlati ai gesti dei quattro stili natatori. Un esempio è rappresentato a pagina 120 dall’esercizio con la swiss balle he propone la stessa posizione del nuotatore durante la partenza o le virate. Nel caso invece di transfer indiretto ci si riferisce ad esercitazioni che prevedano la sollecitazione di gruppi muscolari che intervengono in alcuni gesti tecnici. Un esempio è rappresentato dall’esercizio del “lat-pu//ey”, pagina 130 specifico per il grande dorsale, che sappiamo essere il primo muscolo che interviene dinamicamente nella bracciata. Un esercizio impostato secondo il concetto di isolamento si concentra su di un particolare muscolo o gruppo muscolare con l’obiettivo di: potenziare una regione che (1) si trova in uno stato di ipotrofia a causa di uno squilibrio muscolare, (2) intervenire con lo scopo di prevenire gli infortuni, (3) identificare ed intervenire su una zona di debolezza in seguito alla valutazione del profilo personale del nuotatore. Altra scelta importante è quella che concerne la metodologia di allenamento che si intende adottare: un sistema tradizionale di ginnastica coi pesi o un sistema che preveda una forma di circuii training. Il sistema tradizionale si realizza definendo il numero di serie e di ripetizioni per uno o due esercizi alla volta prima di passare all’esercizio successivo. Questo tipo di allenamento si adatta bene ai nuotatori in età di college o anche più vecchi. Il circuit training prevede l’esecuzione di una sequenza di esercizi, tutti diversi fra loro, con brevi pause, ed è particolarmente indicato quando: (1) il programma a secco viene svolto a bordo vasca, (2) i nuotatori partecipano contemporaneamente e in grande numero all’allenamento, e (3) l’età dei partecipanti all’allenamento è particolarmente giovane. Un evidente vantaggio del lavoro in circuito viene dal fatto che permette di ottimizzare il tempo di allenamento permettendo nel contempo di eseguire un notevole numero di esercizi in tempi ristretti. Al fine di massimizzare gli incrementi, quando si svolge un programma a secco di tipo tradizionale o in circuito, prestate particolare attenzione all’ordine con cui collocate gli esercizi. Tutti i programmi devono prevedere un riscaldamento di 10 minuti, consistente di esercizi dinamici per la flessibilità e stimoli aerobici di bassa intensità. A seguire il riscaldamento dovrete inserire esercizi di prevenzione degli infortuni e gli esercizi di stabilizzazione per la regione lombare e addominale, trattati nel quinto capitolo. Dovreste iniziare con le attività che investono contemporaneamente tutti i segmenti corporei, quindi degli esercizi che coinvolgano gli arti superiori con gli inferiori e in seguito altri esercizi per i distretti muscolari specifici. Ad esempio, quando allenate gli arti superiori e il cingolo pelvico, potreste iniziare col movimento di trazione dei cavi (pag 22), seguito dall’estensione delle braccia con la swiss ball (pagina 57) per finire con gli esercizi di flessione per i bicipiti con manubrio (pagina 36/38). Il concetto di base è quello di evitare, nelle fasi iniziali, di creare una situazione di affaticamento dei singoli muscoli che poi pregiudicherebbe l’esecuzione di esercizi con effetti meno localizzati. Quindi, riprendendo l’esempio precedente, è da evitare un inizio che preveda le flessioni per i bicipiti, che affaticherebbero specificamente il bicipite brachiale con notevole pregiudizio per la riuscita dell’esercitazione di trazione coi cavi. Per analogia anche nell’allenamento in acqua è da evitare far precedere un allenamento finalizzato al miglioramento della tecnica, da un intenso lavoro sulla battuta di gambe: sarebbe questa una situazione pregiudizievole per poter puntare ad una esecuzione corretta. Nell’allenamento a secco dovrete dedicare tempo ed energie per lo sviluppo dei muscoli dell’addome e della regione lombare, inoltre lo stretching, dinamico e statico, dovrà occupare la parte finale di ogni programma a secco eseguendo almeno tre esercizi di allungamento. In questo testo sono illustrati solo alcuni esercizi dimostrativi dei concetti di base, lasciando ad ognuno la scelta di quelli più indicati dalle specifiche circostanze. Un altro concetto guida da tenere in considerazione riguarda gli esercizi di spinta e di trazione. Gli esercizi di spinta, quali le distensioni su panca, in cui fondamentalmente sono attivati pettorali e tricipiti, hanno un senso di segno opposto a quello degli esercizi di reazione, del tipo tirate in alto ed esercizio del “rematore”, in cui alleniamo il grande dorsale e i bicipiti. Trattandosi di due tipologie specularmente opposte, è buona norma che compaiano in maniera alternata in un programma di allenamento a secco: una disposizione che permette di allenare un distretto muscolare facendo riposare il distretto antagonista. Un punto che riteniamo essenziale esaminare riguarda la quantità di serie e ripetizioni da eseguire nel corso di ogni esercitazione. Il numero di ripetizioni è dettato in funzione di una proporzione inversa fra volume e intensità. Il volume delle esercitazioni è commisurato al numero di ripetizioni che vengono completate, mentre l’intensità è definita dall’entità dello sforzo compiuto in relazione a quello massimo raggiungibile nella prestazione prevista. Ne risulta che aumentando il numero delle ripetizioni, quindi il volume, deve diminuire l’intensità dell’esercitazione stessa. Esempio pratico: se siete in grado di realizzare 15 ripetizioni di un esercizio di estensione delle gambe con un carico di 11 kg, con un carico di 18 kg potrete indicativamente completare al massimo 8 ripetizioni. Questa relazione è importante perché in stretta connessione con l’obiettivo dell’allenamento. Se state cercando di migliorare l’endurance muscolare, dovrete scegliere un sovraccarico che vi consenta di effettuare 15 – 20 ripetizioni; se invece l’obiettivo è lo sviluppo della forza, dovreste utilizzare un carico che vi consenta da 5 a 8 ripetizioni. Per quanto concerne il rapporto serie/ripetizioni, in genere quando intendete eseguire un elevato numero di ripetizioni (15 – 20) dovreste programmare due serie, invece se il un numero delle ripetizioni è ridotto (5 – 8), dovreste distribuire l’attività totale in 4 o 5 serie. La combinazione di serie e ripetizioni è ben calibrata quando, in relazione ad un determinato esercizio, percepite la sensazione di affaticamento nelle ultime 2 o 3 ripetizioni finali di ogni serie. Nel caso che lavoriate in circuit training, il numero delle ripetizioni può essere prefissato sin dall’inizio oppure essere determinato dal fatto di avere un tempo di lavoro fisso a disposizione. Esempio: in una stazione del circuito potete effettuare 30 sit-up, quindi un numero già stabilito di ripetizioni oppure tanti sit-up quanti è possibile eseguirne in un minuto, quindi dopo avere fissato il tempo di esecuzione da dedicare all’esercizio. L’obiettivo dell’allenamento, che è un compromesso tra volume e intensità di lavoro, dipende dal periodo della stagione agonistica per il quale il lavoro deve essere determinato secondo i principi adottati per la periodizzazione dell’allenamento, che prevede in genere diverse fasi, ognuna con specifici obiettivi. Principio generale è quello comunque di massimizzare la performance sportiva evitando il “superallenamento”. Programmi a secco per i giovani nuotatori Un importante elemento condizionante la programmazione dell’allenamento è l’età dei nuotatori. Anche in tempi abbastanza recenti lo sviluppo della forza era considerato inappropriato e potenzialmente pericoloso per gli atleti giovani e in crescita. Si riteneva che la partecipazione ad allenamenti specifici di forza potesse predisporre a lesioni della cartilagine di accrescimento e conseguentemente creare problemi allo sviluppo scheletrico. Di opposto significato le interpretazioni più recenti; si è appurato che non esistono problematiche particolari legate al lavoro di forza in giovane età e addirittura le associazioni di medicina sportiva riconoscono a questa metodologia un utile effetto proprio in rapporto ai processi di crescita; orientamenti confermati da: ACSM (Collegio Americano di Medicina Sportiva), AAP (Accademia Americana Pediatrica), AOSSM (Società Ortopedica Americana di Medicina Sportiva), NSCA (Associazione Nazionale per rAllenamento della Forza). L’allenamento con i pesi aiuta i giovani nuotatori a sviluppare volontà e fiducia nell’allenamento, oltre che a creare i presupposti del raggiungimento della performance sportiva, diminuendo nel contempo i rischi legati agli infortuni. L’allenamento della forza prepara in generale al successivo lavoro in acqua e induce vantaggi specifici fra i quali ricordiamo: il miglioramento della potenza muscolare, la resistenza muscolare, la forza corporea massimale, la stabilità articolare, la composizione corporea, la densità minerale delle ossa. Sono tutte qualità in stretta associazione col miglioramento della performance sportiva. I risultati delle più recenti ricerche indicano che l’allenamento induce un guadagno di forza nella preadoloscenza quando la programmazione garantisca sufficienti stimoli in termini di durata, intensità e volume. Una indicazione pratica per i giovani atleti è quella di compiere 2 o 3 serie di 13 -15 ripetizioni per ogni esercizio. Le sedute di allenamento dovrebbero essere previste a giorni alterni per due o tre volte alla settimana. IIlavoro realizzato determina adattamenti neuromuscolari consistenti nella miglior attivazione delle unità motorie, nel reclutamento delle stesse e nella coordinazione dei gesti piuttosto che un incremento ipertrofico della dimensione muscolare. I giovani atleti non dispongono ancora di elevate concentrazioni degli ormoni che possano determinare e favorire lo sviluppo muscolare; una condizione fisiologica questa che sarà raggiunta dopo la pubertà secondo specifiche caratteristiche della fisiologia maschile e femminile. L’allenamento con i sovraccarichi non condurrà ad un aumento del peso, e nessun dato conforta l’ipotesi che possa provocare un arresto della crescita. Prima che un giovane nuotatore venga avviato ad un programma di allenamento alla fòrza, dovrebbe avere acquisito una sufficiente maturità emozionale per accettare e per seguire le richieste connesse ad un training specifico. Dovrebbe inoltre avere consapevolezza dei rischi normalmente associati ad un allenamento con i pesi e con specifici esercizi. Nell’effettuare una scelta degli esercizi da somministare, tenete presente che nell’età evolutiva la forza e le qualità coordinative sono estremamente variabili e per questo essi devono essere scelti su base individuale e, quando necessario dopo una verifica pratica, riproposti eventualmente modificati. La linea guida che abbiamo seguito nel testo non tiene presente delle specifiche necessità dei giovani: qualche indicazione può venire da alcune esemplificazioni riguardanti la possibilità di effettuare adattamenti appropriati in funzione di qualche particolare fascia di età. Nel redigere un programma di allenamento per forza con i giovani, è raccomandata una particolare attenzione alla progressiva gradualità del carico per poter tenere sotto attento controllo lo stress muscolo-articolare in combinazione con i processi di acquisizione della tecnica. Kraemer e Flech (2005) illustrano l’importanza di una appropriata selezione degli esercizi e alcune considerazioni riguardo le diverse fasce di età (tabella 1.1). Fino a 7 anni: Introdurre i bambini agli esercizi di base senza carichi 1con carichi estremamente limitati; introdurre il concetto di seduta di allenamento; insegnare le tecniche di base; effettuare progressioni di esercizi a corpo libero, con partner e contro leggere resistenze; mantenere un basso volume di lavoro. 8-10 anni : Incrementare gradualmente il numero di esercizi; far apprendere la tecnica dei sollevamenti; inserire gradualmente pesi estremamente modesti, in riferimento ad esecuzione molto semplici; gradualmente aumentare il volume di lavoro; prestare attenzione al livello di sopportazione dello stress. 11-13 anni: Far apprendere le; tecniche degli esercizi di base; inserire gradualmente dei carichi modesti; concentrarsi sulla corretta esecuzione; introdurre esercitazioni più complesse a carico naturale o con pesi leggeri; incrementare II volume di lavoro. 14-15 anni: Inserire programmi articolati; aggiungere richieste collegate a specificità sportive; prestare attenzione agli aspetti tecnici; incrementare il volume. Da 16 anni in su Introdurre i giovani ai programmi di base tipici degli adulti, una volta che abbiano acquisito sia l’esperienza tecnica che una sufficiente base delle capacità condizionali. Adattato su permesso di W.J. Kraemer e S.J. Fleck, “L’allenamento della forza per i giovani atleti”, seconda edizione (Human Kinetics). Consierando il ruolo che ha ogni muscolo inserito nella meccanica del movimento dei quattro stili del nuoto, saremo in grado di elaborare programmi di allenamento estremamente mirati, specifici in rapporto ai diversi stili, così da incidere sull’efficacia del gesto tecnico con ulteriori benefici sulla prevenzione degli infortuni. Nei capitoli successivi verranno esaminati gli esercizi fondamentali per i gruppi muscolari interessati negli specifici movimenti del nuoto.| File | Descrizione |
|---|---|
| immagini ALLENAMENTO A SECCO.doc | descrizione degli esercizi |
Test di Valutazione a Secco
FONTE: dr. Rosario Conte
specialista in medicina dello sport
medico provinciale FIDAL Venezia
Centro di Medicina dello Sport CONI-FMSI Venezia
LA VALUTAZIONE FUNZIONALE DELL’ATLETA
La valutazione funzionale dell’atleta è l’indagine, attraverso una serie di test, dei fattori fisiologici che determinano la prestazione fisica e sportiva.
Come la diagnosi di una patologia richiede l’esecuzione di alcuni esami (come per es. la radiografia, gli esami del sangue, etc..) esistono altri “esami” utili per la valutazione di tutti quei fattori fisiologici che sono alla base della performance sportiva.
Seppure con caratteristiche del tutto diverse, questi test non prescindono da quelli che sono gli esami per l’idoneità sportiva: perché se da una parte la valutazione funzionale permette una determinazione del livello individuale di preparazione atletica, nella visita medico-sportiva viene ricercata la presenza di patologie e dimostrata una capacità generica dell’organismo (in particolare dell’apparato cardiovascolare) di eseguire senza rischi attività sportiva. Quindi, condizione necessaria perché avvenga la valutazione funzionale è l’assenza di controindicazioni cliniche alla pratica della attività sportiva.
È un servizio che in genere offrono i più importanti e attrezzati centri di medicina dello sport in cui gli specialisti in medicina dello sport possono fornire una informazione estremamente precisa all’allenatore in merito alle condizioni fisiche dell’atleta testato.
La valutazione funzionale permette di programmare in modo preciso l’allenamento ottimizzando la prestazione ed evitando il pericolo del superallenamento come anche il calo della performance.
Quando si esegue la valutazione funzionale?
all’inizio: al primo rapporto con l’atleta al fine di conoscerlo (capire che motore si ha di fronte, che potenzialità esistono e come si può aiutarlo per affinare le sue caratteristiche)poi deve essere fatta nell’arco della stagione per controllare gli effetti dell’allenamentoaltre volte la valutazione funzionale viene fatta per motivare un atleta quando si sente un po’ insicuro delle sue potenzialità (se test va bene si carica..) e in gara rende meglio
CARATTERISTICHE DEI TEST DI VALUTAZIONE FUNZIONALE
Alcuni test si possono fare solo in laboratorio, altri possono essere eseguiti anche sul campo. Fondamentale che ogni test possa essere ripetibile, obiettivo e perciò indipendente dall’operatore che lo esegue.
Per soddisfare tali requisiti, le metodiche devono essere standardizzate. Più precisamente si dovrebbero utilizzare sempre gli stessi strumenti i quali dovranno essere accuratamente tarati con periodicità. Ci dovrebbero essere sempre le stesse condizioni ambientali (temperatura, % umidità, ventilazione).
I test sono vari e diversi perché gli sport come spesso anche le discipline o i ruoli all’interno dello stesso sport non sono tutti uguali. Ogni sport è caratterizzato da un proprio meccanismo di produzione dell’energia. E a seconda delle loro caratteristiche fisiologiche ogni attività fisica può essere schematicamente suddivisa in:
attività anaerobiche alattacide (o di potenza)
attività anaerobiche lattacide (o di velocità)
attività aerobiche (o di resistenza)
attività miste (aerobico-anaerobiche)
Per tali diversità fisiologica, i dati che interessa conoscere sono diversi.
Nelle attività anaerobiche caratterizzate da impegno muscolare breve e a intensità più o meno massimali i dati più importanti sono quelli di forza misurata da macchine dette dinamometri le quali sono capaci di registrare la forza massimale di uno o più segmenti corporei. In molti sport è più utile conoscere anche la forza esplosiva e la forza reattiva, parametri di forza relazionati al tempo di esecuzione. Pertanto esistono delle pedane (Pedana di Bosco) che sull’analisi dei tempi di volo dei balzi che vi avvengono sopra riescono a dare preziosi informazioni.
Negli sport di resistenza il fattore dirimente per le varie performances è la capacità dell’atleta di utilizzare la quota più elevata di Ossigeno (potenza aerobica). Per conoscere questa potenza esistono importanti test in laboratorio e da campo: il massimo consumo di Ossigeno (VO2max) si esegue in laboratorio e l’analisi dell’ossigeno consumato avviene durante lo svolgimento di un esercizio con incrementi progressivi al cicloergometro o al treadmill attraverso analizzatori dei gas che vengono prodotti dal metabolismo dell’atleta.
Molto più utili sono i test di valutazione della soglia aerobica cioè l’individuazione del carico di lavoro massimo in cui l’organismo utilizza come substrato fondamentale l’Ossigeno e non accumula acido lattico nel sangue.
Sono test che possono essere fatti anche sul campo e il più noto di questi test è il test di Mader. Infatti è stato osservato che un tasso di 4 mmoli di acido lattico nel sangue venoso corrisponde al passaggio del meccanismo di produzione di energia da aerobico ad anaerobico. Pertanto si eseguono prelievi seriati di sangue durante un esercizio di tipo incrementale e si osserva a quale carico e a quale frequenza cardiaca si verifica un tasso di 4 mmoli di lattato.
Nel noto “test Conconi” si nota che con l’aumento dell’intensità dell’esercizio la frequenza cardiaca sale linearmente per poi crescere di poco o rimanere costante anche quando continua ad aumentare il carico: il punto in cui inizia la deflessione corrisponde all’incirca al livello di 4 mmoli di acido lattico.
Pertanto il test Conconi diventa un test facilissimo da eseguire e richiede una attrezzatura molto limitata. E’ utile tener presente che quando il test viene effettuato all’aperto le condizioni ambientali (temperatura, vento, etc) siano sempre le stesse.
Inoltre in una percentuale di atleti (6-15%) non compare alcun punto di deflessione e talora la sua interpretazione non è così evidente al punto che bisogna interpretarlo spesso in maniera soggettiva.
Preparazione atletica del nuotatore
FONTE: Nuoto mania a cura di Stefano Tiozzi
INTRODUZIONE:PREPARAZIONE ATLETICA DEL NUOTATORE
aspetti centrali nell’allenamento prestativo del nuoto, è come lavorare in palestra allo scopo di costruire i migliori requisiti senza invece sviluppare qualcosa che possa alterare negativamente la postura e inficiare non solo le nuotate ma la vita quotidiana.
- GRAN DORSALE: principale muscolo propulsore.
- GRAN PETTORALE: fissatore della spalla durante la trazione,deve lavorare come adduttore (non come propulsore), perciò se è troppo sviluppato impedisce il lavoro delle spalle.
- GRUPPO DEI ROTATORI DELLA SCAPOLA(TRAPEZIO,GRANDE ROTONDO,DENTATO ANTERIORE,ELEVATORE DELLA SCAPOLA): la loro funzione è fissare la scapola durante la trazione, in modo che il gran dorsale abbia una base solida per applicare la forza,altrimenti la forza si disperde.
Come allenarli: esercizi alla panca
- Spinte su panca con bilancere o (ancora meglio) con manubri;
- rotazione interna con bilancere o manubri;
- remate con bilancere,manubri o macchine o cavi (meglio dall’alto) Pull Over con bilancere;
- pull Down alla Lat machine con attacchi diversi (il rematore è meglio per motivi di sicurezza,e per l’attivazione di più muscoli);
- trazioni alla sbarra con diverse impugnature (se l’atleta fa già un bel carico alla lat,allora le trazioni sono più utili perchè si usano anche gli addominali per stabilizzarsi,e il lavoro è più completo).
- ROTATORI INTERNI DELL’AVAMBRACCIO (PRONATORE ROTONDO,PRONATORE QUADRATO): necessari per ottenere una posizione alta del gomito nella fase iniziale della trazione.
Come allenarli:
- vengono allenati di riflesso alla lat machine.
- ESTENSORI DEL GOMITO (TRICIPITE BRACHIALE): come ho spiegato sopra, la loro funzione è trasmettere all’acqua la forza espressa dal dorsale, e sono in posizione di sudditanza rispetto al dorsale;non conviene perderci troppo tempo.
Come allenarli:
- distensioni dietro alla testa con bilancere, manubrio cavi (french press);
- distensioni dietro alla schiena con bilancere o manubrio.
- ESTENSORI E FLESSORI DELLA GAMBA (QUADRICIPITE FEMORALE, GRANDE GLUTEO, POSTERIORI DELLA COSCIA);
- ESTENSORI DELLA CAVIGLIA (SOLEO, GASTROCNEMIO);
- FLESSORI DELLA CAVIGLIA (TIBIALE ANTERIORE E POSTERIORE). Tutti muscoli importanti per le partenze, per le virate e per la rana. Gli estensori della caviglia agiscono nelle gambate a stile, dorso e delfino; la flessione dorsale e supinazione del piede invece è importante nelle gambe a rana.
- stacco con quadra bar o manubri;
- squat (naturali o con bilancere);
- leg press;
- balzi in varie forme (anche salto della corda);
- sollevamenti sull’avampiede (per la caviglia).
Lo scopo della preparazione fisica è sviluppare le capacità di forza, resistenza, rapidità e mobilità. Per uno sviluppo metabolico adeguato,ragionando nel lungo periodo (anni), è opportuno lavorare sempre sia su Resistenza, Forza e Rapidità, però nel primo periodo dando molta più importanza alla resistenza,nel secondo periodo si mantengono i valori di resistenza ma si dà più risalto al parametro forza (generale e massima), poi nel terzo periodo si mantengono resistenza e forza e si punta alla dinamicità della forza,nel quarto periodo si mantengono i dati di resistenza, forza e rapidità,e ci si orienta verso un lavoro più specifico per il nuoto,cioè si cercano soluzioni più vicine alla situazione di gara. Questo per quanto riguarda lo sviluppo nel lungo periodo di una persona che non abbia mai lavorato e più in generale per i più giovani. Se invece si segue un programma di nuoto agonistico,con relativa periodizzazione,allora il lavoro in palestra deve anche essere inserito in modo intelligente e seguire la suddivisione in periodi delle sedute in vasca;per cui,al fine di evitare che il lavoro in palestra pregiudichi quello in vasca, è opportuno che nei microcicli di carico specifico in vasca (quando si lavora su qualità metaboliche attinenti alla gara, perciò Potenza aerobica e Resistenza alla forza) il volume dei lavori di forza massimale in palestra diminuisca, per evitare che compromettano la rapidità e la potenza in vasca. Avremo un periodo iniziale (di ingresso), (qualche settimana) in cui conviene lavorare su un primo sviluppo di resistenza lavorando con carichi medi;per esempio tre o quattro serie con 15-30 ripetute a carico 50-70% Seguirà un periodo (di sviluppo) in cui si allenerà la forza massima e la forza speciale, per esempio 3 o 5 x (8 ripetute al 75%), oppure (5 ripetute a carico 80%), (2 o 3 a carico 90%) o (1 x 100%) riposi 90-120 secondi o più. Nel terzo periodo (di attacco) in cui ci si avvicina alle gare obiettivo,conviene allenarsi su Potenza e rapidità del movimento, quindi i lavori saranno molto dinamici per ricreare situazioni metaboliche vicine alla gara, il lavoro sarà specifico a seconda del nuotatore e della lunghezza delle sue gare,quindi siamo in un campo abbastanza complesso da catalogare in modo esauriente;questo è il periodo in cui conviene diminuire i volumi dei lavori con carichi massimali di cui parlavo sopra. Ultimo periodo (competitivo) si allenano le qualità (metaboliche) specifiche di gara,però in modo da rispettare i tempi necessari a buoni recuperi funzionali, perchè è il periodo di scarico per la messa in forma. Poi dopo le gare ci sarà un periodo di transizione con carichi ridotti,una specie di vacanza; poi il lavoro riparte dal primo periodo seguendo la programmazione in vasca.
Questo in estremissima sintesi è come si abbina la palestra al nuoto.
A questo aggiungo: se si nuota e si fa palestra nello stesso giorno, gli allenamenti vanno distanziati di almeno un’ora o tre ore, a seconda se si fa prima palestra o prima nuoto.
L’alternanza di carico e di scarico consigliata per le sedute in palestra è di 3-1 oppure 4-1 nei primi periodi,mentre nei periodi a elevata intensità (di attacco e competitivo) deve essere di 2-1 e anche più raramente di 1-1.
LA PREPARAZIONE ATLETICA DEL NUOTATORE
a cura di Lello Avagnano
In ogni attività sportiva di tipo agonistico è prevista l’utilizzazione di metodi di potenziamento e di sviluppo della forza in palestra.
Anche se tutte le esercitazioni in palestra rappresentano dei metodi generali e non precisamente specifici per le attività svolte in acqua è indubbio che il potenziamento muscolare e lo sviluppo della forza a secco sono il presupposto per passare poi all’allenamento della forza specifica , cioè di quel tipo di forza il cui miglioramento rappresenta il presupposto per un incremento della prestazione.
FORZA MASSIMA
FORZA RESISTENTE
FORZA SPECIFICA
FORZA VELOCE
NOTA BENE:
Chiaramente è sempre bene tenere presente il fatto che uno sviluppo della forza non deve provocare un’eccessiva ipertrofia muscolare, dannosa per chi pratica sport di resistenza. Il nostro metodo di procedura consiste in una serie di valutazioni che riguardano sia l’atleta in oggetto sia i metodi e le tipologie di esercizi che utilizza.
VALUTAZIONE DELL’ATLETA
Anzianità di lavoro in palestra
Valutazione degli indici di forza
METODI ed EFFETTI
AUMENTO DELLA RESISTENZA (Organica, Distrettuale, Aerobica)
- PREATLETISMO GENERALE
- CIRCUITI PER IL CONDIZIONAMENTO CARDIOCIRCOLATORIO
- CIRCUIT TRAINING
- ESERCIZI DI POTENZIAMENTO SPALLE
- LAVORO IN PALESTRA DI TONIFICAZIONE GENERALE DI TUTTI I DISTRETTI MUSCOLARI
- LAVORO IN PALESTRA PER IL MIGLIORAMENTO DI QUEI DISTRETTI MUSCOLARI CHE INTERVENGONO NELLA NUOTATA
RINFORZO e/o RIEQUILIBRIO dei muscoli limitanti la prestazione
INCREMENTO MOBILITA’ ARTICOLARE, ESERCIZI DI SENSOPERCEZIONE E MOLTO STRETCHING
ESEMPIO DI UNA PROGRAMMAZIONE A SECCO
Di seguito tratteremo soprattutto delle esercitazioni in palestra, evidenziamo però il fatto che sia le esercitazioni aerobiche (corsa, ciclismo, canottaggio, cardiofitness) che gli esercizi in circuito a corpo libero o misti (cross promenade, pesi + corpo libero) possono essere mantenuti tutto l’anno, sostanzialmente almeno nella fase fondamentale di preparazione.
- Da 2 o 3 settimane a 5 settimane (da 3 a 5 sedute alla settimana, ricordando però quanto sopra riportato) di lavoro a CORPO LIBERO, indirizzato alle capacità coordinative ed allo sviluppo delle capacità cardiache (lavoro basato sui circuiti che impieghino tutti i settori muscolari).
- Da 2 o 3 settimane a 6 settimane (3 sedute alla settimana) in cui il lavoro in palestra viene effettuato a livello anche dei settori muscolari non specifici. L’attenzione è rivolta soprattutto alla corretta esecuzione degli esercizi con PESI MEDIO-BASSI ed un numero di ripetizioni non eccessivamente elevato : 3-5 serie di 10-16 ripetizioni, il periodo è più o meno lungo a seconda della competenza in palestra del nuotatore. All’atleta con una buona esperienza possono bastare anche solo 6 sedute prima di passare ad una fase successiva; l’atleta a digiuno di queste esperienze dovrebbe protrarre questo tipo di lavoro appunto per 6 settimane, al termine del periodo si fa il CALCOLO DEL MASSIMALE (anche in modo empirico).
- 3 SETTIMANE Obiettivo: sviluppo della Forza Massima e Veloce
2 di carico + 1 di scarico in cui il lavoro viene dimezzato non nella qualità ma nella quantità
es. da 4 x 16 rip si passa a 2 x 16 rip
- Metodo TRADIZIONALE per la Forza Massima
serie: 3-5
rip: 1-12
carico: 70%-100%
esecuzione: lenta
Nota Bene: esercitazioni dal 60% al 85% del massimale favoriscono l’ipertrofia muscolare - Metodo TRADIZIONALE per la Forza Veloce
serie: 3-5
rip: 6-8
carico: 40%-75%
esecuzione: veloce
- Metodo PIRAMIDALE
serie/rip: 12 rip al 70%
7 rip all’ 80%
3 rip all’ 90%
7 rip all’ 80%
esecuzione:lenta
- Metodo a CONTRASTO
esempio: da 3 a 5 serie
1 ripetizione al 90% esecuzione lenta
6 ripetizioni al 50% esecuzione veloce
oppure: da 3 a 5 serie
3 ripetizione al 80% esecuzione lenta
6 ripetizioni al 50% esecuzione veloce
- 3 SETTIMANE Obiettivo: sviluppo della Forza Massima e Veloce Cambiando Il METODO DI LAVORO
2 di carico + 1 di scarico in cui il lavoro viene dimezzato non nella qualità ma nella quantità
Esempio: Se si utilizzava il metodo TRADIZIONALE si può passare al metodo A CONTRASTO
NOTA: Ulteriori metodi utilizzabili sono:
Metodo dell’AFFATICAMENTO TOTALE
Metodo dello STATICO DINAMICO
Metodo CONCENTRICO
Metodo D’ URTO
Questi metodi (di cui ci riserviamo all’occorrenza di trattare più diffusamente in seguito) risultano difficilmente praticabili se non con atleti di grande competenza in palestra.
Nella 3° settimana, come già ricordato il lavoro quantitativo viene dimezzato.
Alla fine di questo periodo si può calcolare nuovamente il massimale, per una più esatta percentualizzazione del lavoro da eseguire nel proseguo della programmazione.
- 3-4 SETTIMANE Obiettivo: conversione dalla forza massima e veloce alla resistenza alla forza.
Questo aspetto, dato per scontato il raggiungimento di un elevato rapporto forza peso, è la fase più importante perché ha l’obiettivo di convertire in chiave SPECIFICA ma non ancora SPECIALE il lavoro svolto.
Prenderemo in esame quegli esercizi che investono più ampie regioni dei corpo e che quindi coinvolgono contemporaneamente gli arti superiori, il tronco e gli arti inferiori.
Con l’ aumentare del numero delle articolazioni e dei gruppi muscolari chiamati in causa in esercizio, si incrementa contemporaneamente la specificità dell’esercitazione, per esempio, una semplice estensione degli avambracci isola una articolazione (il gomito) e un gruppo muscolare (il tricipite brachiale). Il burpee invece, descritto più avanti ) è un esercizio valido per tutto il corpo che comprende movimenti della parte inferiore e superiore del corpo, e, nelle torsioni, l’intervento dei relativi molteplici gruppi muscolari.
La differenza tra le due tipologie di esercizi è ovvia e implica vantaggi e svantaggi che emergono dall’esame di ognuno di essi.
Ad esempio il vantaggio fondamentale dell’esercizio di estensione dei tricipiti consta nel fatto che esso consente di isolare un singolo gruppo muscolare. Come risultato, il controllo dell’intensità, attraverso l’aumento o la diminuzione del carico, risulta molto semplice e permette di concentrare il lavoro direttamente e unicamente sul potenziamento del tricipite.
Il principale svantaggio deriva invece dal fatto che il solo movimento di estensione dell’ avambraccio non è un movimento specifico, essendo limitato ad una sola articolazione. Il fondamentale vantaggio del burpee deriva dal fatto che molteplici articolazioni e gruppi muscolari del corpo sono coinvolti, pone inoltre in rilievo il salto, con la ricerca di una posizione di riallineamento: situazione quest’ultima che è specifica del nuoto.
Un altro vantaggio degli esercizi che coinvolgono un elevato numero di muscoli e articolazioni è l’attivazione del fulcro addominale-pelvico e l’inclusione della componente esplosiva del salto. Attraverso la coordinazione dei movimenti degli arti superiori con gii arti inferiori e l’attivazione del core, i nuotatori riscontreranno un miglioramento e un potenziamento delle bracciate. Uno svantaggio degli esercizi che coinvolgono tutto il corpo può essere quello che molteplici distretti muscolari vengono reclutati all’unisono e quindi i muscoli più forti possono tendere a compensare le carenze prestative dei muscoli più deboli. Ad esempio, un nuotatore straordinariamente veloce nel proprio stile potrebbe avere la battuta di gambe più lenta fra tutti i componenti della squadra nel caso in cui la parte superiore del corpo sia così forte da compensare questo deficit legato agli arti inferiori Sebbene gli esercizi che si estendono a molteplici regioni corporee siano importanti, resta importante continuare ad utilizzare gli esercizi estremamente specifici, in grado, al- l’occorrenza, di isolare i singoli muscoli e le articolazioni.
Questo è il miglior modo di procedere per ottenere un programma di allenamento a secco completo: per riassumere quindi, programmate esercizi per tutto il corpo nella sua globalità inserendo esercizi analitici per migliorare la coordinazione fine di alcuni movimenti di base.
Nella pratica degli esercizi a coinvolgimento globale, lavorate elaborando delle esecuzioni che abbiano un carattere balistico-esplosivo proprio in riferimento al principio di specificità.
Il miglior modo per incrementare la capacità di forza esplosiva nei blocchi di partenza e nelle virate comporta ovviamente l’inserimento degli esercizi esplosivi nei programmi = secco, mirando all’obiettivo fondamentale di generare la massima potenza, in conter– poranea, a livello degli arti inferiori e del fulcro addominale-pelvico. Il vantaggio degli esercizi a secco in questo caso viene dalla facilità di determinazione del carico di lavoro somministrato, determinando e controllando con precisione il n_- mero di serie e ripetizioni realizzate, tenendo anche conto della correttezza esecutiva e correggendo gli errori valutandone intanto l’incidenza. Si possono fare altre considerazioni speciali: la prima riguarda il fatto che questi esercizi, coinvolgendo molte articolazioni, richiedono un alto livello coordinativo. Infatti re insufficiente coordinazione, riscontriamo che a volte nel burpee la fase di riallineames del corpo avviene in anticipo, quindi fuori tempo: in questo caso il movimento nel sue insieme non si può avvalere della spinta derivante dall’oscillazione delle braccia, col resultato che si ottiene una minore elevazione. Una analogia col nuoto la riscontriamo aL_ partenza dai blocchi, quando le braccia anticipano il riallineamento, quindi non in sequenza coordinata con l’azione di spinta delle gambe, che è decisiva nel tuffo in avanc. La mancanza di coordinazione può trasformare un esercizio di tipo globale in un insiene disarticolato di esercizi monoarticolari, invalidandone l’effetto fondamentale per il quae l’attività era finalizzata. Ed è questo il motivo che rende importantissima l’acquisizione della corretta tecnica in termini coordinativi: un obiettivo da perseguire con notevole impegno e senza trascurare i particolari.
Ribadiamo il concetto che dapprima devono sempre essere privilegiati gli aspetti qualitativi in riferimento a quelli quantitativi: questa indicazione è particolarmente importante per i salti e per gli esercizi a carattere esplosivo, non solo perché un’esecuzione non coordinata in questi casi determina notevoli rischi di infortunio, ma anche perché la situazione di contatto con una base rigida anziché in acqua, aumenta di per sé il rischio di contusioni alle regioni del corpo interessate.
Una indicazione generale per ottimizzare il lavoro di acquisizione della corretta tecnica esecutiva riguarda l’utilizzo, almeno nelle fasi iniziali, di un carico leggero e di sovraccaricare solo quando si abbia familiarità con una tecnica accettabile.
Aggiungiamo una considerazione finale sull’importanza della stabilizzazione del core, durante l’esecuzione degli esercizi: gli stabilizzatori del core funzionano non solo come ponte di collegamento tra le parti inferiore e superiore del corpo, ma anche come stabilizzatori e protettori della regione lombare e ciò ne consiglia l’attivazione all’inizio di ogni esercizio. Nel quinto capitolo era stata presa in esame questa problematica.
Un gruppo di esercizi meglio conosciuti come le “alzate olimpiche”, sono estremamente efficaci per acquisire velocità, forza e potenza ma hanno caratteristiche di complessità tali da richiedere l’insegnamento e la supervisione da parte di personale qualificato, e per questo non sono presenti in questo manuale.
Comunque due delle più comuni alzate olimpiche che dovrebbero essere considerate per i nuotatori di livello avanzato, sempre sotto la supervisione di istruttori qualificati, sono lo strappo e lo slancio, considerati i migliori esercizi fra quelli che interessano tutto il corpo, per migliorare la potenza. Gli specialisti nelle gare di velocità dei 50 e 100 metri traggono importanti benefici da questo tipo di alzate con un evidente vantaggio nel miglioramento dell’esplosività alla partenza dai blocchi e nelle virate. Tutti gli esercizi che illustreremo in questo capitolo hanno effetti benefici su tutti i gruppi muscolari con un’importante azione di rafforzamento con base il fulcro addominale-pelvico. Hanno l’indubbio vantaggio che non richiedono necessariamente la supervisione di un istruttore qualificato anche se, come indicazione generale, consigliamo sempre la presenza di un’assistenza tecnica per eventuali indicazioni e correzioni dalle quali trarre continui feedback per migliorare la tecnica.
VOGATORE AD UNA MANO, IN EQUILIBRIO SU UN ARTO
Esecuzione
1. Disporsi di fronte al pulley a circa un metro di distanza e mettersi in equilibrio sul piede sinistro. Inclinare il busto in avanti e afferrare l’apposita maniglia con la mano destra.
2. Procedete estendendo il busto e, contemporaneamente, tirate con la mano destra la maniglia.
3. Ritornate nella posizione di busto inclinato in avanti e gomito esteso.
4. Mentre tirate il cavo verso il corpo, ricordatevi di stabilizzare la scapola, avvicinandola alla spina dorsale.
Muscoli coinvolti
Primari: retto femorale, vasto laterale, vasto intermedio, vasto mediale, grande gluteo,
gluteo medio, grande dorsale. Sinergici: bicipite femorale, semitendinoso, semimembranoso, erettori spinali, obliqui esterni, obliqui interni, trapezio, grande romboide, piccolo romboide, grande rotondo, deltoide posteriore, bicipite brachiale, brachiale.
Aspetti specifici per il nuotatore
Attraverso la coordinazione tra movimenti degli arti superiori e degli arti inferiori, a cui si aggiungono delle rotazioni del busto, otteniamo un irrobustimento che si esprime in un più efficace collegamento tra azione delle braccia con le gambe, utile in particolare nello stile libero e nel dorso. Accentuando la retrazione della spalla al termine dell’esercizio si determinerà un beneficio nella fase iniziale del recupero della bracciata dello stile libero.
Per favorire il collegamento tra braccia e gambe, azione sempre fondamentale, stabilizzate il core all’inizio dell’esercizio. Durante l’esecuzione, dovrete ricercare la perfetta coordinazione del movimento degli arti superiori con quello degli arti inferiori per non veder drasticamente diminuita l’efficacia del lavoro svolto.
Condizione comune agli altri esercizi specifici per gli arti inferiori: quando vi protendete in avanti non permettete che la parte anteriore del ginocchio sopravanzi l’alluce.
Deltoide anteriore Tricipite Erettore spinale Retto femorale Vasto laterale Grande gluteo |
esecuzione:
1. In posizione eretta, raggiungete la posizione di massima raccolta con palmo mani a terra.
2. Subito dopo un movimento rimbalzato sulle ginocchia, distendete le gambe all’ indietro e, nello slancio, protendete anche il corpo all’indietro sino a raggiungere la posizione iniziale dell’esercizio dei piegamenti sulle braccia.
3. Sempre di slancio ritornate nella posizione di massima raccolta facendo seguire un salto verso l’alto a riallineare il corpo.
4. Di nuovo, senza soluzione di continuità, piegate le gambe fino a raggiungere la posizione di massima raccolta e proseguite con la ripetizione successiva.
Muscoli coinvolti
Primari: retto femorale, vasto laterale, vasto intermedio, vasto mediale, grande gluteo,
grande pettorale, tricipite brachiale. Sinergici: bicipite femorale, semitendinoso, semimembranoso, erettori spinali, deltoide
anteriore.
Aspetti specifici per il nuotatore
Si tratta di un eccellente esercizio a secco per i nuotatori, da proporre come stazione di un circuit-training, senza l’esigenza di particolari e specifiche attrezzature da palestra. La concentrazione deve essere focalizzata sugli istanti di transizione dalle posizioni di massima raccolta a quelle di riallineamento del corpo, che si esprimono sia in atteggiamenti orizzontali che verticali.
Acquisita la cadenza ideale, potrete anche concentrarvi nella rapidità esecutiva. Il bur- pee si ricollega al miglioramento dell’agilità durante le virate e in particolare negli stili rana e delfino, per i quali la continua ricerca del riallineamento, quindi della posizione più aerodinamica, è fondamentale.
Come per i piegamenti sulle braccia, il fatto di mantenere una controllata e stabile posizione di tutto il corpo è fondamentale; dovrete essere in grado di acquisire con rapidità un perfetto allineamento delle caviglie, delle anche e delbusto, fino alla testa. Il cedimento della schiena, quindi il piegamento in avanti o un eccessivo inarcamento, rappresentano errori della tecnica esecutiva che possono condurre a problematiche alla regione sacro-lombare.
Al fine di proteggere il corpo e in particolare le ginocchia da un eccessivo carico, dovrete riatterrare con le ginocchia leggermente piegate in modo da assorbire l’impatto al suolo. Un ulteriore aiuto in questo senso può venire da un materassino su cui effettuare i balzi e in particolare gli atterraggio
CONSIGLI PER LA SICUREZZA
Prima di inserire questo esercizio nei programmi di allenamento dei nuotatori più giovani, essi devono avere già dimostrato doti di forza e coordinazione tali da poter eseguire correttamente i piegamenti sulle braccia
SALTO DAI BLOCCHI DI PARTENZA CON ALLINEAMENTO VERTICALE
Esecuzione
1. Prendete posizione sul blocco assumendo la posizione di partenza.
2. Esplodete dal blocco saltando in verticale e ricercando una corretta posizione di lineamento del corpo.
3. Mantenete poi la posizione fino all’entrata in acqua.
Muscoli coinvolti
Primari: retto femorale, vasto mediale, vasto intermedio, vasto laterale, grande gluteo,
gluteo medio, erettori spinali. Sinergici: bicipite femorale, semitendinoso, semimembranoso, gracile, obliquo esterno, obliquo interno, trasverso dell’addome.
Aspetti specifici per il nuotatore
Esercizio propedeutico per la ricerca della massima elevazione e contemporaneamente per una rapida acquisizione della posizione aerodinamica. Nel momento della partenza dai blocchi, l’attenzione deve essere rivolta al raggiungimento della massima altezza. In immediata sequenza la concentrazione deve spostarsi su un perfetto riallineamento verticale. In questo esercizio possiamo anche inserire una componente finalizzata al miglioramento della reazione motoria, legando la messa in azione ad un segnale acustico di “via” vocale o altro
Consigli per la sicurezza:
Questo esercizio deve essere proposto solo in piscine profonde almeno un metro e mezzo, anche se e evidentemente la profondità limiterà il mantenimento della posizione aerodinamica. Nelle piscine con minore profondità, proporremo una variante che preveda l’ entrata in acqua a gambe flesse. Mentre in piscine molto profonde, potremo mantenere l’ allineamento del corpo fintanto che tutto il corpo non sia in completa immersione.
VARIANTE
SALTO VERTICALE AL SUOLO CON RICERCA DELLA POSIZIONE AERODINAMICA IN VOLO
La variante a secco può essere inserita in un programma di circuit training. Al fine di diminuire lo stress articolare in particolare alle ginocchia, occorre piegare morbidamente le gambe all’atterraggio, ed eventualmente utilizzare un apposito materassino antisdrucciolo che riduca l’impatto sulla superficie rigida.
PARTENZA SIMULATA CON ELASTICO
Esecuzione
1. Dopo aver fissato gli elastici ai montanti di una spalliera e fatto passare gli stessi in diagonale sulla spalla opposta alla direzione di fissaggio, assumete la posizione di massima raccolta, con i piedi in appoggio alla stessa spalliera che funge così anche da fermo per i talloni.
2. Simulare quindi la partenza dai blocchi, esplodendo contro la resistenza offerta dalle bande elastiche.
3. Allo scopo di evitare un forte ed eccessivo impatto al suolo delle mani, potrete anche avanzare un piede nella parte finale del movimento.
Muscoli coinvolti
Primari: retto femorale, vasto mediale, vasto intermedio, vasto laterale, grande gluteo,
gluteo medio, erettori spinali. Sinergici: bicipite femorale, semitendinoso, semimembranoso, grande adduttore, adduttore lungo, adduttore breve, pettineo, gracile, obliquo esterno, obliquo interno, trasverso dell’addome.
Aspetti specifici per il nuotatore
Questo esercizio è estremamente specifico per esprimere la massima esplosività ai blocchi di partenza. La chiave per massimizzarne i benefici sta nel disporre gli elastici in modo che già nella posizione iniziale essi abbiano un certo grado di pretensiona- mento, come fattore che assicuri l’ottenimento dell’incremento della resistenza e i conseguenti benefici in termini di potenziamento, nell’arco dell’intero movimento. Per rendere l’esercizio più simile al gesto di gara, dovrete concentrarvi nella fase di assunzione della posizione di riallineamento, proprio come durante la partenza dai blocchi. Al fine di proteggere la regione lombare, curate in modo particolare la stabilizzazione del core alla partenza e mantenetela per tutta la durata dell’esecuzione. Una volta assunta la posizione finale, potrete avanzare un piede in modo da evitare l’impatto traumatico delle mani al pavimento.
BALZO SU PLINTO |
Esecuzione
1. Disponetevi a 15 – 20 centimetri di fronte a un plinto e piegate le gambe sino alla posizione di 3/4 squat.
2. Balzate sul cubo, atterrando coi piedi e cercando una immediata posizione di equilibrio a gambe leggermente piegate.
3. Completate il movimento attraverso l’estensione delle gambe e la riacquisizione della stazione eretta.
4. Ridiscendete dal plinto lentamente e in modo controllato.
Muscoli coinvolti
Primari: retto femorale, vasto mediale, vasto intermedio, vasto laterale, grande gluteo,
gluteo medio, gastrocnemio, soleo. Sinergici: bicipite femorale, semitendinoso, semi membranoso, obliquo esterno, obliquo interno, trasverso dell’addome, erettori spinali.
Aspetti specìfici per il nuotatore
I balzi sul plinto sono eccellenti esercizi per sviluppare forza e velocità negli arti inferiori e quindi si ricollegano alle specifiche necessità legate alle partenze dai blocchi e alle virate. Esso presenta due vantaggi rispetto al comune balzo verticale da terra:
– l’altezza del cubo costituisce un importante elemento motivazionale,
– l’atterraggio sul cubo riduce lo stress articolare sugli arti inferiori all’impatto.
Inoltre il balzo sul plinto è un ottimo mezzo formativo per perfezionare le coordinazioni relative all’utilizzo delle braccia al fine di ottenere un incremento dell’elevazione, capacità coordinative poi utilissime nelle fasi di partenza dai blocchi. Di fatto potrete incrementare l’elevazione aggiungendo alla spinta delle gambe il movimento oscillatorio ed esplosivo delle braccia, nelle fasi iniziali del salto.
Due comuni errori da evitare sono l’esclusiva ricerca della flessione delle gambe durante la fase di volo, avvicinando troppo le ginocchia al petto, e il mantenimento del busto flesso in avanti.
Consigli per la sicurezza |
Tecnica didattica 4 stili
FONTE: My-personaltrainer.it
Il crawl
Il crawl prevede movimenti alternati e ciclici degli arti superiori e inferiori; sull’azione delle braccia si inserisce una respirazione di tipo laterale, che può essere effettuata da una sola parte, oppure alternativamente a destra e a sinistra (di norma ogni 3 bracciate si respira; NB. Quando si fuoriesce con il viso per respirare, è necessario mantenere come punto di riferimento ottico la rispettiva spalla, onde evitare di alzare eccessivamente la testa rallentando la nuotata).
La posizione che si assume, sia in galleggiamento prono che supino, viene condizionata dagli arti inferiori, la cui massa costituisce circa il 40% di tutto il peso corporeo. Mentre, infatti, la parte superiore, grazie alla sacca galleggiante dei polmoni, rimane piuttosto sollevata, le gambe, tendono a scendere. Questo affondamento si verifica in misura maggiore o minore in base al peso specifico, che, se favorisce i più leggeri, crea di sicuro qualche problema a chi ha gli arti resi pesanti da un’ossatura e da una muscolatura notevole.
La spinta del piede riceve dall’acqua una risposta anche verso l’alto (oltre che in avanti) utile al galleggiamento sia degli arti, che di tutto il corpo, favorendo così una posizione più sollevata e un miglior assetto idrodinamico.
La miglior posizione per poter avanzare in acqua è quella che consente al nuotatore di mantenersi orizzontale e il più possibile alto; ciò permette di ridurre al minimo la resistenza offerta dall’acqua.
La propulsione degli arti inferiori, insieme all’azione prodotta dalle braccia nella fase di appoggio, permette a tutto il corpo di sollevarsi, facendo assumere al nuotatore una posizione più idrodinamica, attraverso la quale può “scivolare” meglio.
SCHEDA TECNICA
Movimento
Alternato e ciclico
Posizione del corpo
Prona; negli sprint il corpo tende ad essere ben sollevato e quasi a planare sull’acqua; nelle lunghe distanze, invece, rimane un po’ più immerso.
Movimento arti superiori:
1) azione aerea 2) azione subacquea
L’azione aerea ha due funzioni:
a) riporto in avanti dell’arto
b) ristoro muscolare
Il movimento aereo se effettuato a gomito flesso riduce gli spostamenti laterali del bacino e degli arti inferiori; garantisce un maggior recupero di energieAzione subacquea
Si distingue in: appoggio/presa, trazione e spinta. L’azione è sempre attiva, sia pure con un risultato diverso nell’avanzamento, a seconda di come la mano orienta le spinte.
L’azione della mano si sviluppa secondo una traiettoria curvilinea (per usufruire della spinta ascensionale; per trovare acqua più ferma cambiando la direzione di applicazione della forza; per applicare più a lungo la forza.
Al termine della fase di appoggio/presa il braccio si flette al gomito per usufruire di una leva più vantaggiosa e per sviluppare un’azione (se vista di lato) più parallela alla linea di avanzamento
Il gomito nella fase di trazione deve essere alto rispetto alla mano; obiettivi:
-far compiere alla mano stessa un’utile azione vogatoria (Bernoulli)
-coinvolgere anche l’avambraccio nella spinta verso dietro.
Respirazione
Si inserisce sull’azione delle braccia ogni singolo ciclo, dopo più cicli completi, oppure a destra o a sinistra ogni 3…5… bracciate.
Il nuotatore deve espirare completamente sotto acqua facendo in modo:
– di rispettare un attimo di attesa, per rimanere di più a polmoni pieni
– di ritardare la rotazione della testa per un miglior assetto idrodinamico.
Movimento arti inferiori
La fase utile si sviluppa nel movimento dall’alto verso il basso
Nel movimento è coinvolto tutto l’arto, dall’anca ai piedi
L’azione avviene completamente sott’acqua
La profondità varia dai 20 ai 40 cm
La flessione della gamba sulla coscia può arrivare fino a 110/120 gradi
Il piede nella fase discendente deve essere naturalmente esteso e ruotato all’interno per una migliore spinta.
Rapporto arti superiori ed arti inferiori
1) 1 ciclo/6 battute di gambe:
– la posizione che si tende ad assumere è la più idrodinamica che si possa raggiungere nel nuoto, anche se molto dispendiosa per via dell’intensa azione delle gam
– queste ultime svolgono un’azione prevalentemente propulsiva
– l’azione subacquea delle braccia è molto ampia per consentire ]’inserimento delle sei battute – l’azione aerea deve essere a gomito flesso
– una respirazione adeguatamente ritardata si addice molto bene a questo tipo di crawl
2) 1 ciclo / 2 battute di gambe:
– si nuota di più dentro l’acqua, quindi l’assetto del corpo è meno idrodinamico rispetto alla interpretazione precedente
– aumenta la funzione stabilizzante degli arti inferiori
– l’azione subacquea delle braccia si riduce in ampiezza ed ha una frequenza maggiore; l’azione aerea tende ad essere più rapida e a braccio meno flesso
3) 1 ciclo / 4 battute di gambe:
– situazione intermedia tra 1) e 2).
Lo stile libero
Nel momento in cui la mano entra in acqua, il polso e il gomito la accompagnano in sequenza e il braccio si estende per iniziare la fase propulsiva. La rotazione in alto della scapola permette al nuotatore di raggiungere una posizione di allungamento in acqua. Da questa situazione, la prima parte della fase propulsiva inizia con l’azione di presa. I movimenti iniziali sono generati dalla porzione clavicolare del grande pettorale. Quasi simultaneamente il grande dorsale entra in funzione per assistere il grande pettorale. Sono questi due muscoli a svolgere la maggior parte del lavoro durante la fase subacquea di trazione, in particolar modo nella seconda metà della spinta. I flessori del polso lo mantengono in una posizione di leggera flessione per l’intera durata dell’azione propulsiva.
A livello del gomito, il bicipite brachiale e il brachiale iniziano a contrazione nella fase iniziale della presa, portando il gomito dalla posizione di estensione alla flessione di circa 30 gradi. Al termine della propulsione, il tricipite brachiale
estende il gomito portando la mano indietro e in alto verso la superficie dell’acqua, completando così il movimento. L’entità dell’estensione dipende dalla meccanica della braccata e dal punto in cui si inserisce la fase di recupero. Il deltoide e la cuffia dei rotatori, complesso costituito da sopraspinato, infraspinato piccolo rotondo e sottoscapolare, sono gruppi muscolari con funzione dinamica durante la fase di recupero, perché determinano il sollevamento del braccio e della mano fuori dall’acqua quando sono vicini all’ anca e li portano oltre il capo, di nuovo in acqua. I movimenti del braccio durante lo stile nero sono alternati: mentre un braccio è impegnato nella fase propulsiva, l’altro è at- -. d nella fase di recupero.
Moltii gruppi muscolari funzionano come stabilizzatori sia durante la fase propulsiva che in quella di recupero. Fondamentali il gruppo degli stabilizzatori della scapola (piccolo pettorale, romboide, elevatore della scapola, medio e basso trapezio e dentato anteriore) che insieme fungono da “ancoranti” o fissatori della scapola: una funzione importantissima, dal momento che le forze propulsive che vengono generate dalle braccia e dalle mani, hanno nella scapola la principale base di supporto. A ciò va aggiunto che gli stabilizzatori della scapola lavorano in sinergia coi deltoidi e con la cuffia dei rotatori, nel riposizionamento del braccio durante la fase di recupero.Gli stabilizzatori dell’addome, il trasverso, il retto dell’addome, l’obliquo interno, l’obliquo esterno e gli erettori spinali, sono anch’essi essenziali per l’ottenimento di una bracciata efficace, poiché costituiscono il collegamento tra gli arti superiori ed inferiori, evidenziato dalla rotazione del corpo che si realizza durante la nuotata a stile libero. Come il movimento delle braccia, anche la battuta delle gambe si sviluppa in una fase propulsiva e una di recupero, anche denominate battuta in basso e battuta in alto. La fase propul- siva, battuta in basso, inizia a livello dell’articolazione coxo-femorale con l’attivazioni dell’ileo-psoas e del retto femorale, che determina inoltre l’estensione del ginocchio con seguente all’inizio della flessione dell’anca.
Il quadricipite, il vasto laterale, il vasto intermedio, il vasto mediale e il retto femorali per produrre una potente estensione del ginocchio. Come la fase propulsiva, la fase c recupero inizia a livello dell’anca con la contrazione dei glutei, che riguarda principalmente grande e medio gluteo, ed è subito seguita dalla contrazione degli ischiocrurali: bicipite femorale, semitendinoso e semimembranoso.
Entrambi i gruppi muscolari funzionano come estensori dell’anca. Durante tutta la fase di battuta di gambe, il piede è mantenuto in flessione plantare, in seguito all’attivazioni del gastrocnemio e del soleo e grazie alla pressione esercitata dall’acqua durante la fase propulsiva delle gambe (battuta in basso).
Tecnica ed efficienza nella bracciata a crawl
Analisi cinematica degli arti superiori
Giorgio Gatta’ Matteo Cortesi’ Ilaria Ferri’ Piero Bertelli[1]Silvia Far/tozzi[2]
Con ¡1 termine di “efficienza” si indica, genericamente, la relazione tra la potenzialità del nuotatore di compiere un determinato lavoro ed il lavoro che effettivamente viene svolto. Il passaggio che collega il fattore “produttore” dell’evento ed il fattore “effettore” dell’evento stesso, risulta ottimale se l’efficienza del sistema è del 100%. Nel nuoto l’efficienza “propulsiva” (r]p) è la relazione tra l’energia utilizzata per muoversi ad una determinata velocità (effettore – Wd) e l’energia meccanica che l’atleta “scarica” in acqua con la contrazione muscolare (produttore – W, V
tot’
ti =w / w,t
Nel nuoto non esiste una efficienza del 100%, perché questi valori energetici non sono uguali; una parte di energia meccanica viene dissipata nel fluido stesso, sotto forma di energia cinetica (Wk), a causa di due fattori:
a) la fluttuazione dell’avanzamento, caratterizzata da una alternanza violenta di accelerazioni e decelerazioni,
b) la cedevolezza, della resistenza del fluido, nel contrastare la “spinta verso dietro” eseguita dal nuotatore,
da qui:
w =wt -w.
p tot k
Più il valore di W si avvicina a Wtot, più è possibile affermare che il gesto motorio che si compie raggiunge il suo scopo e, semplificando, che il nuotatore usa una tecnica ottimale (Gatta 2006). Nel passaggio dall’analisi energetica al gesto tecnico, si devono individuare i fattori biomeccanici che spiegano le migliori prestazioni e definiscono quelli che sono i “modelli tecnici” uno stile. Tuttavia il legame che unisce le considerazioni biomeccaniche sull’efficienza e l’esecuzione del gesto non sono cosi semplici da vedere, tantomeno da misurare e per gli allenatori rimane difficile avere riscontri oggettivi della qualità dei loro insegnamenti. Il modello di movimento che si studia è particolarmente complesso; l’incremento della velocità è ottenuto attraverso un delicato equilibrio tra riduzione del drag ed aumento della propulsione e lo strumento del cronometro non è sufficiente per testare gli effetti complessi di queste interazioni.
Questo breve articolo si propone di presentare un’analisi cinematica dell’azione degli arti superiori nel nuoto a crawl, cercando di evidenziare alcuni aspetti che relazionano la tecnica ai principi di fisica che determinano gli effetti propulsivi e proporre agli allenatori alcune idee per la valutazione del gesto. I soggetti presentati in questa analisi sono studenti della Facoltà di Scienze Motorie di Bologna, tutti nuotatori da diversi anni e di diverso livello tecnico. Abbiamo deciso di non presentare atleti di altissimo livello, perché l’analisi dei loro gesti avrebbe indotto a pensare che quella riportata sarebbe stata la tecnica migliore, mentre la nostra attenzione vuole essere rivolta al confronto tra i movimenti, prima di accettare di riconoscere questi gesti come i “migliori”. Sarà ostro impegno, in un prossimo articolo, presentare e commentare tecniche di atleti di alto livello.
Analisi cinematica
L’analisi tridimensionale è stata eseguita con 6 telecamere, a ripresa di 100 Hz, presso i laboratori della Facoltà di Scienze Motorie di Bologna con un protocollo già presentato in questa rivista (Giovanardi 2010). Le prove sono state eseguite a velocità lenta, sia per permettere agli atleti di eseguire correttamente il gesto, che d acquisire le riprese con le telecamere con maggiore facilità.
Metodi per la valutazione dell’efficienza propulsiva
I valori di efficienza propulsiva sono ottenuti relazionando i dati energetici della Wtot e della Wp. (Gatta 2008), ma è logico che queste misurazioni possono essere fatte solo in laboratorio, perché sono complesse e richiedono particolari attrezzature. Per il tecnico è importante disporre di test, da applicare in allenamento, per avere indicazioni di controllo immediate e ripetibili; per questo risulta più facile misurare i parametri meccanici del gesto che possano indicare il trasferimento dei valori energetici dal produttore all’effettore. Attualmente gli allenatori valutano l’efficienza di propulsione basandosi sugli effetti dell’evento e misurando le frequenze e le ampiezze di bracciata, in relazione alla velocità espressa; semplificando si può affermare che, a parità di frequenza di bracciata, il nuotatore con efficienza maggiore sarà quello che percorre uno spazio più grande. In realtà, solo in parte questa osservazione si può ricollegare a effetti di efficienza. Più preciso risulta rapportare direttamente alcuni parametri del movimento (velocità o spazio) del produttore
(che nel caso del crawl sono principalmente le mani, ma ad esempio nel nuoto pinnato sono, appunto, le pinne) agli stessi parametri di movimento dell’effettore. Seguendo questo principio nel 2004 la Zampare ha proposto, per il nuoto, un interessante modello già adottato In fluido-meccanica per stimare l’efficienza di lavoro nelle macchine idrauliche (Fox 1992). Questo metodo, oggetto di diversi studi (Zamparo 2004, Zamparo 2006, Longo 2008, Figuei- redo 2011) è stato presentato su questa rivista e rimandiamo a quest’articolo per gli approfondimenti (Pezzu- ti 2005). È nostra intenzione invece confrontare altri due metodi che si basano su principi slmili e riportare i valori di efficienza misurati dai parametri cinematici dei soggetti presentati; questi sono:
a)Un metodo che relaziona la velocità del produttore con quella dall’effettore durante la fase propulsiva (speed efficiency: ryr) si basa sulla considerazione che, se le 2 velocità sono uguali, il nuotatore non si troverà In situazione di dispersione energetica. È da considerare che le velocità sono da misurare in modo diverso, perché: mentre la velocità dell’effettore è l’avanzamento del nuotatore, quindi una velocità lineare, misurata al centro di massa (speed center of mass: vcm in m/sec), la velocità del produttore (mano) viene prodotta da un movimento effettuato nei 3 piani di riferimento (3D hand speed: 3Du in m/sec) e quindi determinata misurando la risultante dell’integrazione delle 3 velocità. Questo metodo è utilizzato anche per stimare l’efficienza di propulsione delle eliche delle imbarcazioni ed è già stato adottato in ricerche di livello scientifico (Figueiredo 2011). La formula per II calcolo dell’efficienza è:
ii = v /3D
■t cm u
b)Un metodo, che stiamo sperimentando ai laboratori della Facoltà, che misura la relazione dello spazio percorso tra effettore e produttore (distance ef- fency: r|d). Si basa sul principio delle perdita del contrasto, cioè del confronto tra lo slittamento della mano (distance hand: dhand in cm) verso dietro e l’avanzamento del centro di massa (distance center of
mass: dcm in cm), entrambi misurati sull’asse longitudinale e nel momento propulsivo della fase subacquea:
r\ =2d / (d + d .)
■d cm v cm hand’
Negli estremi della relazione abbiamo: il caso con la mano che rimane ferma durante la fase propulsiva (come se agisse su un appoggio fisso) e l’efficienza sarà massima: ry=1 per qualunque valore di spostamento del corpo, mentre l’Indice sarà: r|d=0 con il corpo che non compie spostamento. Nelle fasi di spostamento di entrambi, ma no e corpo come avviene nel nuoto, la relazione tiene in considerazione i valori effettivi di spostamento. Questi valori sono a livelli più alti di efficienza se maggiore è lo spostamento del corpo, per diminuire in percentuale, quando lo spostamento sarà maggiore nella mano. Il vantaggio di questo metodo rispetto al precedente è che può essere più facilmente applicato, perché richiede l’uso di una sola telecamera subacquea (per un’analisi bidimensionale) e semplici indicazioni tecniche; mentre per il primo metodo occorrono almeno 3 telecamere (per una analisi tridimensionale), un software specifico (per ricavare la velocità integrata tridimensionale) e competenze tecniche maggiori. Relazionando gli indici di efficienza propulsiva, ottenuti con i due diversi metodi, è possibile verificare che la correlazione è molto alta (r = 0,95) e le prove sembrano confermarsi tra loro come coerenti sulla stessa informazione.
sogg | spazio | ve I |
1 | 0,39 | 0,44 |
2 | 0,47 | 0,51 |
3 | 0,60′ | 0,67 |
4 | 0,39 | 0,38 |
5 | 0,54 | 0,52 |
media | 0,48 | 0,52 |
ds | 0,09 | 0,12 |
Mediamente gli indici di efficienza trovati rispecchiano valori conosciuti in letteratura (Pendergast 2003, Toussaint 1990, Zamparo 2005, Figuei- redo 2011) per il rendimento del nuoto a crawl. A nostro avviso questi metodi potrebbero essere un primo tentativo per la valutazione dell’efficienza propulsiva in “piscina” e apripista per nuove proposte metodologiche.
Bigliografia
- 2. 1. Figueiredo P., Zamparo P., Sousa A., Vitas-Boas J.P., Fernandes R.J., (2011) An energy balance of the 200 m front crawl race. European Journal of Applied Physiology. 5, 767-77. FoxR.W., McDonaldA.T., (1992) Introduction to fluid mechanics. Wiley, New York, 544-625.
- 3. Gatta G., Benelli P., Bassi A., (2008) Efficacia propulsiva nel nuoto a crawl, ta tecnica del nuoto, ottobre-gennaio 2; 11- 13, Sport Communication Srl, Verona
- 4. Gatta G., Benelli P, Giacomini.F, (2006) La bioenergetica del nuoto. La tecnica del nuoto, I; 36-39, Sport Communication Srl, Verona.
- 5. Giovanardi A., Gatta G., Cortesi M., Sawacha Z, Fantozzi S., (2010) La traiettoria degli arti superiori nel nuoto. La tecnica del nuoto, 1, 23-27, Sport Communication Srl, Verona.
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- 9. Pezzuti L., Dreossi C., Zamparo P., (2005) Costo energetico e ren- dimento di propulsione. La tecnica del nuoto aprile-novembre, 37-42, Sport Communication Sri, Verona.
- 10. Toussaint H..M., (1990). Differences in propelling efficiency between competitive and triathlon swimmers. Medicine and Science in Sports and Exercise, 22(3), 409-415. Toussaint H.M., Beelen A., Ro- denburg A., Sargeant A.J., de Groot G., Hollander A. P., van Igen Schenau A.J., (1988) Propelling efficiency of front-crawl swimming. Journal of Applied Physiology, 65; 2506-12.
- 11. Toussaint, H. M., Knops, W., de Groot, G.
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[1] Facoltà di Scienze Motorie – Università degli Studi di Urbino
[2] Deis – Università degli Studi di Bologna
FONTE: My-personaltrainer.it – “SWIMMING ANATOMY” Mc lend
IL DORSO
Nonostante il fatto che la posizione legata a questo stile sia del tutto singolare, anche nel dorso distinguiamo una fase propulsiva, da suddividere a sua volta in: fase di entrata in acqua, fase di presa, fase finale, e quindi una aggiuntiva fase di recupero. Attraverso il movimento di rotazione della spalla il nuotatore riesce ad ottenere il risultato di entrare in acqua dapprima con il dito mignolo e a seguire con le altre dita della mano per trovarsi, in combinazione con l’estensione del gomito, in una posizione di allungamento da cui iniziare la fase subacquea di propulsione della bracciata.
Una prima importante differenza tra il dorso e lo stile libero è riscontrabile nella prima parte della fase di presa che è determinata dal gran dorsale mentre il grande pettorale fornisce un minore contributo. Comunque, il grande dorsale e il grande pettorale sono i muscoli di movimento principali e, sebbene con intensità operative diverse, la loro azione è presente in tutta la fase propulsiva. I flessori del polso sono sempre parte integrante della fase propulsiva; il polso è mantenuto in posizione neutra e leggermente esteso. Attraverso una combinazione tra la pressione dell’acqua e la forza prodotta dal bicipite brachiale e dal brachiale, il gomito è portato ad un angolo di circa 45 gradi nella fase iniziale della presa, mentre nella fase finale si flette nuovamente a circa 90 gradi, proprio prima di passare alla fase successiva.
Come anche nei momenti finali della fase subacquea della farfalla, acquisisce importanza l’estensione dell’avambraccio sul gomito, determinando un forte impegno del tricipite brachiale, proprio al termine della fase propulsiva.
La funzione dei muscoli stabilizzatori nella nuotata a dorso è corrispondente a quella che si realizza nello stile libero, perché si registrano le stesse analogie di reciprocità nel movimento delle braccia, che si integra nel rollio del corpo.
La battuta di gambe caratteristica del dorso è una combinazione di movimenti che abbiamo visto anche nello stile libero e nel delfino. La principale differenza è data dalla posizione del nuotatore in rapporto alla quale la forza propulsiva più consistente avviene nella fase di battuta dal basso verso l’alto anziché dall’alto verso il basso, come nel caso degli altri due stili. Inoltre nel dorso viene utilizzato lo stesso colpo di gambe tipico del delfino alla partenza e durante le virate.
Alcuni insegnanti propongono il dorso come primo stile per i suoi presunti vantaggi respiratori, tuttavia questa tecnica presenta degli svantaggi legati alle leve biomeccaniche che agiscono in condizioni svantaggiose.
La posizione ideale della nuotata a dorso risulta più inclinata rispetto a quella che si tende ad assumere nello stile libero.
Il capo, leggermente flesso in avanti, provoca un affondamento del bacino, consentendo agli arti inferiori di trovarsi alla giusta profondità, indispensabile questa perché le gambe siano in grado di sviluppare al meglio la propria azione.
La biomeccanica degli arti inferiori nel dorso è simile a quella del crawl.
L’azione della battuta di gambe si sviluppa anche su di un piano diagonale al fine di controbilanciare gli sbandamenti creati dalla fase subacquea della bracciata.
Durante la fase di spinta, il gomito deve essere più alto della mano, la quale spinge verso il basso oltre la coscia.
Quando gli allievi hanno gia una certa padronanza del dorso, è bene insegnare loro il rollio delle spalle, cioè il movimento rotatorio delle spalle, il quale è sicuramente più idrodinamico e potente.
Virata: ad una certa distanza dalla parete, il nuotatore inizia a ruotare sul fianco mediante un’azione combinata di trazione e spinta delle braccia, fino a che lo stesso nuotatore non si porta sul petto, per poi iniziare l’azione vera e propria della virata.
Nelle virate, il concorrente potrà toccare la parete con una qualsiasi parte del corpo.
Scheda tecnica
Movimento
Alternato e ciclico sia per gli arti superiori che per quelli inferiori
Posizione del corpo
Supina; si deve ridurre al minimo la resistenza frontale consentendo alle gambe di scendere ad una adeguata profondità ed evitando che l’acqua passi sulla fronte e sugli occhi.
Movimento arti superiori
1) azione di recupero 2) azione subacquea
1) Azione di recupero o di riporto:
la prima parte si svolge sott’acqua
l’uscita del braccio è favorita dal rollio delle spalle
durante il percorso aereo il braccio è disteso e decontratto
la mano ruota per far entrare per primo il mignolo, al fine di favorire un’entrata della mano più idrodinamica e di consentire alla mano di andare subito e meglio in presa
il braccio disteso entra in acqua sopra la spalla
2) Azione subacquea:
si distingue in: appoggio/presa, trazione e spinta;
l’azione della mano si sviluppa secondo una traiettoria curvilinea sia per usufruire della spinta ascensionale (principio di Bernoulli), sia per trovare acqua ferma cambiando la direzione di applicazione della forza;
al termine della fase di appoggio il gomito si flette per usufruire di una leva più vantaggiosa e per sviluppare un’azione più parallela alla linea di avanzamento;
il gomito nella fase di trazione deve essere basso rispetto alla mano per far compiere alla mano stessa un’utile azione vogatoria e per coinvolgere anche l’avambraccio nella spinta.
Movimento arti inferiori
L’azione propulsiva si svolge nel movimenti dal basso verso l’alto
Nella battuta è coinvolto tutto l’arto, dall’anca ai piedi
L’azione deve svilupparsi completamente sott’acqua
Profondità: 20/30 cm bambini, 40/50 cm adulti
La flessione della gamba sulla coscia può formare un angolo di 100/110 gradi
Il piede, nella risalita, è naturalmente esteso e ruotato all’interno.
Rapporto arti superiori ed arti inferiori
Per ogni ciclo di bracciata di solito si sviluppano 6 o 4 battute di gambe
La funzione delle gambe è prevalentemente propulsiva
L’ampiezza del movimento delle gambe è notevole (superiore a quella del crawl), con la possibilità di formare tra la gamba e la coscia un angolo molto vantaggioso per la spinta.
FONTE: My-personaltrainer.it- SWIMMING ANATOMY Mec lend
LA RANA
Come negli altri stili, anche nella rana il movimento delle braccia si suddivide in una fase propulsiva e in una di recupero. La fase propulsiva inizia dalla posizione di massimo allungamento oltre il capo delle spalle e delle braccia. La prima metà della fase propulsiva consta di una trazione simile a quella dello stile libero e del delfino. La parte clavicolare del grande pettorale anticipa il movimento e il grande dorsale, come immediata conseguenza, si aggiunge alla contrazione. Nella seconda metà della trazione, la potente contrazione del grande pettorale e del grande dorsale porta le braccia e le mani oltre la linea trasversale del corpo, completando così la fase di spinta. Le forze prodotte nella fase finale vengono impiegate a spingere il tronco in avanti, possibilità concessa dalla contrazione dei muscoli paraspinali. |
Questo movimento consente alla testa e alle spalle del nuotatore di emergere dall’acqua.
La flessione e la rotazione del gomito congiungono le mani sulla linea mediana del corpo, . ugnano la transizione alla fase di recupero delle braccia. Da qui le braccia tornano nella posizione iniziale, riposizionandosi sotto il petto. Questo movimento chiama in causa il grande pettorale, il deltoide anteriore e il capo lungo del bicipite brachiale, che insieme consentono la flessione della spalla. Simultaneamente l’estensione del gomito prodotta zata contrazione del tricipite brachiale, risulta come completamento della fase di recupero le braccia ritornano nella loro posizione estesa ed allungata in avanti.
Come anche negli altri stili, la muscolatura che stabilizza le scapole è determinante al fine di disporre di una solida base di supporto per i movimenti di spinta generati dalle braccia. Anche in questo caso la muscolatura che stabilizza le regione lombare e addominale e fondamentale per ottenere un efficiente collegamento tra gli schemi di movimento Degli arti superiori con gli arti inferiori.
Ime per il movimento delle braccia, la meccanica della battuta di gambe può essere suddivisa in una fase propulsiva, consistente in un gesto verso l’esterno e uno verso l’interno, e di una fase di recupero. La fase propulsiva inizia con i piedi flessi dorsalmente ed estraruotati e le ginocchia e le anche in posizione di flessione. Il movimento verso l’esterno inizia con una rotazione interna del piede, che è completata da una combinazione di movimenti dell’anca, del ginocchio e della caviglia. Dopo che cede ha ruotato verso l’interno, il movimento di battuta di gambe verso l’esterno prosegue attraverso l’estensione dell’anca e del ginocchio. I muscoli glutei e gli ischiocrurali determinano l’estensione dell’anca, il retto femorale e gli altri capi del quadricipite agiscono nell’estensione del ginocchio. Nel momento di transizione della battuta dall’eterno verso l’interno, il ginocchio e l’anca non sono ancora completamente estesi, così che i rispettivi gruppi muscolari continuano la loro azione di battuta interna fintanto che
ginocchio e l’anca non raggiungono la completa estensione. A l’inizio della fase relativa al colpo di gambe verso l’interno, esse si trovano in posizione : abduzione, in modo da poter fornire energia propulsiva nella successiva adduzione. Le gambe quindi sono spinte indietro e addotte attraverso la contrazione degli adduttori che si trovano nel margine interno della coscia. Al fine di minimizzare l’attrito durante la fase finale del colpo di gambe, durante l’adduzione, i muscoli del polpaccio vengono attivati per estendere il piede e la caviglia, ed il recupero avviene attraverso l’intervento nel retto femorale e dell’ileo-psoas, che insieme flettono l’anca, e grazie all’intervento degli ischiocrurali, che flettono il ginocchio.
La rana è uno stile artistico, l’unico in cui l’avanzamento è ottenuto per spinte successive.
Rispetto agli altri stili manca la fase di spinta per le braccia: la successione è quindi appoggio, trazione e recupero.
La posizione del corpo è molto inclinata per via della respirazione frontale, la quale è favorita dal sollevamento delle spalle.
Alle gambe spetta il compito principale di spinta, mantenendo il piede a martello.
Partendo dalla posizione distesa di scivolamento, la coordinazione generale della nuotata a rana comincia con il movimento delle braccia.
Scheda tecnica
Tipo di movimento
Simultaneo e ciclico, sia per gli arti superiori che per quelli inferiori
Posizione del corpo
Prona; si determina in ogni ciclo un’alternanza, di posizioni inclinate e orizzontali di scivolo; i momenti di assetto meno idrodinamico sono dovuti a:
– respirazione frontale (riducendo gli atti respiratori, comunque, non si migliora l’assetto!)
– flessione delle cosce sul bacino.
Movimento arti superiori:
1) fase propulsiva 2) fase di riporto
1) Fase propulsiva
Si effettua solo la trazione, che comprende anche la fase di appoggio/presaManca la spinta, che è presente durante il primo ciclo, dopo il tuffo di partenza e nel primo ciclo, dopo la virata. Nella rana subacquea la bracciata comprende anche la spinta.
L’azione di avvicinamento delle mani e delle braccia alla linea mediana, oltre che la propulsione, facilita un assetto più idrodinamico2) Fase di riporto
Le mani devono mantenersi ben allineate.
I gomiti si riavvicinano per evitare di formare con gli avambracci un “cuneo” frenante (a tal proposito può essere effettuata la supinazione delle mani).
La distensione in avanti delle braccia può essere resa più penetrante da un leggero “tuffo” in avanti.
Respirazione
è frontale e viene favorita dal sollevamento delle spalle, che evita di estendere troppo indietro a testa.
Durante lo scivolo deve essere rispettato un momento di apnea, che determina un miglior galleggiamento (il tempo di apnea, naturalmente, è rapportato al ritmo della nuotata).
Movimento arti inferiori:
si distingue una flessione ed una spinta
1) Flessione
La gamba si flette quanto può sulla coscia; la coscia si flette sul bacino con un angolo (riferito alla verticale) di 45 gradi circa (130 tra coscia e bacino), che permette di:
– mantenere i piedi sott’acqua alla giusta profondità;
– non far avanzare troppo le cosce, frenando l’avanzamento;
– sviluppare una traiettoria sufficientemente orizzontale;
– non alterare la coordinazione.
I piedi sono rilassati ed in linea con le gambe; non debbono assolutamente essere ruotati in fuori.
Il movimento di flessione deve essere rapido, naturale e decontratto2) Spinta
Si tratta di un movimento energico di distensione di tutto l’arto.
I piedi, al termine della flessione degli arti, vengono flessi e ruotati in fuori.
I piedi descrivono una traiettoria a parabola schiacciata ed intervengono dall’inizio della spinta fino alla distensione completa dell’arto.
La superficie utile nella spinta è costituita dalla:
– parte interna della pianta del piede;
– parte interna della caviglia;
– parte interna della gamba (solo nella prima metà dell’azione).
Coordinazione
Dalla posizione distesa:
a) si inizia con il movimento delle braccia;
b) progressivamente si sollevano le spalle;
c) le mani si avvicinano alla linea mediana e contemporaneamente vengono richiamati gli arti inferiori;
d) sulla spinta di questi ultimi le braccia si distendono in avanti, mentre la testa si allinea alle braccia;
e) sullo scivolo, più o meno lungo, termina il ciclo.
Delfino
Anche il delfino come la rana, rappresenta una nuotata artistica, che viene però solitamente insegnata come terzo stile proprio perché è la successione biomeccanica del gesto di appoggio – presa – trazione – spinta, tipico del crawl e del dorso.
Scheda tecnica
Tipo di movimento
Simultaneo, simmetrico e ciclico sia per gli arti superiori che per quelli inferiori.
Posizione del corpo
Prona: i movimenti simultanei degli arti e la respirazione frontale determinano una continua variazione nell’assetto del corpo. Si verifica un’alternanza di posizioni inclinate durante la respirazione e/o sulla spinta finale delle braccia, e di posizioni più idrodinamiche, subito dopo l’entrata delle braccia in acqua. Una riduzione degli atti respiratori favorisce un miglior assetto.
Movimento arti superiori
Si distingue un’azione aerea ed un’azione subacquea. II movimento simultaneo delle braccia determina fasi propulsive molto efficaci ed azioni aeree caratterizzate da decelerazioni.
L’azione aerea viene effettuata ad arti distesi per evitare un eccessivo sollevamento delle spalle e per evitare di forzare troppo l’articolazione scapolo omerale. La simultaneità dei movimenti evita gli spostamenti laterali del bacino e delle gambe.
L’azione subacquea si distingue nelle fasi di appoggio/presa, di trazione e di spinta.
La mancanza del rollio delle spalle determina una sostanziale differenza nel rendimento rispetto al crawl.
Le traiettorie descritte dalle mani sono più esterne (se raffrontate con lo stile libero) e mai si sovrappongono alla linea mediana.
Respirazione
è frontale e si effettua con una estensione del capo, che comincia a sollevarsi quando le braccia stanno terminando la trazione ed iniziano la spinta. Al termine dell’azione subacquea il nuotatore inspira, per poi immergere il viso sull’azione di riporto in avanti delle braccia.
Movimento arti inferiori
a) Da un punto di vista meccanico il movimento è simile al crawl
b) L’azione dall’alto verso il basso provoca il sollevamento del bacino
c) Il riporto in superficie determina l’affondamento dei fianchi.
Coordinazione arti superiori ed arti inferiori
Di solito si effettuano due colpi di gambe per ciclo di bracciata.
Il primo colpo di gambe si sviluppa sull’entrata degli arti superiori
Il secondo durante la fase di spinta delle braccia e, se si respira, in coincidenza del sollevamento della testa
Quest’ultimo movimento di gambe ha una funzione propulsiva e nello stesso tempo stabilizza il corpo che si trova ad essere piuttosto inclinato per via del sollevamento del capo e dell’affondamento dei fianchi.
Alcuni nuotatori effettuano solo una battuta di gambe, quella durante l’entrata delle braccia in acqua.La farfalla
La principale differenza tra stile libero e farfalla è legata al fatto che le braccia si muovono non più in modo alternato, come nello stile libero, ma all’unisono. Dal momento che stile libero e farfalla hanno gli stessi schemi motori nella fase sommersa, il reclutamento delle unità motorie è pressoché identico. Come nello stile libero, anche nella farfalla le braccia iniziano la fase propulsiva della bracciata partendo dal massimo allungamento. I muscoli attivi durante l’intera fase propulsiva sono il grande pettorale e il grande dorsale, che hanno la funzione di principali generatori del movimento. Poi i flessori del polso, che hanno la funzione d mantenere il polso in una posizione neutra o lievemente flessa. Il bicipite brachiale e i brachiale sono i principali promotori dei movimenti del gomito, partendo dalla sua massima estensione nel momento della presa, fino ad un angolo di circa 40 gradi tra braccio e avambraccio nella fase intermedia della trazione subacquea. Diversamente dalle stile libero, nella farfalla è richiesta una potente estensione del gomito durante la fase finale della bracciata subacquea, con richiesta da parte dei tricipiti brachiali di un considerevole lavoro muscolare. Come nello stile libero, i muscoli della cuffia dei rotatori e i deltoide sono responsabili del movimento delle braccia durante la fase di recupero, anche se le sequenze meccaniche sono diverse.
Nella farfalla non è possibile sfruttare la rotazione del tronco per facilitare la fase di recupero come nello stile libero, ed è quindi necessario produrre un movimento ondulatorio del dorso, che consenta di elevare le spalle fuori dall’acqua in appoggio per aiutare il recupero delle braccia.
Per contro, i muscoli stabilizzatori della scapola sono estremamente importanti perchè forniscono una solida base di ancoraggio per le forze generate dalle braccia, e consentono anche il riposizionamento delle stesse durante le fasi di recupero.
Sebbene lo stile a farfalla non presenti il rollio del busto tipico dello stile libero, gli stabiilizzatori della regione lombare-sacrale-addominale sono importanti per la funzione di collegamento tra gli arti inferiori con quelli superiori. Hanno inoltre il fondamentale compito di creare il movimento ondulatorio caratteristico dello stile, che permette al nuotatore di sollevare le spalle oltre il livello dell’acqua, e così eseguire efficacemente la bracciata.
Il movimento ondulatorio inizia con la contrazione dei muscoli paraspinali e prosegue co più gruppi muscolari che vanno dalla regione lombo-sacrale alla base della nuca. Questa attivazione determina l’inarcamento della schiena, a cui corrisponde un coordinato movimento di recupero delle braccia. La contrazione degli addominali avviene in immediato ordine sequenziale e prepara la parte superiore del corpo a seguire l’entrata in acqua delle mani e quindi la fase propulsiva della bracciata.
Come per le braccia anche i muscoli utilizzati nella battuta di gambe sono gli stessi che nello stile libero: unica differenza nel movimento all’unisono realizzato dalle gambe nella farfalla. La fase propulsiva della battuta verso il basso inizia con la contrazione degli ileo- psoas e dei retti femorali che agiscono come flessori delle anche. Il retto femorale contribuisce anche alla fase iniziale dell’estensione del ginocchio che riceverà poi un potente -pulso dall’entrata in funzione degli altri capi del quadricipite, i quali potenziano l’estensione del ginocchio.
Il gruppo muscolare gluteale determina l’azione di recupero durante la battuta di gambe, li concomitanza con la contrazione degli ischiocrurali i glutei lavorano all’estensione dei- anca. Il piede è mantenuto in flessione plantare, resistendo alla spinta dell’acqua, dall’ attivazione del gastrocnemio e del soleo. La battuta di gambe del delfino, che è utilizzata = a partenza e ad ogni virata, coinvolge un più ampio numero di gruppi muscolari. I tre che ai movimenti prodotti a livello dell’anca e del ginocchio, la battuta del delfino si collega inseparabilmente ai movimenti ondulatori del torso, attraverso la stabilizzatone dell’addome e della muscolatura paraspinale.
Esercizi di Coordinazione 4 stili
60 esercizi per diventare nuotatori migliori
Lavori con materiali diversi ed esercizi con obiettivi generali
Dal punto di vista psicologico, ma anche metodologico, è importantissimo che l’ allenatore non proponga sempre gli stessi esercizi in maniera ripetitiva, come se gli atleti fossero delle macchine; capisco anche che ovvie ragioni d’allenamento rendono difficile attuare questo
precetto, ma l’allenatore ogni tanto dovrebbe proporre, accanto ai classici lavori di braccia e gambe, esercizi nuovi, diversi, che stimolino l’ entusiasmo e la voglia dei nuotatori, e nello stesso tempo aiutano a perfezionare alcuni gesti atletici o a potenziarli.
Ovviamente lo stesso vale per chi nuota da solo, per non annoiarsi e migliorare può ricorrere ogni volta che vuole a questi esercizi utili e importanti.
A questo scopo illustro qui di seguito alcune preposte di esercizi di questa tipologia:
1) Nuotare a dorso con un bicchiere di plastica appoggiato sulla fronte ; si dovrà avere l’ accortezza di non far rovesciare l’ acqua del bicchiere. Esercizio, questo, molto importante per impostare una nuotata a dorso con la testa ben ferma.
2) Ci si posiziona a coppie, uno ai 5 metri ed uno pronto a spingersi dal bordo. Al via dato dall’allenatore tutti e due gli atleti partono contemporaneamente arrivando alla massima velocità fino ai 25m. L’ atleta che parte davanti da fermo dovrà essere poco più veloce del compagno dietro, che dovrà nuotare in scia, ma anche con le onde di chi lo precede. Si parte a gruppi di due coppie, la seconda parte 3 sec. dopo la prima coppia.
3) Virate dalla “T”, ossia la striscia nera sul fondo vicina ai blocchi di partenza e parallela ad essi: ci si posiziona esattamente sopra la T ed al via si parte subito senza fare nessuna bracciata, ma facendo direttamente la virata, spingendosi molto forte, a dorso, e cercando di arrivare il più lontano possibile in fase subacquea; non è necessario poi fare ulteriori bracciate.
4) Il seguente lavoro di resistenza e potenziamento è particolarmente efficace se eseguito in maniera corretta: consiste in ripetizioni di 50 metri (minimo 6 X 50), nelle quali una volta finito ogni 50, si eseguono delle trazioni tirandosi su con le braccia dal muretto, senza utilizzare le gambe; almeno 10 ripetizioni.
5) Ci posiziona sul blocco e dopo un forte slancio, da fermi, si salta cercando di toccare le bandierine; questo è un valido esercizio di potenziamento delle gambe per il tuffo di partenza. Se il pavimento non è troppo scivoloso è possibile proporre l’ esercizio anche con rincorsa, questa volta però cercando di toccare le bandierine tuffandosi di testa.
6) Posizionarsi sul bordo vasca, dal lato lungo, e con un balzo superare la prima corsia.
7) Sempre per potenziare le gambe è possibile organizzare piccole gare di corsa in acqua, che deve essere alta circa 1.25m.
8) Staffette a tempo: si divide il gruppo in piccole staffette da massimo 4-6 componenti l’una, che partono al via e continuano ciclicamente per 5- 10 min. Se nella squadra ci sono elementi particolarmente forti è possibile proporre delle staffette non troppo forti, 4X 50 m. e farle gareggiare contro l’ atleta che farà un 200 di seguito.
9) Partita di pallanuoto; ogni tanto è possibile lasciare un’ oretta di allenamento per una partita di pallanuoto, magari l’ultimo giorno prima di Natale o Pasqua, o all’ inizio dell’ anno. Servirà ad aggregare la squadra, distrarla, ed ovviamente ad allenare, poichè per un nuotatore può non sembrarlo, ma una partita di pallanuoto è molto faticosa!

10) A Coppie: si eseguono degli scatti da 15-25 m. partendo affiancati; l’obbiettivo è stare sempre vicini e non perdere il compagno.
11) Eseguire in modo alternato delle serie durante alcuni lavori, a testa alta. Ad esempio durante 15×100 m. fare un 50 in un 100 ogni 5 a testa alta.
12) Nuoto con le pinne: usato in generale per irrobustire le gambe; le pinne possono essere utilizzate anche ogni volta che ci sia bisogno di un sostegno di gambe ulteriore per facilitare l’esecuzione di alcuni esercizi di tecnica.
13) Per migliorare l’agilità: fare 6 o 7 bracciate veloci, e senza fermarsi eseguire una capovolta avanti e, sempre di seguito e velocemente continuare le nuotata.
14) Stesso esercizio, ma con capovolta indietro a dorso.
15) A dorso, eseguire una bracciata completa con un braccio, poi l’altro, quindi una a dorso doppio.
16) Solo nella piscine con bordo alto e non a sfioro: Mani sul bordo, in alto, tirarsi su fino alla completa distensione degli arti superiori. Eseguire tre o quattro serie da 15 ripetizioni o a tempo.
17) Per migliorare la capacità polmonare: posizionare una lavagnetta da sub sul fondo vasca ad una distanza dai 18 m in poi: gli atleti devono arrivarci in apnea e scrivere qualcosa su di essa prima di riemergere. Alla fine si tira fuori la lavagnetta e vince chi ha scritto la frase più lunga.
18) A dorso, con le pinne ai piedi e una palla medica in mano, nuotare a gambe ed effettuare dei palleggi in alto con la palla.
19) Staffetta a squadre: è un efficace strumento per divertirsi e nel contempo far lavorare al massimo la squadra intera. Ricordarsi di formare staffette equilibrate ed incitare a dare il massimo per far vincere ognuno la propria squadra; è possibile mettere in palio premi per la staffetta vincente. Se durante una gara una staffetta dovesse risultare troppo squilibrata l’ allenatore potrà cambiare qualche elemento da altre staffette per riequilibrarle anche durante l’ esecuzione stessa.
20) In acqua alta dove nessuno tocca: muovere le gambe in posizione verticale per massimo 15 secondi, tenendo almeno la testa fuori dall’acqua. Le braccia devono stare fuori dall’acqua. Se vengono tenute dritte in alto si fa più fatica.
Esercizi di sensibilità
Fondamentale nel nuoto è la ricerca di sensibilità e acquaticità con l’acqua. Essa si migliora con l’allenamento, con lo stare in acqua e con esercizi specifici come i seguenti:
21) Nuotare a gambe , ma senza la tavola, mantenendo la posizione del corpo orizzontale e le braccia ben dritte in avanti; le mani si muovono poco ed eseguono piccoli movimenti circolari, ondulatori, tesi a prendere più acqua, a ricercarla, senza mai andare a vuoto; le mani devono eseguire una specie di piccolo ∞ .Tali esercizi di sensibilità si chiamano remate.
22) Lo stesso esercizio di prima ma con le braccia non più tese in avanti, ma un po’ piegate verso il basso e più vicine al bacino.
23) Sempre lo stesso esercizio di sopra con l’ ultimo cambiamento che completa la serie: le braccia sono quasi completamente indietro e piegate il meno possibile. Con questo esercizio si completa la serie dal 21 al 23, che se eseguiti uno dopo l’altro formano la bracciata nella sua fase subacquea.
24) Tutti e tre gli esercizi 21, 22, 23 si possono fare anche sul dorso.
Ho sottolineato la parola ricercare l’acqua, poiché questo è il concetto fondamentale della sensibilità: bisogna abituare il nuotatore fin da subito a nuotare cercando l’ acqua, prendendola, quasi come fosse qualcosa di solido. Nella nuotata a stile ad esempio, bisogna proprio far finta di tirare l’ acqua, come se ci si attaccasse ad una maniglia e ci si spingessi in avanti grazie a quell’ appiglio. Sta qui tutto il concetto di sensibilità.
25) Nuotare a cagnolino, sia a pancia in giù sia a dorso; si devono muovere le mani a “mulino” prendendo acqua, tenendo i gomiti il più possibile fermi e muovendo solo l’ avambraccio.
26) Battuta di gambe a delfino sott’ acqua, con le braccia lungo i fianchi. Indirizzare sempre lo sguardo verso il fondo, se si guarda in avanti il bacino non permetterà di effettuare una battuta di gambe vigorosa.
27) pancia in giù, remare con le braccia simulando una mezza bracciata a stile, senza mai far uscire le braccia dall’acqua.
28) Mettersi nella stessa posizione dell’ esercizio 1, ma capovolti, cioè con la testa al posto dei piedi e viceversa, andando quindi avanti con prima i piedi.
29) Mettersi in posizione seduta con la testa fuori e le gambe ben dritte, formando così un angolo di 90°: remare con le braccia simulando una mezza bracciata a stile, senza mai far uscire le braccia dall’ acqua.
30) Mettersi in posizione seduta con la testa fuori e le gambe ben dritte, formando così un angolo di 90°:remare con le braccia simulando una bracciata a rana.
31) Posizionarsi in posizione decubito supina ( a pancia in su) ,braccia in alto in acqua ben dritte;avanzare con le mani che si muovono poco ed eseguono piccoli movimenti circolari, ondulatori, tesi a prendere più acqua , con i piedi davanti;si partirà quindi spingendosi con le braccia e toccando all’ arrivo con i piedi.
32) Sempre in posizione supina, tenere le braccia estese in basso, mani distese lungo i fianchi : eseguire remate muovendo solo i polsi , e leggermente le braccia sotto il bacino .
Tutti i precedenti esercizi si possono eseguire con il pull-buoy, o con le palette, o con entrambi.
Le varie remate e, più in generale tutti gli esercizi di tecnica e sensibilità , vanno eseguiti con diverse posizioni delle mani: strette a pugno, con le dita aperte, unite, con il pollice fuori o unito.
Esercizi di tecnica:
Per migliorare la tecnica di nuotata, analizzando ogni movimento delle nuotate.
33) Il primo esercizio, più semplice per migliorare la tecnica è saper nuotare lentamente: più si riesce a farlo più si ha sensibilità con l’acqua; tutti gli esercizi vanno eseguiti lentamente.
34) nuotare ognuno degli stili con un braccio solo; l’ arto fermo potrà essere posizionato lungo i fianchi o in alto.
35) scivolare in superficie a braccia tese in alto con battuta di gambe.
36) scivolare a braccia tese in basso con battuta di gambe.
37) nuotate con apnee di circa 7-10 secondi, senza la respirazione.
38) stile-rana: braccia a stile e gambe a rana; o il contrario, braccia a rana e gambe a stile.
39) braccia a stile e gambe a delfino, o al contrario, delfino con le gambe a stile
40) nuotare inserendo la respirazione anticipata, media ritardata rispetto alla bracciata.
41) respirare ogni 2,3,4,5, bracciate, oppure ogni 3,5,7,9 bracciate.
42) respirazione con espirazioni dal naso, dalla bocca, da entrambi.
43) stile alternato, facendo una pausa breve quando le braccia si incontrano davanti.
44) Nuoto a stile toccando la spalla con il braccio.
45) Nuoto a stile facendo strisciare le mani sull’ acqua.
46) respirazione dal lato opposto a quello usualmente usato.
47) nuotare alternando 5 bracciate a dorso e 5 a stile.
48) nuotare con le mani a pugno, o con le dita aperte: esercizio molto importante per la sensibilità
49) nuotare con brevissimi cambi di ritmo (nel giro di 4-5 bracciate )
50) nuotare a stile o delfino con la testa fuori .
51) nuotare a rana provando a respirare, quindi tirare su la testa solo ogni 2 o 3 bracciate; questo solo per 20-25 metri, poi finire la vasca normale.
52) Stile libero successivo: simile allo stile alternato, ma le braccia devono sempre essere una opposta all’ altra; quando ad esempio il braccio destro è in avanti, il sinistro deve essere dietro: in questo momento fare la pausa.
53) Come l’esercizio precedente; ma durante la pausa, la mano più in basso dovrà toccare il fianco opposto, passando dietro la schiena, fuori dall’ acqua.
54) Dorso doppio a gambe delfino.
55) Dorso doppio a gambe rana.
56) Dorso doppio a gambe dorso, molto continue.
57) Stile con le braccia tese.
58) Stile con braccio teso nella fase di spinta ed uscita; ma nel momento in cui il braccio è perpendicolare all’ acqua piegare il gomito ed entrare in acqua con la mano. Il tutto molto lentamente.
59) Per le gambe: nuotare con gli alluci delle gambe che si sfiorano. Questo perché nella gambata di delfino, dorso e stile, i piedi sono leggermente intraruotati per avere più effetto di spinta.
60) Eseguire tutti gli esercizi proposti con le seguenti variazioni: ad occhi chiusi, per brevi tratti; combinare tra loro le varie proposte di esercizi; cambi di ritmo; variare i tempi di espirazione; alternare la nuotata completa all’esercizio.
Tutti questi esercizi, se eseguiti lentamente e correttamente, saranno di sicuro di grande aiuto per acquisire sempre più famigliarità con l’acqua, e per migliorare in tecnica stilistica, quindi anche in rendimento.
Nel prossimo articolo: altri esercizi di tecnica per ogni livello di nuotatore , in progressione. Adatti a qualunque nuotatore, da colui che da poco si è avvicinato al nuoto, al corsista che vuole migliorare, al nuotatore esperto che vuole affinare la sua tecnica di nuotata.
Esercizi per lo sviluppo della forza in acqua
Anche in acqua è possibile sviluppare la forza. Se da un lato gli esercizi non possono raggiungere intensità elevatissime, dall’altro sono esercizi più specifici, poiché utilizzano il gesto di gara, e sviluppano quindi in modo preciso i muscoli utilizzati nella nuotata.
Il principale metodo è quello di creare attrito e resistenze maggiori al nuotatore, o di metterlo in condizioni di esercitare più forza ad ogni bracciata o gambata.
L’utilizzo di questi strumenti non è riservato solo ai nuotatori esperti, ma riguarda chiunque abbia una minima confidenza con l’acqua e riesce a nuotare in modo discreto qualche vasca di seguito.
A volte, anche per la necessità di variare gli stimoli allenanti, può risultare utile utilizzare degli strumenti sempre diversi per sviluppare la forza. Partiamo dai più comuni e conosciuti, validi per tutti:
Palette palmari:
Esistono in commercio delle speciali palette palmari che, applicate alle mani, permettono di sviluppare più forza in acqua. Con esse è possibile nuotare anche per metà seduta, e per isolare meglio le braccia, è possibile aggiungere un elastico alle caviglie (vedi più sotto) abbinato ad un pull buoy, per far galleggiare le gambe e concentrarsi solo sulle braccia.

Mini-palette
Questo modello di palette, di dimensioni ridotte rispetto a quelle classiche, esercita una resistenza che forza il muscolo dell’
avambraccio a subire un allenamento specifico, sviluppando così una sensibilità particolare alla resistenza dell’acqua e alla spinta della mano. Sono quindi state disegnate appositamente per incrementare la sensibilità della mano durante la bracciata e aumentare contemporaneamente lo sviluppo della muscolatura dell’avambraccio. Queste palette facilitano, al contrario degli altri tipi di palette, il movimento della mano in acqua. Le mini-palette coprono tutte le dita ma non il palmo della mano né il pollice. Questo provoca la massima pressione dell’acqua su tutte le dita. E’ questa resistenza che forza il muscolo dell’avambraccio a subire un allenamento specifico. Infine, l’assenza della paletta sul palmo della mano aiuta a non perdere la sensibilità con l’acqua
Tavolette
possono essere usate per isolare il movimento delle gambe per concentrarsi su di esso ed allenarle in modo più efficace. Durante la nuotata completa infatti, le gambe svolgono solo un’azione di stabilizzazione e poco propulsiva, a parte la rana; non lavorano molto, quindi, in genere. Per questo, con la tavoletta è possibile allenarle meglio, alternando magari delle vasche ad andatura blanda, con altre a ritmi più elevati. Si può anche prendere i tempi di queste vasche a gambe con la tavoletta per annotare i miglioramenti. Per evitare fastidiosi dolori o indolenzimenti alle spalle è consigliabile usare la tavoletta per non più di 15 minuti di seguito; è possibile alternare lavori ed esercizi con la tavola ad altri con la nuotata completa.
Elastici per le caviglie
Si tratta di comuni elastici neri, ricavati dalle camere d’aria di automobili o automezzi pesanti, tagliati a “fette” di 2-5 cm , che vanno a tenere ferme le caviglie, quindi le gambe, impedendone il movimento. Per i principianti è possibile abbinare il loro uso ai pull-buoy, o galleggianti, da tenere tra le gambe, i quali aiutano il galleggiamento, quindi riducono la fatica.
Pull-buoy


Si tratta di un attrezzo galleggiante, di solito di spugna dura, da tenere in mezzo alle cosce. Aumenta il galleggiamento delle gambe permettendo di concentrare il lavoro solo sulle braccia.
Utile da abbinare all’uso del’elastico per le caviglie o delle palette.
È possibile inoltre alternare i vari strumenti per incrementare la forza: (* = livello di fatica )
solo pull-buoy *
solo elastico ****
palette + elastico **** ( ma aumenta la velocità e si esercita più forza )
palette + pull-buoy + elastico *** (ma aumenta la velocità e si esercita più forza )
palette + pull-buoy ** (ma aumenta la velocità e si esercita più forza )
Esercizi per lo sviluppo della forza in acqua
Pinnette:

Sono particolari pinne da piscina molto corte.
Possono essere usate per nuotare a dorso o stile libero, anche accoppiate all’uso della tavoletta.
Usare le pinnette permette di accentuare il movimento delle gambe, stimolando i quadricipiti e i femorali.
Le pinne permettono di nuotare più velocemente, impegnando i maggiori gruppi muscolari, quindi migliorando anche l’allenamento cardiovascolare.
Cinture drag
Esistono poi le cinture drag, o comunemente chiamate “vaschette”.
Si tratta di una cintura a rapida regolazione, con 5 coppe di resistenza. La resistenza aumenta con la velocità. Esse si possono personalizzare usando più o meno coppe di resistenza.
In questo modo è possibile nuotare anche per parecchie centinaia di metri con queste vaschette per effettuare un buon allenamento per la resistenza alla forza.
Allo stesso modo è possibile utilizzare un secchio legato ad una cintura con una corda di circa un metro e mezzo: il risultato sarà molto simile.
Fulcro per avambraccio.
Il Fulcro, o fulcrum, è un attrezzo composto da due occhielli: uno si adatta all’avambraccio, l’altro ospita la mano. Bloccando il polso, il gomito e la spalla nella posizione ottimale, aumenta l’efficienza della bracciata del nuotatore, focalizzando la nuotata sul miglioramento tecnico piuttosto che sullo sviluppo della potenza.
Il Fulcro è stato progettato come strumento
complementare alle palette per affinare la tecnica della nuotata di nuotatori di ogni livello, dai neofiti ai professionisti. L’azione con cui il nuotatore indossa il fulcro crea l’angolo ideale polso/gomito durante la fase di presa/appoggio all’inizio della bracciata. Allenandosi in questo modo si stimola la cosiddetta memoria muscolaree si arriva ad eseguire in modo automatico la bracciata corretta. Nella fase aerea, poi, il gomito viene spinto bene in alto. Se la posizione della mano e dell’avambraccio non è quella corretta, l’attrezzo scivola via: non c’è quindi margine di errore. L’uso di questo attrezzo nelle sezioni di allenamento di atleti giovani e giovanissimi permette di correggere i classici errori della bracciata che diversamente si porterebbero dietro per sempre.
In sostanza il fulcro permette e aiuta a tenere il polso e la mano in linea con l’avambraccio, posizione ideale per esercitare la migliore spinta.
Elastico per il nuoto stazionario
Si tratta di due elastici di latex o simili, collegati ad una cintura imbottita; i due elastici possiedono un attacco con i quali è possibile bloccarli alle due corsie come in figura. Progettato per le squadre che fanno allenamento di resistenza sul posto sfruttando la presenza delle corsie, è molto utile in tutti quei casi in cui ci sia poco spazio o vasche poco lunghe. Fondamentale per migliorare l’efficienza della bracciata. Può sostituire egregiamente l’allenamento in piscine per il nuoto contro-corrente. 
Esistono poi altri mille modi per creare più resistenza in acqua, quindi sviluppare più forza, come ad esempio:
nuotare con una maglietta a maniche corte, molto difficile, sconsigliato ai principianti;
nuotare con un marsupio in vita;
nuotare con dei polsini o delle piccole cavigliere e polsiere, oppure ancora con le calze.
Questi sono solo alcuni degli accorgimenti e strumenti che è possibile utilizzare in acqua quando si nuota. Questi attrezzi permettono di lavorare sullo sviluppo della forza mentre si nuota, svolgendo così due lavori in uno, anche piacevoli per coloro a cui piace il nuoto; utili per chi lo vuole imparare e perfezionare.
La periodizzazione (Macrocicli, Mesocicli, Microcicli)
Principi generali
la periodizzazione si divide in due momenti:
-pianificazione: momento generale di formulazione della strategia delle grandi variazioni di struttura
dell’allenamento riferite ad un ampio arco di tempo e ad obiettivi intermedi. Pertanto vanno definiti gli
obiettivi, le priorità, le scadenze più importanti, i tempi occorrenti per le varie fasi di preparazione, i metodi
e i mezzi più idonei.
-programmazione: momento particolareggiato di stesura del programma di allenamento sulla base di quanto pianificato in precedenza.
La periodizzazione si propone il raggiungimento della massima forma sportiva e quindi estrinsecazione da
parte dell’atleta di tutte le sue potenzialità fisiche e psichiche.
Va fatta subito una distinzione tra condizione fisica che è determinata dal livello delle capacità funzionali
dell’organismo (apparato locomotore, cardiocircolatorio, respiratorio, ecc.) e forma sportiva, che invece è
un livello momentaneo raggiungibile solo partendo da una buona condizione fisica e che potremmo definire
come quello “stato in cui l’atleta riesce a sintetizzare tutte le proprie potenzialità motorie, energetiche e
psicologiche e a finalizzarle per uno scopo ben preciso che è quello agonistico, rendendosi disponibile al
massimo rendimento sia da un punto di vista fisico che psichico”.
Una razionale applicazione pratica dei principi dell’allenamento e della periodizzazione permette di ottenere
lo stato di forma da uno a tre volte all’anno e di mantenerlo per il tempo sufficiente al raggiungimento del
risultato che ci si era proposti.
Le fasi di acquisizioni della forma sono tre:
-fase di sviluppo: si svolge in due momenti, uno iniziale indirizzato alla ricerca di una efficienza generale
avente lo scopo di aumentare le capacità funzionali dell’organismo, e un momento posteriore in cui si
ricercano gli elementi più specifici che portano al raggiungimento della forma vera e propria.
Pertanto iniziando con un’attività multiforme e poliedrica si andrà gradualmente verso un lavoro sempre più
specifico sia per quanto riguarda le qualità fisiche che per le capacità tecniche;
fase di mantenimento: ove l’andamento ondulatorio dei carichi di allenamento che si realizza con
opportune variazioni della quantità e dell’intensità, influisce sullo stato di forma che subisce leggere
ondulazioni positive e negative;
-fase della perdita temporanea: si identifica con un calo transitorio (posteriore alle gare importanti), ove
l’attività si riduce, per non indurre a fenomeni di saturazione fisica e psichica e conseguente abbassamento
repentino della forma.
La durata delle tre fasi esposte è condizionata dall’età dell’atleta, dalle caratteristiche individuali e dalla
condizione fisica generale. Comunque “occorrono mediamente almeno sei mesi per realizzare lo stato di
forma” (Matveev).
Per i giovani gli obiettivi immediati sono meno importanti e lo scopo principale deve essere quello di alzarne
il livello delle qualità fisiche inserendo gradualmente esperienze agonistiche. Pertanto sarà notevole il tempo
da dedicare al primo momento della fase di formazione generale rispetto alle altre fasi.
Nel caso di atleti evoluti, specialmente più anziani dal punto di vista agonistico, la possibilità di
incrementare le qualità fisiche si riduce mentre più facile risulta un costante rendimento di buon livello. Potrà
quindi prolungarsi il periodo impiegato al mantenimento della forma e dedicare meno tempo al suo
raggiungimento.
Adottando un ciclo annuale (periodizzazione semplice), il periodo da dedicare alla ricerca della forma sarà
di circa 4 mesi; nel caso invece si scelga un ciclo semestrale (periodizzazione doppia), allo sviluppo
della forma potranno dedicarsi non più di 2 mesi.
Solitamente si sconsiglia l’uso di tre cicli annuali (periodizzazione tripla).
Per i giovani è buona norma adottare una periodizzazione annuale (macrociclo annuale) mentre per gli atleti
evoluti può essere semestrale (macrociclo semestrale) ma con inserimento di un ciclo semestrale di
recupero ogni 4-6 cicli semestrali continuativi.
Quantità e intensità del carico di allenamento sono in stretta relazione tra di loro condizionandosi a
vicenda sia in senso negativo che positivo. Infatti fino ad un certo punto possono entrambe aumentare ma,
superata una determinata soglia, si ha stabilizzazione o addirittura decremento di una delle due.
Questi due parametri dovranno essere tenuti presenti non solo nella programmazione del lavoro annuale ma
anche nei cicli più ristretti sia mensili che settimanali.
Nei microcicli settimanali è opportuno inserire nella prima metà carichi di allenamento caratterizzati
prevalentemente dall’intensità, mentre nella seconda si intensificherà il lavoro quantitativo diminuendo quello
intensivo.
Questo principio vale anche nella struttura della singola unità di allenamento, infatti nelle discipline a forte
componente neuromuscolare e coordinativa gli esercizi volti a incrementare le abilità motorie di rapidità,
coordinazione e forza dovranno precedere quelli rivolti a incrementare la resistenza muscolare e organica.
I carichi dovranno essere sempre elevati sia per la qualità che per la quantità, con ritocchi periodici derivanti
dall’incremento ottenuto e quindi mantenere il rispetto delle percentuali programmate.
Negli atleti evoluti, per evitare un’eccessiva assuefazione al carico (scarsa risposta agli stimoli), situazione
che si viene a creare anche usando costantemente carichi molto elevati ma sempre uguali, le attuali
metodiche consigliano dei bruschi salti di carico con andamenti fortemente ondulatori e discontinui
(interruzioni della gradualità).
Per gli atleti di alto livello, è stato proposto (Verchoshanskij 1985) l’allenamento a blocchi, ovvero una
serie di sedute contigue che hanno in comune un unico obiettivo (es.: una serie di sedute di allenamento
dedicate solo alla forza o solo alla rapidità). Il ciclo di preparazione annuale dovrebbe iniziare con un blocco
di allenamento tendente a colmare particolari lacune dell’atleta, si prosegue con un blocco di forza e infine
con un blocco dedicato alla velocità e alla tecnica finalizzata alla trasformazione di quanto acquisito nel
gesto/i di gara. I carichi concentrati per brevi periodi tendono a modificare l’equilibrio dell’organismo in
maniera più efficace, elevandone gli indici funzionali più importanti.
Qualunque principio venga attuato, molta importanza va data al tempo di recupero tra le varie serie, tra gli
esercizi e tra una seduta di allenamento e l’altra, alfine di creare i presupposti fisiologici di adattamento e
incremento delle qualità che vogliamo migliorare. In sintesi: grandi carichi di lavoro intervallati da opportuni
recuperi che, grazie al fenomeno detto di “supercompensazione”, reintegrano l’energia consumata e
costruiscono gradualmente le riserve al disopra del livello iniziale.
Macrociclo
I principi esposti precedente vanno sempre tenuti presenti in fase di periodizzazione annuale o semestrale.
Pertanto da una visione generale del programma di allenamento si tenderà a scendere sempre più al
particolare fino alla singola unità di allenamento giornaliero.
Nella periodizzazione di un macrociclo sono quindi compresi (Figura):
– periodo preparatorio (suddiviso in tappa fondamentale e tappa speciale)
– periodo agonistico (o pre-gara o competitivo)
– periodo transitorio (o di transizione)
Ogni periodo comprende mesocicli a loro volta composti da microcicli, organizzati in singole unità di
allenamento.
Periodi di allenamento
Periodo preparatorio
È il periodo che precede quello competitivo ed è quindi dedicato alla preparazione per la prossima stagione
agonistica.
Questo periodo in realtà non solo serve alla preparazione di base ma anche come ponte per l’ottenimento
dello stato migliore della forma atletica, che verrà esaltata al massimo nel successivo periodo agonistico.
I mezzi e le metodologie da usare sono molteplici pertanto è bene suddividere il periodo preparatorio in due
ulteriori tappe, la prima tappa (fondamentale) va dedicata quasi esclusivamente alla preparazione
generale, mentre la seconda tappa (speciale) va rivolta quasi esclusivamente alla preparazione specifica.
Ilrapporto di durata di queste due tappe è di due per la prima e uno per la seconda, rapporto che rimarrà
costante sia che si adotti una periodizzazione semestrale che annuale.
Il periodo preparatorio entra anche in rapporto con il periodo agonistico e precisamente di due a uno o anche
tre a due. Di conseguenza in una periodizzazione semestrale (più adatto ad atleti evoluti) potremmo avere:
– ottanta giorni circa da dedicare alla preparazione generale prevista nella prima fase del periodo preparatorio;
– quaranta giorni per la preparazione più specifica prevista come seconda fase dello stesso periodo preparatorio;
– sessanta giorni di esclusivo periodo agonistico suddiviso nelle varie tappe (mesocicli).
In una periodizzazione annuale (più adatta ai giovani) potremmo avere:
– otto mesi di preparazione generale, suddivisa in due parti, la prima più generale di 5 mesi circa, la seconda
più specifica di 3 mesi circa, ambedue del periodo preparatorio;
– quattro mesi di preparazione inseriti nel periodo agonistico.
L’intensità degli allenamenti condizionerà la durata del periodo preparatorio che sarà tanto più lungo quanto
più bassa sarà l’intensità e viceversa.
La tappa fondamentale del periodo preparatorio tenderà ad allargare la base generale delle qualità fisiche
ovvero considererà quelle doti di base irrinunciabili che sono la forza, la resistenza, la velocità, la mobilità
articolare e la coordinazione. lì miglioramento di queste dovrà essere parallelo per tutte, si interverrà
particolarmente su di una qualità rispetto alle altre se l’atleta presenterà per essa vistose carenze.
Il lavoro quantitativo prevarrà in maniera evidente su quello qualitativo che comunque non verrà mai
tralasciato.
La tappa speciale del periodo preparatorio vedrà gradualmente prevalere il lavoro specifico su quello
generale. Inizialmente la quantità si manterrà pressoché costante e l’intensità aumenterà progressivamente
fino ad arrivare alla fine della tappa, e quindi del periodo preparatorio, all’accentuazione della intensità sulla
quantità.
Nel periodo intermedio e finale della seconda tappa possono essere inserite delle competizioni di controllo,
senza però alterare il programma di lavoro che prevede scopi e obiettivi di più lunga scadenza.
È evidente che il gioco dei parametri ovvero durata delle due tappe e tipo di lavoro da effettuare sono
suscettibili di totali variazioni in quanto si dovrà sempre tenere conto delle caratteristiche proprie dell’atleta,
del suo grado di preparazione, dell’età, ecc.
Periodo agonistico (o competitivo)
Tutta la pianificazione dell’allenamento per l’atleta agonista acquista un senso solo se finalizzata alle gare
più importanti previste in questo periodo.
Bisognerà quindi giungere al periodo fondamentale in ottime condizioni di forma e di preparazione tecnica
alfine di ricevere in questa fase quei “ritocchi” utili al massimo risultato.
In una periodizzazione semestrale (più adatta agli atleti evoluti), il periodo fondamentale dura
circa due mesi (rapporto due a uno con il periodo preparatorio). In una periodizzazione annuale (più adatta ai
giovani) dura invece quattro mesi.
In questo periodo il livello della massima “performance” non dovrà essere ricercato più di una-due volte per
gli atleti giovani e due-tre volte per gli atleti più evoluti. Per i giovani è inoltre consigliabile mantenere a buon
livello le qualità fisiche generali e specifiche senza esagerare con esercitazioni tecniche specialistiche
Nel caso di periodizzazione annuale, e quindi di periodo competitivo particolarmente lungo, va inserita
per tutti gli atleti una tappa intermedia della durata di 3-4 settimane ove verrà dato ampio risalto al lavoro
generalizzato con momentaneo abbassamento di quello specifico.
La metodica delle ”interruzioni della gradualità” deve essere sempre presente per qualsiasi volume o
intensità di carico venga adottato.
Il microciclo che precede la gara importante prevede la riduzione della quantità con qualità e intensità che
rimangono pressoché costanti. Pertanto il carico totale subirà una riduzione (volume) che
non deve però oltrepassare il 30-40% dei valori medi dello stesso periodo competitivo.
Normalmente un atleta di livello non dovrebbe superare le due-tre gare annuali intese ovviamente come
scopo effettivo dell’allenamento e del risultato. A queste gare corrisponde anche il periodo di massima
forma, momento culmine e nel contempo breve del processo di allenamento. Tutte le altre gare secondarie
possono risultare utili. sempre che non incidano sui programmi prestabiliti, come test di controllo e come
momento psicologico atto ad abituare l’atleta alla situazione di gara.
Periodo transitorio (o riposo attivo)
Il periodo che intercorre tra due stagioni agonistiche è quello che si chiama “riposo attivo”
ovvero di lavoro molto ridotto rispetto al periodo precedente, senza però tralasciare le esercitazioni
fondamentali che garantiscono il mantenimento delle potenzialità acquisite. È il periodo in cui si cerca di smaltire
la fatica fisica e psichica accumulate in tutto l’arco della periodizzazione, mantenendosi però nelle condizioni di
poter riprendere un lavoro impegnativo per la prossima stagione, senza perdite di tempo, anzi garantendosi
una condizione fisica ideale a ulteriori incrementi di carico e di risultato.
Va evitato il riposo assoluto in quanto facilita la perdita di quanto acquisito e ritarda i tempi di ripresa per le
tappe future.
La durata del periodo transitorio è:
– due-quattro settimane nella periodizzazione annuale;
– una-due settimane in quella semestrale;
– due-tre settimane e per due-tre volte l’anno per i giovani.
Il periodo transitorio è irrinunciabile se si vogliono garantire futuri risultati; è infatti paragonabile al tempo di
recupero tra una serie e l’altra e tra un allenamento e l’altro, ovvero di quella pausa necessaria affinché
l’organismo assorba il lavoro svolto, si adatti e infine risponda esprimendosi a livelli sempre maggiori.
Mesociclo
Un mesociclo comprende una variazione di tempo che va dalle 2 alle 6 settimane circa e che nella struttura
totale danno una visione completa dell’intero processo di allenamento.
Le ragioni che consigliano la distribuzione degli allenamenti in mesocicli sono essenzialmente due:
– l’andamento ondulatorio dei carichi di lavoro va rispettato anche durante un arco di tempo più ampio
previsto da un microciclo, in modo tale che nel processo di allenamento avvenga quella sommatoria di
carichi e di lavoro che è il presupposto essenziale per l’incremento delle qualità fisiche. Infatti un mesociclo
viene definito anche “ciclo funzionale” in quanto è il termine di tempo minimo per provocare gli effetti
cumulativi dell’allenamento (supercompensazione). Vanno inoltre rispettati i tempi fisiologici di ripristino
delle condizioni ottimali di lavoro dell’organismo. Si dovranno perciò alternare opportunamente microcicli di
compensazione a periodi contraddistinti da forte carico di lavoro;
– il contenuto e la metodologia di allenamento nei diversi periodi deve essere modificato periodicamente.
Potremo avere pertanto i seguenti tipi di mesocicli:
– mesociclo di introduttivo (o di preparazione)
– mesociclo di base (o fondamentale o di perfezionamento)
– mesociclo agonistico (comprendente la gara)
– mesociclo interagonistico (comprendente due o più gare ravvicinate)
– mesociclo di compensazione (o di recupero attivo).
Il mesociclo introduttivo comporta un costante aumento della intensità e del volume con netta prevalenza
di quest’ultimo.
Ogni ciclo agonistico inizia infatti con un mesociclo di tipo introduttivo che è quello che in sostanza
contraddistingue l’inizio del periodo preparatorio.
Il mesociclo di base è la parte più importante dell’intero periodo preparatorio. È in questa fase che viene
svolto il lavoro fondamentale dell’allenamento tendente a incrementare le capacità funzionali dell’organismo
e ad assicurare l’apprendimento e il perfezionamento della tecnica.
Il mesociclo di base si distingue ulteriormente in:
-mesociclo di preparazione generale
-mesociclo di preparazione specifica.
A seconda della tendenza delle esigenze di allenamento avremo anche un:
-mesociclo di sviluppo;
-mesociclo di stabilizzazione.
Il carico, durante questi mesocicli, è di solito molto elevato, va però tenuto presente l’inserimento periodico di
uno o due microcicli di compensazione sia per avere un ottimale recupero fisico sia per poter sostenere in
seguito carichi elevati di lavoro.
Il mesociclo agonistico precede le competizioni più importanti e nell’allenamento prevale l’aspetto
specialistico con carico di particolare intensità. Il microciclo iniziale sarà di compensazione per poi terminare
nel microciclo agonistico culminante nella gara vera e propria.
Il mesociclo interagonistico si inserisce tra le competizioni più importanti, durerà il tempo, intercorrente tra
una competizione e l’altra senza peraltro superare le 3-4 settimane. Se si prevede il superamento di questo
intervallo di tempo è bene programmare un mesociclo di preparazione specifica, di sviluppo e stabilizzazione
e quindi il mesociclo preagonistico.
li mesociclo interagonistico inizierà sempre con un microciclo di compensazione e sarà volto al
mantenimento o perfezionamento di quanto acquisito, in vista della gara, tramite opportuno andamento
ondulatorio dei microcicli. Nel carico prevarrà il fattore intensità dosato in modo che l’ultimo microciclo sia di
tipo agonistico per poi terminare nella gara.
Il mesociclo di compensazione è caratterizzato dal carico non elevato e dalla poliedricità delle
esercitazioni aventi lo scopo del recupero completo da parte dell’organismo, soprattutto dopo gare di certo
impegno.
Questo mesociclo si utilizza nella periodizzazione semestrale tra le fine del primo periodo agonistico e l’inizio
del secondo periodo preparatorio annuale. La durata varia da due a tre settimane mentre il contenuto degli
allenamenti comprenderà esercitazioni di vario tipo anche se non specialistiche. I carichi sia nell’intensità
che nella quantità saranno bassi, va comunque rispettato il principio dell’andamento ondulatorio dei carichi.
Si sconsigliano periodi di riposo assoluto per non compromettere il lavoro svolto e per non avere ritardi
eccessivi per il futuro raggiungimento della forma
Microcicli
Un microciclo ha la caratteristica di contenere tutti gli elementi previsti nell’ambito del mesociclo di
appartenenza. Si estende normalmente nell’arco di una settimana per un numero di sedute che può variare
da un minimo di 4 fino a 12 e oltre. Il microciclo è la parte più breve ma abbastanza completa dell’intero
processo di allenamento.
La strutturazione del microciclo riveste una priorità fondamentale per rendere efficace al massimo il lavoro
che si svolge ed è quindi opportuno un approfondito studio degli esercizi, la loro qualità, quantità,
successione e pause di recupero.
Va data priorità, all’inizio del microciclo, agli esercizi di tecnica e velocità su quelli di potenziamento e
resistenza specifica generale che invece prevarranno nella seconda parte.
Sommariamente i microcicli possono distinguersi in.
-microciclo di preparazione: presenta un contenuto decisamente generale ove la quantità del carico
prevale nettamente sull’intensità;
-microciclo pre-gara: l’intensità viene portata al massimo in quanto si inserisce nella tappa speciale della
fase preparatoria del periodo agonistico;
– microciclo di gara: viene ridotta bruscamente la quantità di carico in quanto si cerca di mantenere il livello
ottenuto con il supporto della massima quantità di energia psichica e fisica.
-microciclo di compensazione: di recupero, è a carico nettamente ridotto sia nella quantità che nella
intensità.
La frequenza di questi microcicli è di 1:3-1:4 (uno ogni tre o quattro microcicli) nel periodo preparatorio, 1:1
1:2 nella fase speciale e agonistica per i microcicli di lavoro elevato.
Seduta di allenamento
L’unità (o seduta) di allenamento si compone generalmente di tre parti:
-parte introduttiva o preparatoria: detta comunemente ”riscaldamento” consiste nel preparare
l’organismo a più specifici impegni previsti dall’allenamento. Si eseguono esercizi di ginnastica generale, mobilità
articolare, imitazione del gesto atletico ecc. La durata va da 10 a 20 minuti e oltre a seconda del lavoro
previsto nella parte fondamentale;
-parte centrale o fondamentale: varia da 80 a 160 minuti e oltre, a seconda della quantità e intensità del
carico prevista. Questo tempo viene dedicato prevalentemente allo sviluppo della tecnica (apprendimento e
perfezionamento) e delle qualità fisiche;
-parte conclusiva o defaticante: della durata di circa 20 minuti viene dedicata ad esercizi di allungamento
e articolabilità, di rilassamento e potrà comprendere anche pratiche di massaggio, sauna, idromassaggio.
Esempio di organizzazione generale di una seduta di allenamento
PARTE PREPARATORIA
1) Riscaldamento generale: vari esercizi a carico naturale e giochi tendenti a preparare l’organismo, in
particolare l’apparato locomotore, al carico di allenamento. La durata del riscaldamento generale dura
circa 20 minuti
2) Riscaldamento specifico: esercizi simili o uguali ai gesti tecnici che si andranno ad eseguire, con la
variante di una minore intensità
PARTE FONDAMENTALE
1) Apprendimento e perfezionamento delle tecniche attinenti la disciplina sportiva prescelta
2) Esercizi di sviluppo delle capacità motorie
PARTE CONCLUSIVA
1) Esercizi di allungamento e mobilità articolare
2) Esercizi di respirazione e rilassamento
La frequenza di questi microcicli è di 1:3-1:4 (uno ogni tre o quattro microcicli) nel periodo preparatorio, 1:1
1:2 nella fase speciale e agonistica per i microcicli di lavoro elevato.
Seduta di allenamento
Teoria dell’Allenamento del Nuoto (Fin)
FONTE: www.teatesplashing.it Vito Del Priore
PRINCIPI GENERALI
Teoria dell’allenamento
Il nuoto è uno sport che si distingue per la propria simmetria, equilibrio e per la sua capacità di donare da
subito delle sensazioni positive e di benessere che ci accompagnano per diverso tempo, anche dopo
l’attività.
Per potersi tenere in forma in acqua non è necessario essere dei professionisti del nuoto, ma solo tenere
alcuni piccoli accorgimenti. E’ consigliabile seguire, almeno all’inizio delle lezioni di nuoto per poter
migliorare la propria tecnica, considerando che ciò non vuol dire che non stiamo lavorando. Al contrario chi
legge queste righe e ha frequentato o frequenta un corso di nuoto sa quanto sia faticoso effettuare alcuni
esercizi tecnici.
Nel nuoto l’aspetto tecnico diventa un filtro tramite il quale bosogna leggere una seduta di allenamento.
Ecco perche un atleta di buon livello fa dieci vasche con la stessa energia con cui un principiante ne fa una
sola. Non è certo un’equazione scientifica, ma si avvicina molto alla realtà. Questo perché una grande
capacità tecnica garantisce maggiore economicità nella nuotata, al contrario chi nuota male fa una grande
fatica, ma non bisogna dimenticare che ai fini dell’allenamento il risultato metabolico è molto simile.
PRINCIPI GENERALI
Se abbiamo realmente intenzione di allenarci dobbiamo imparare alcuni concetti fondamentali su cui si
basa la teoria generale dell’allenamento, eccoli di seguito elencati.
CONTINUITA’
Allenarsi con poca costanza non aiuta molto, al contrario allenarsi con una grande continuità
garantisce un costante miglioramento non solo fisico, ma anche tecnico. Si evitano così lunghe
pause che fanno perdere parte della condizione acqusita.
MULTILATERALITA’
Evitare sedute ripetitive, uguali tra di loro. E’ importante allenarsi con grande variabilità cercando di
effettuare ripetizioni differenti per tipo, velocità e recupero.
APPRENDIMENTO
Nel nuoto non si arriva mai. Anche quando crediamo di essere perfetti ci sarà sempre almeno un
errore tecnico. Proprio per questo motivo bisogna sempre eseguire delle esercitazioni tecniche,
come ad esempio esercizi coordinativi o di sensibilità.
PROGRESSIVITA’
Fare sempre lo stesso numero di vasche porta ad un miglioramento iniziale e ad un assestamento
poi delle proprie capacità. Per questo motivo bisogna incrementare il volume delle sedute.
GRADUALITA’
Il volume delle sedute deve essere crescente, questa progressione deve sempre essere costante e
mai brusca. Si evitano cosi situazioni eccessivamente stressanti che non porterebbero a nessun
risultato.
I parametri dell’allenamento
Nella classificazione degli allenamenti e nella loro programmazione bisogna tenere conto di alcuni
valori, che rappresentano il reale contenuto dell’allenamento: durata, volume, intensità, densità,
frequenza e difficoltà.
DURATA Tempo cronometrico in cui viene applicato il carico (stimolo) di allenamento
detratto delle pause di recupero.
VOLUME Numero degli stimoli inerenti il singolo esercizio o tutta la seduta di allenamento
(quantità).
INTENSITA’ Impegno organico e muscolare rispetto alla massima prestazione possibile
(qualità). Grado di difficoltà percepita dall’atleta.
DENSITA’ Rapporto tra tempo di lavoro e tempo di recupero.
FREQUENZA Numero delle volte che lo stesso stimolo viene utilizzato nell’unità di tempo
presa in considerazione (giorni, settimane, ecc.)
DIFFICOLTA’ ESECUTIVA Grado di difficoltà e complessità degli esercizi effettuati.
Per un nuotatore alle prime armi basta tenere conto del volume e dell’intensità. Ma bisogna mantenre
sempre un rapporto funzionale tra il volume e l’intensità.
Una seduta di resistenza avrà una grande volume, ma con bassa intensità, al contrario sedute mirate alla
velocità avranno un basso volume, ma un grande intensità.
Riassumendo:
‐ Resistenza: più volume e meno intensità
‐ Velocità: meno volume e più intensità
STIMOLI BLANDI E CONTINUI Creano un iniziale, leggero adattamento in persone non
allenate. Inefficaci in soggetti allenati.
STIMOLI DI MEDIA INTENSITA’ Momentaneo mantenimento del livello di efficienza
raggiunto, livello che nel tempo tenderà progressivamente
a decrescere, se lo stimolo non subisce opportuni
incrementi di intensità e volume.
STIMOLI ADEGUATI NELLA INTENSITA’ E
VOLUME
Situazione ottimale di allenamento.
STIMOLI TROPPO ELEVATI E RECUPERI
TROPPO BASSI
Peggiorano rapidamente la condizione di allenamento.
_Volume_
Intensità
LA SUPER COMPENSAZIONE
In parole semplici
Processo fisiologico tramite il quale il nostro organismo reagisce ad uno sforzo fisico che ha
“prosciugato” le nostre energie. Quindi se consumiamo 100, il nostro organismo non si
limita a riprodurre 100, ma arriverà a 101, per supercompensare quanto abbiamo
precedentemente speso.
Nel grafico che segue notiamo che la linea blu (equilibrio fisiologico iniziale) quando subisce
uno stimolo allenante scende verso il basso per poi risalire nella fase di recupero (Riposo),
successivamente per il fenomeno della supercompensazione si arriva ad un punto più alto di
quello iniziale.
Nel seguente grafico possiamo osservare come il recupero incida sulla condizione fisica.
Recupero costante (a), Recupeo troppo breve (b) e Recupero ottimale (c).
IN CONCLUSIONE
Dopo aver esplorato alcuni concetti come Volume, Intensità, Recupero, Supercompensazione etc. etc.
Possiamo cominciare a capire perché prima di entrare in acqua bisogna avere le idee chiare. Abbiamo visto
perché degli allenamenti uguali tra di loro, dopo un po’ di tempo non portano più ad alcun miglioramento,
oppure come solo un adeguato Recupero tra un allenamento ed un altro possa garantire un effettivo
miglioramento. Adesso non rimare che tuffarci in acqua.
| File | Descrizione |
|---|---|
| LA PERIODIZZAZIONE.doc | PERIODIZZAZIONE |
| Codice di comunicazione dei modelli di allenamento.doc | CODICI DI COMUNICAZIONE MODELLI DI ALLENAMENTO |
| aerobicogiovanissimi.pdf | ALLENAMENTO ADATTAMENTI…. |
| Adattamenti e Modificazioni.ppt | ADATTAMENTI E MODIFICAZIONI DELL’ALLENAMENTO |
| ciclo di krebs.doc | CICLO DI KREBS |
| Interazione e restauro.ppt | RESTAURO FONTI ENERGETICHE(AEROBICO-ANAEROBICO…) |
TAPERING PER LE COMPETIZIONI
FONTE: LIBRO NUOTO DA CAMPIONI DI
BILL SWEETENHAM
JOHN ATKINSON
L’intensità rappresenta lo strumento principale nel mantenere o migliorare la forma fisica durante la preparazione dellä gara. Il livello appropriato di intensità dipende dall’individuo e dalla gara. Un incremento sostenibile di lavoro sulla velocità critica può essere adeguatamente individuato programmandone 100m per ogni giorno che separa dalla gara. Ad esempio, 18 giorni dalla gara significano 1800 m di lavoro sulla velocità critica. Ovviamente, utilizzare questo metodo comporta un certo contrasto nel livello di sforzo. Ad esempio, uno sprinter deve effettuare le serie di allenamento in questo modo: nuotare lx40BBM (BBM = “beats below maximum” * = battiti al di sotto della frequenza cardiaca massimale), 2x30BBM, 3x20BBM, 4xlOBBM al passo di gara. La distanza complessiva è di 18xl00m a 20BBM (l’esempio è specifico).
La figura 14.1 mostra un modello grafico di tapering che inizia cinque settimane prima della competizione. Un semplice mesociclo di base è riassunto nella tabella 14.1.
Il tapering è una componente dell’allenamento che deve soddisfare le esigenze del singolo atleta. Il tapering non è un elemento miracoloso. Si tratta “semplicemente” di preparare fisicamente e mentalmente un atleta ad esprimersi al massimo livello.
Lo stesso programma applicato a un’intera squadra non funzionerà con la stessa efficacia per tutti gli atleti. Il tapering prevede un affinamento delle abilità individuali e una progressiva riduzione del carico fisico per consentire il raggiungimento del picco di forma in occasione di un evento particolare. Il tapering ha l’obiettivo di permettere all’atleta di nuotare velocemente, tirando fuori il meglio di sé stesso. Il successo del tapering sta nell’acqui- sire fiducia nei propri mezzi e non soffrire la pressione esterna.
Con questi concetti in mente, il nuotatore e l’allenatore devono avere un modello di lavoro, per ridurre al minimo le variabili. Devono programmare e registrare dettagliatamente le sedute di tapering per poterlo rifinire e ripetere. Un nuotatore si allena quotidianamente, ma ha la possibilità di effettuare il tapering solo un paio di volte l’anno, solitamente in condizioni differenti: per questo la registrazione dei dati è così importante.
Programmare il tapering
Allenatore ed atleta devono esser consapevoli che il nuotatore ha bisogno di ridurre il carico di allenamento per mantenere i miglioramenti fisici ottenuti, senza scadimenti di condizione. ‘ÌI tapering consiste in una graduale riduzione di stress fisico e in un corrispondente incremento di stress-meridie. L’allenatore deve predisporre mentalmente gli atleti, sottoponendogli strategìe comportamentali che permettano loro di fronteggiare qualsiasi situazione, anche quelle impreviste. L’allenatore deve cercare di limitare e tenere sotto controllo lo stress.
Nello sviluppare un modello di tapering’ (preparazione alla gara) o nel considerare la variazione di un modello, i fattori principali sono l’età dell’atleta, lo sviluppo muscolare, l’esperienza, il metabolismo.- –
Il tapering è l’allenamento specifico per la performance abbinato a un appropriato ristoro e adattamento.
L’intensità jajppreseiita lo strumento principale nel mantenere o migliorare la forma fisica durante la preparazione dellä gara. Il livello appropriato di intensità dipende dall’individuo e dalla gara. Un incremento sostenibile di lavoro sulla velocità critica può essere adeguatamente individuato programmandone 100m per ogni giorno che separa dalla gara. Ad esempio, 18 giorni dalla gara significano 1800 m di lavoro sulla velocità critica. Ovviamente, utilizzare questo metodo comporta un certo contrasto nel livello di sforzo. Ad esempio, uno sprinter deve effettuare le serie di allenamento in questo modo: nuotare lx40BBM (BBM = “beats below maximum” * = battiti al di sotto della frequenza cardiaca massimale), 2x30BBM, 3x20BBM, 4xlOBBM al passo di gara. La distanza complessiva è di 18xl00m a 20BBM (l’esempio è specifico).
La figura 14.1 mostra un modello grafico di tapering che inizia cinque settimane prima della competizione. Un semplice mesociclo di base è riassunto nella tabella 14.1.
Per nuotatori under 15 (circa), l’allenatore può applicare i principi illustrati nella figura 14.1 lavorando nei 15 piuttosto che nei 21 giorni precedenti la competizione. Per la maggior parte dei nuotatori giovani, comunque, è sufficiente un tapering di 10 giorni. Man mano che gli atleti crescono e progrediscono, passano a tapering di 15 e infine di 21 giorni. La gara, lo sviluppo fisico, l’esperienza dell’atleta determinano il tipo e la quantità di allenamento da svolgere, ma disporre di un modello sul quale basarsi è estremamente utile.
Tabella 14.1 “Mesociclo mensile’
Settimana di allenamento | Numero di serie di velocità critica | Numero di serie anaerobiche/ passo di gara | Totale settimanale di scatti in ipervelocità da effettuare |
Settimana 1 | 3 | 1 | 80 |
Settimana 2 | 2 | 2 | 60 |
Settimana 3 | 1 | 3 | 40 |
Settimana 4 (settimana di adattamento o di tapering) | 2 | 2 | 40 |
Un esempio è il seguente:
21 giorni come descritto in questo capitolo (per atleti di 15 o più anni)
15 giorni come gli ultimi 15 descritti in questo capitolo (11-15 anni)
10 giorni come gli ultimi 15 descritti in questo capitolo (sotto gli 11 anni)
La filosofia di tapering descritta in questo capitolo aiuterà atleta e allenatore a gestire situazioni di “blocco” o “fiacchezza” qualora si verificassero. Nel caso, l’atleta deve limitarsi al solo lavoro aerobico, rendendosi conto che si tratta di una situazione temporanea, senza preoccuparsi dei tempi ottenuti.
In molti casi questi passaggi a vuoto si verificano perché nell’ambiente di lavoro mancano gli stimoli mentali della competizione. Raramente il fenomeno dura più di 4-6 giorni, ma può verificarsi senza preavviso. L’allenatore deve sempre accertarsi di quando l’atleta percepisce la “vera” velocità. L’atleta dovrà esprimere la miglior performance in gara piuttosto che in allenamento. Se ciò non accade, l’allenatore deve fare attenzione di non avere a che fare con una situazione di stress eccessivo o di mancato adattamento.
Atleta e allenatore devono tenere un diario in occasione dei meeting di una qualche importanza e registrare le proprie impressioni, così da poter predisporre un programma di autocontrollo nelle occasioni successive. Fra un campionato e l’altro possono trascorrere anche 12 mesi. Può essere difficile ricordare quali elementi avevano influenzato l’atleta. Queste annotazioni vanno prese anche relativamente alle vasche, che all’atleta può capitare di frequentare solo ogni 4 o 5 anni.
Generalmente il nuotatore maschio necessita di un tapering più lungo rispetto alla femmina. Questa distinzione, comunque, è dovuta principalmente alla quantità di massa muscolare -maggiore la massa, più lungo il tapering. I ranisti, in considerazione dell’intensità del lavoro muscolare di braccia e gambe, possono avere bisogno di più tempo o di un minor numero di ripetizioni al passo di gara per entrare in forma.
Come riferimento per gli ultimi sei giorni di tapering, la distanza giornaliera percorsa dovrebbe essere la stessa percorsa nei sei giorni di competizione (compresi riscaldamento, batterie, defaticamento, semifinali e finali).
L’allenatore e l’atleta devono imparare a concentrarsi sulla gara successiva piuttosto che sul risultato della precedente.
Gli atleti devono essere istruiti sui protocolli e le procedure dell’antidoping. Contestualmente, oltre ad essere a conoscenza delle sostanze proibite e degli obiettivi dei test, gli atleti devono essere consapevoli dei propri diritti.
Una serie che abbiamo trovato utile per migliorare la sicurezza degli atleti in sé stessi è quella, illustrata al capitolo 2, di 8x50m nel proprio stile a 2.30 discendenti 1-8, iniziando otto settimane prima della competizione. Ciò significa che il nuotatore inizierà allenandosi I nuotatori dovrebbero avere una dieta specifica per le competizioni ed essere in grado
di prepararsi da sé i pasti. Queste regole vanno applicate molto prima di entrare nel periodo di preparazione specifica. Cinque settimane prima della competizione l’allenatore deve
organizzare una riunione di squadra per rivedere la dieta. Gli atleti devono essere in grado di servirsi con oculatezza da un buffet, nel quale ovviamente possono trovare cibi buoni e
cattivi. Quasi tutti i piatti di pasta nei ristoranti sono accompagnati da condimenti scadenti, ricchi di grassi, perciò gli atleti devono essere in grado di servirsi con intelligenza e in grado, se necessario, di cucinarsi la cena da soli.
Tra la quinta e la quarta settimana l’allenamento varia impercettibilmente. Il lavoro anaerobico è un po’ più intenso e finalizzato alla gara. Durante la quarta settimana gli atle-
ti si concentrano maggiormente sulla tattica di gara e sull’intensità, senza però aumentare la quantità di lavoro al passo di gara.
Cinque settimane prima della competizione, gli atleti devono effettuare quotidianamente esercizi di squat- jumps (balzi), possibilmente con un controllo pliome- trico. Queste esercitazioni devono comprendere circa quattro serie di quattro balzi con tre-cinque minuti di riposo fra una serie e l’altra, scendendo a tre serie tre settimane prima della gara, e via via diminuendo di una serie per ogni settimana. Questi esercizi aiutano nelle partenze e nelle virate e sostituiscono gli esercizi in palestra specifici per le gambe. È vantaggioso anche effettuare queste esercitazioni durante la settimana di gare.
“Fate in modo che l’ambiente lavori per voi,non siatene vittime”
Alcuni allenatori inseriscono una settimana di lavoro duro sulla resistenza e sulle serie anaerobiche circa un mese prima della competizione, basandosi sul principio che essa rappresenta l’ultima occasione di miglioramento e per caricare il nuotatore in previsione delle tre settimane successive. Questa scelta può rivelarsi controproducente perché può alterare l’equilibrio metabolico. Può essere utile, d’altra pane, per aggiungere contenuto aerobico al tapering di un atleta giovane, poco muscolare, poco esperto, non in grado di sostenere tre settimane di preparazione specifica per la gara. Mantenere rigidamente il carico aerobico durante la quinta e la quarta settimana e incrementare l’intensità nelle settimane successive produce generalmente risultati più efficaci.
Tre settimane prima della competizione
Durante le ultime tre settimane generalmente il nuotatore riduce il numero di allenamenti per arrivare alla competizione pienamente riposato. Il pericolo è che il suo orologio biologico si ritrovi scombussolato. L’atleta dovrebbe dormire regolarmente otto ore per notte e riposare per altre due ore durante il giorno (leggere, giocare, ecc.).
Come allenatore, eliminando degli allenamenti serali piuttosto che allenamenti mattutini si otterrà, paradossalmente, che gli atleti dormiranno di più. Eliminare un allenamento mattutino, infatti, significa indurre l’atleta a restare sveglio fino a tardi, sapendo che il mattino successivo potrà rimanere a letto più del solito. Questa strategia non può far parte della preparazione di un atleta di alto livello. L’atleta deve accettare e uniformarsi a una corretta gestione del sonno in età giovanile.
È inutile ridurre l’affaticamento dell’atleta in vasca e in palestra se questi, conseguente- mente, aumenta le attività collaterali o riposa meno o peggio. Un riposo di buona qualità è necessario per ottenere una performance di qualità.
Tra il 23mo e il 21 mo giorno prima della competizione, l’atleta e l’allenatore devono riposare, così che il 21 mo giorno il tapering inizi con atleta e allenatore freschi.
Il 22mo o il 23mo giorno prima della gara l’atleta deve rivedere, o predisporre, i segati strumenti:
- Grafico di autovalutazione
- Checklist per la gara
- Capacità di visualizzazione
- Riscaldamento pregara (per batterie, semifinali e finali)
- Tecniche di rilassamento
- Piano pregara (per iscritto)
- Piano di gara (per iscritto)
- Dieta durante la competizione (menu)
- Familiarizzazione con l’ambiente di gara
Il volume di allenamento diminuisce come descritto dalla figura 14.1, che illustra un modello di tapering dal 21 mo giorno precedente la competizione.
Dopo il 21mo giorno, il nuotatore non supera il passo di gara in allenamento, tranne che in scatti (25m o meno) in ipervelocità o, per gli sprinter, in un ridotto volume di scatti. Il passo di gara è determinato sulla base del tempo di percorrenza dei secondi 50m dei lOOm o dei 200m individuato come obiettivo per ciascun atleta. Ora tutto il lavoro anaerobico deve essere effettuato al passo di gara. Brevi sprint di sei bracciate, effettuati a velocità superiori al passo di gara, sono di grande utilità per atleti impegnati nei 50m e lOOm. La capacità di raggiungere la velocità massimale con due-tre bracciate è di capitale importanza per tutti i nuotatori, non solo per gli sprinter.
Dal 21 mo giorno, il nuotatore deve avere completamente recuperato dopo un allenamento prima di affrontare quello successivo. Ciò significa non accumulare fatica tra un allenamento e l’altro. Un incremento nel volume o nella percentuale di lavoro anaerobico o al passo di gara negli ultimi 21 giorni può sfociare nel superallenamento. Trascurare il monitoraggio della frequenza cardiaca può d’altronde comportare una perdita di condizione.
La tabella 14.2 è un esempio di un tapering pregara di 21 giorni estrapolata da un meso- ciclo mensile. Per inserirlo nella filosofia di tapering sin qui illustrata, la quarta e la quinta settimana precedenti la gara devono essere equivalenti. Ciò significa che dalla terza settimana della tabella 14.1 va tolta una serie al passo di gara e aggiunta una serie a velocità critica, o viceversa -a seconda dell’atleta e del tipo di gara.
La prima settimana (dal 21 mo al 14mo giorno) deve rispecchiare esattamente le altre settimane -se effettuate- di adattamento utilizzate nel corso della stagione. Ogniqualvolta il programma stagionale prevede una settimana di adattamento, essa deve essere uguale alla prima settimana di tapering per la competizione principale.
Per un meeting minore ma comunque importante si applicano i medesimi principi, con l’esatta riproposizione di due (dal 21mo al 7mo giorno) settimane del tapering principale. Questa strategia consente di familiarizzare con la seconda settimana del tapering (utilizzare la due settimane che vanno dal 14mo giorno alla competizione non è altrettanto efficace, in quanto l’eccessiva flessione nel lavoro al passo di gara si dimostra controproducente) .
Tabella 14.2 “Le ultime tre settimane di preparazione alla competizione”
Settimana di allenamento | Numero di serie * di velocità critica | Numero di serie anaerobiche/ passo di gara | Totale settimanale di scatti in ipervelocità da effettuare |
1 | 2 | 2 | 40 |
La prima settimana di tapering è la terza dalla competizione e queste serie sono ora il 50-60% in volume rispetto alle settimane di massimo carico, pur mantenendo la medesima intensità | |||
2 | 1 (più 1 al passo di gara, preferibilmente con frazionamento a 50m) | 1 | 30 |
La seconda settimana di tapering è la seconda dalla competizione e queste serie continuano a diminuire in volume e diventano più specifiche (con più lavoro sul passo di gara) | |||
3 | 1 (600m, come illustrato in figura 14.1) | 1 (solo al passo di gara) | 2 0 |
La terza settimana di tapering è la settimana finale | il riposo è fondamentale | ||
Due settimane prima della competizione
Due settimane prima della competizione inizia il tapering per gli atleti giovani, che hanno necessità di un tapering di 14 giorni. Agli esordienti possono bastare 7 giorni, ma possono
comunque provare un tapering di 14 per vedere come funziona. Negli ultimi 10 giorni gli atleti utilizzano distanze frazionate al passo di gara. In questo periodo atleta e allenatore devono accuratamente monitorare la dieta e il riposo. Il riposo è importante -niente ore piccole!
Dal 10° al 6° giorno gli atleti devono perfezionare la frequenza di bracciata e il passo di gara (in nuotate frazionate). Devono perfezionare le strategie di gara per batterie, semifina- li e finali.
10 giorni prima della competizione gli atleti devono effettuare una nuotata “all’ultimo sangue”, al mattino, su una distanza leggermente inferiore alla propria gara o in un altro
stile; questo, unitamente a un lavoro pomeridiano frazionato al passo di gara, riproduce il giorno della prova. Gli atleti rivedono i programmi di pregara e gara, la dieta pregara e il
riscaldamento.
In questi 10 giorni l’allenatore deve essere estremamente cauto con i lavori lattacidi. Per mantenere in forma gli atleti e tenere sotto controllo i livelli di glicogeno, questo tipo di alle-
namento non deve essere effettuato negli ultimi 10 giorni. In caso di esercitazioni dubbie,meglio lasciar perdere.
Una settimana prima della competizione
L’allenatore deve organizzare una riunione di squadra due o tre giorni prima della competizione, per esporre le proprie aspettative e fornire tutte le informazioni disponibili riguardo
ad essa. È indispensabile parlare quotidianamente con ciascun atleta, spiegare e definire compiti e responsabilità.
Volumi di tapering
Suggeriamo di incrementare, diminuire, introdurre, eliminare solo un elemento per volta ad ogni programmazione dell’allenamento. Certamente non diminuire il volume complessivo dell’allenamento aumentando contemporaneamente il volume dell’allenamento di qualità Questa è, solitamente, una scorciatoia per il disastro.
Un esempio di come ridurre il volume di allenamento durante il tapering è illustrai; in figura 14.2 e 14.3 per una programmazione che prevede un massimo di 75km settimanali Due settimane prima della competizione il volume si riduce del 50%, cioè scende a 37,5knn La percentuale di lavoro al passo di gara (su distanze di 400m o inferiori) deve rappresentare il 10-15% del totale settimanale e mantenersi a questo livello, o diminuire, durante il tapering. Può essere utile ridurre la quantità (ma non l’intensità) del lavoro di qual;:a di un 5% settimanale nelle ultime tre settimane.
Prima settimana: 15% di qualità
Seconda settimana: 10% di qualità
Terza settimana: 5% di qualità
Per 400, 800 e 1500isti, la percentuale di lavoro al passo di gara deve essere leggermente superiore (5-7%) Gli stessi principi si applicano, ma con un volume leggermente inferiore, agli sprinter maschi.
La principale preoccupazione relativa all’intensità e allo stress durante i periodi di adattamento e di preparazione alla gara è che quanto sopra illustrato comporti una degenerazione del tessuto muscolare (fibre bianche).
Il volume totale di allenamento durante le ultime tre settimane diminuisce del 60% e del 50% relativamente al lavoro sul passo di gara, con diminuzioni di circa il 5% ogni settimana. Non devono invece intervenire riduzioni di intensità, pur facendo attenzione a non svolgere esercitazioni lat- tacide negli ultimi 10 giorni.
Atleti e allenatori devono registrare tutti i cambia- menti osservati durante questo periodo per poter programmare eventuali variazioni in occasione della competizione successiva.
Riscaldamento e defaticamento
I nuotatori devono cimentarsi nel riscaldamento e nel defaticamento specifici, consapevoli che nel corso di una manifestazione di lunga durata necessiteranno di una quantità leggermente minore di riscaldamento e leggermente maggiore di defatica- mento. Le batterie richiedono generalmente un maggiore riscaldamento rispetto alle finali. I nuotatori devono prepararsi a questo con cura durante tutto l’anno, senza grossi cambiamenti da una manifestazione all’altra.
È compito dell’allenatore fornire le migliori opportunità e condizioni ai migliori nuotatori, rafforzando al contempo negli atleti la convinzione di poter nuotare al meglio anche nelle condizioni peggiori. Non abbiate paura di valutare i vostri programmi sulla base dei risultati ottenuti in gara dagli atleti, dai migliori come dai peggiori.
Generalmente, più il nuotatore è affaticato maggiore deve essere il riscaldamento.
Gli obiettivi del riscaldamento sono la prevenzione degli infortuni, l’incremento della circolazione cardiaca, un leggero aumento della frequenza cardiaca, un lieve aumento della temperatura corporea, la preparazione mentale. Oltre al riscaldamento, l’atleta deve avere a disposizione doccia e massaggiatore. Il programma dell’atleta deve avere un programma che gli permetta di nuotare veloce in batteria, riposare, nuotare più velocemente in semifinale, riposare, nuotare la finale ancora più velocemente e riposare per le batterie del giorno successivo. In quest’ottica, le manifestazioni nel corso della stagione devono rappresentare momenti di verifica di questo processo.
Nell’interesse per un miglioramento e una maturazione continua, l’allenatore non mette a disposizione degli atleti delle categorie giovanili tutte queste finezze. I nuotatori più giovani devono rimanere affamati di vittoria e dei benefici che la vittoria comporta.
L’allenatore deve predisporre riscaldamenti leggermente differenti per gare in vasca corta e lunga, così come per gare in periodi di buona o scarsa forma dell’atleta. Fare attenzione alle gambe, che contengono molti grandi muscoli che non devono essere stressati durante il riscaldamento con esercizi di partenze e virate. Il nuotatore deve perfezionare il proprio riscaldamento molto prima di entrare nella fase di tapering. L’allenatore deve prendere nota dei tempi nuotati durante i riscaldamenti per poter effettuare confronti tra una manifestazione el’altra.
Il defaticamento generalmente è di almeno lOOOm, con una consistente porzione nuotata a 50-60BBM. L’allenatore può chiedere all’atleta quattro-cinque scatti di 10-15m nella seconda metà del defaticamento per favorire il recupero.
L’ASSUNZIONE DI CARBOIDRATI
Durante il defaticamento gli atleti devono assumere carboidrati. Vari test hanno dimostrato che il lattato può essere efficacemente smaltito attraverso il
defaticamento, che deve essere di circa lOOOm. Se possibile, il lattato va misurato alla fine della gara e poi del defaticamento per essere sicuri del suo smaltimento. I prelievi ematici vanno effettuati da personale specializzato. Prima che il nuotatore abbandoni la vasca va effettuato un ulteriore test. L’atleta deve essere consapevole che l’assunzione regolare di carboidrati è
essenziale. Un sovraccarico di carboidrati negli ultimi 10 giorni è invece superfluo. Infatti, un eccesso può comportare ritenzione idrica muscolare e
conseguente detrimento funzionale. La ricarica di carboidrati nell’imminenza di una gara non è necessaria, a meno che la gara non duri più di 20 minuti.
Situazione di doppio tapering
Per una situazione di doppio tapering, due-tre giorni di lavoro aerobico a bassa intensità devono essere seguiti da una ripetizione dell’allenamento per un numero di giorni pari a quelli che separavano dall’ultima competizione. Ad esempio: se c’è un’altra manifestazione dopo nove giorni, l’atleta deve effettuare tre giorni di allenamento aerobico e ripetere gli ultimi sei giorni di allenamento previsti in occasione della manifestazione principale. Come riferimento, per una situazione di doppio tapering prevedere di dedicare il 25-30% del tempo totale al lavoro aerobico nel caso si debba affrontare una nuova competizione entro 15-18 giorni dalla conclusione della precedente.
Suggeriamo di effettuare prove di questo tipo, cioè cimentarsi in un altro meeting dopo un tapering completo, circa sei giorni dopo la conclusione del meeting principale. Questa esperienza predispone gli atleti alla partecipazione a una manifestazione importante, che duri appunto sei giorni. È inoltre un prezioso aiuto per il recupero. Durante questi sei giorni deve essere previsto un solo allenamento quotidiano, con un leggero lavoro aerobico punteggiato da brevi scatti. Tutto ciò aiuterà enormemente la squadra a rientrare in forma dopo una competizione.
Il riposo per le competizioni di mezza stagione
Nel corso delle competizioni di mezza stagione si riscontra frequentemente che l’atleta che sta lavorando duramente ottiene risultati inferiori alle aspettative, mentre quello meno impegnato ne ottiene di superiori; ciò dipende dal differenziale tra lavoro e riposo. Un corpo che lavora duramente può sperimentare grandi cambiamenti una volta messo a riposo, il che inizialmente comporta qualche difficoltà di adattamento.
Queste difficoltà si manifestano in misura maggiore nell’atleta che si sta allenando con impegno quando riposa (anche solo per due o tre giorni) o riduce il chilometraggio. I nuotatori devono essere in grado di nuotare velocemente anche quando sono impegnati in allenamenti persanti o prendersi un’intera settimana di adattamento piuttosto che due o tre giorni di riposo prima della competizione. Se non c’è alternativa, meglio mantenere costante il chilometraggio e ridurre l’intensità (scelta consigliata) o, viceversa, mantenere l’intensità e ridurre i volumi (scelta sconsigliata). L’allenatore non deve permettere che questi meccanismi fisiologici influenzino negativamente gli atleti migliori o quelli che si allenano con maggiore impegno.
Il tapering, che comprende preparazione fisica e mentale, deve essere ritagliato su misura intomo alle necessità di ciascun atleta, per consentirgli di esprimersi al massimo livello possibile”
Tecniche e Motodologia del nuoto adattato (Finp)
Da più di vent’anni in molti Paesi europei ed extraeuropei si parla
della possibilità di adattare tutte le forme più conosciute della
motricità, dall’educazione fisica alla pratica sportiva nelle società,
allo sport agonistico: è l’“Attività Fisica Adattata” meglio nota con la
sigla APA, dall’inglese “Adapted Physical Activity” o dal francese
“Activité Physique Adaptée”.
| File | Descrizione |
|---|---|
| Le Patologie delle disabilità motorie 1.pdf | LE PATOLOGIE DELLE DISABILITA’ MOTORIE |
| Micaela Biava Abstract.pdf | LE CLASSIFICAZIONI FUNZIONALI 2 |
| CLASSIFICAZIONE DELLE PATOLOGIE.ppt | CLASSIFICAZIONI DELLE PATOLOGIE |
| QUADRO GENERALE.doc | SINTESI/QUADRO GENERALE DISABILITA’ MOTORIE |
| DISABILITA INTELLETTIVA RELAZIONALE.doc | DISABILITA’ INTELLETTIVA RELAZIONALE |
| Autismo.doc | AUTISMO |
| SINDROME DI DOWN.doc | SINDROME DI DOWN |
| cerebrolesi(emi-tetra-tri-diparesi).doc | CEREBRO LESIONE |
| poliomielite.doc | POLIOMIELITE |
| Il nuoto adattato 4 stili.ppt | IL NUOTO ADATTATO |
| L’insegnamento del nuoto – disabilità visiva.ppt | INSEGNAMENTO DEL NUOTO-DISABILITA’ VISIVA |
| Visione e patologie della Visione x CIP 4.pdf | VISIONE A PATOLOGIE DELLA VISIONE |
L’ATTIVITÀ ACQUATICA PER CIECHI E IPOVEDENTI
Lo studio evidenzia che non ci possono essere barriere per la disabilità visiva
Introduzione
Un istruttore di nuoto “deve saper educare la persona all’acqua, deve consentirle di raggiungere il miglior equilibrio, respirazione e propulsione nell’ambiente acquatico”. Secondo Raimond Cattau, “deve saperla accompagnare, attraverso esperienze motorie ricche e stimolanti, nella sua trasformazione da terrestre a nuotatore”. Ciò non cambia se la persona ha una disabilità fisica, sensoriale o intellettivo-relazionale. È molto importante, però, comprendere bene quale possa essere l’importanza di questa esperienza per la qualità della sua vita. Come tutte le attività motorie e sportive, può svolgere tre grandi funzioni: salutistica, educativa, ricreativa, tecnico-sportiva promozionale e/o competitiva, analoghe a quelle delle “persone normodotate” ma che assumono valori e importanza diversi per lo sviluppo della persona.
Una prima analisi dal punto di vista generale
“Muoversi” oggi è diventato un imperativo, ed è quindi indispensabile comprendere che anche per la persona con disabilità la pratica motoria e sportiva acquista grande rilevanza: in particolar modo per l’acquisizione di stili di vita attivi e per combattere quella sedentarietà a cui sono saldamente correlate patologie come obesità, diabete e malattie cardiovascolari.
Come ogni attività motoria o pratica sportiva, il nuoto può essere valido strumento per lo sviluppo di potenzialità individuali, l’incremento di capacità specifiche e acquisizione di abilità “trasversali”, la valorizzazione personale e l’inclusione in contesti di vita ricchi di relazioni significative. Più in generale, lo sport assume connota- zioni diverse ma la grande sfida da cogliere è quella di far acquisire alle persone con disabilità la voglia di fare sport per il divertimento e il piacere di fare attività fisica, per soddisfare la voglia di gioco e di agonismo nonché il desiderio di condividere i medesimi ambienti e le persone del mondo considerato “abile”.
Lo sport è gioco istituzionalizzato, con espressioni ludiche ritualizzate, organizzate culturalmente, finalizzate socialmente; l’agonismo è un suo connotato importante, manifestazione matura, costruttiva e creativa dell’aggressività, necessaria all’autorealizzazione dell’individuo in quanto gli consente di conoscere i propri limiti attraverso il confronto con se stesso e con gli altri. Per vincere questa sfida è indispensabile che tutti siano consapevoli che è necessario pensare alla salute come a quel “ben-essere” fatto di stili di vita sani e il più possibile attivi, ma anche di un buon rapporto con se stessi, con gli altri e con l’ambiente. Per la popolazione con disabilità, lo sport aiuta ad affermare il diritto di ogni individuo, al di là dalle limitazioni personali, di esprimere attitudini, desideri e di essere inserito in una rete di rapporti non solo familiari, nonché di rispondere al bisogno di normalità.
Praticare uno sport significa rispondere al “bisogno di normalità”, dare risposta all’esigenza umana di uno sviluppo e una funzionalità il più possibile correlate con le normali richieste dei normali luoghi di vita. I benefici dell’attività fisica e sportiva si declinano in modo diverso, a seconda del tipo di disabilità.
Le diverse caratteristiche delle attività adattate in base alle problematiche specifiche
Nella disabilità di tipo fisico, dove la persona ha una paralisi motoria da lesione midollare, molti studi internazionali (in particolare ricerche statunitensi e canadesi) confermano che le attività motorie e sportive sonoparticolarmente importanti per la fitness e l’abbassamento dei fattori di rischio cardiovascolari; altri, come già ricordato, evidenziano come alti livelli di fitness consentano una elevata efficacia nelle attività quotidiane, altri ancora come l’allenamento fisico rivesta un ruolo importante nel processo di riabilitazione, inteso anche come reintegrazione psicologica alla vita quotidiana a seguito di eventi patologici e/o traumatici. E importante evidenziare che un trattamento di supporto alla riabilitazione di pazienti con lesione midollare è la sport-terapia che, con metodiche differenti, è finalizzata a offrire il massimo d’indipendenza possibile al soggetto traumatizzato, sia attraverso il potenziamento delle capacità residue sia con l’evocazione dell’attività motoria silente e il miglioramento della resistenza allo sforzo. Quando si parla di sport e riabilitazione, è doveroso citare proprio chi ha dato vita al movimento sportivo paralimpico: Sir Ludwig Guttmann, direttore del centro di riabilitazione motoria a Stokmandeville in Gran Bretagna che, nel 1944, affiancò alle tradizionali cure mediche programmi specifici di attività sportiva che riuscivano a promuovere la collaborazione attiva della persona come chiave di successo per: la buona riuscita della terapia, la prevenzione di alcune conseguenze della lesione (piaghe da decubito, patologie urinarie, affezioni respiratorie, demotivazione, depressione) e uno stile di vita più attivo.
Per le persone con lesione midollare, le attività motorie e lo sport, oltre ad avere effetti benefici sul fisico attraverso lo sviluppo della muscolatura, la funzionalità cardiocircolatoria e la prevenzione di fattori di rischio (ipertensione, obesità ecc.) ne promuovono l’empowerment, aspetto fondamentale per il raggiungimento dell’autonomia, l’inclu sione sociale e il perseguimento di una buona qualità di vita.
Inoltre, la pratica sportiva agonistica, stimola la volontà, l’impegno a conseguire i propri obiettivi, alimenta lo spirito del “superare gli ostacoli” non solo sul campo di gioco ma nel reinserimento sociale e nella vita di tutti i giorni.
Lo sport nel mondo della disabilità, è passato dall’essere una pratica necessaria e auspicabile per il mantenimento fisico a uno straordinario strumento d’inclusione sociale. Nella disabilità intellettivo relazionale, si deve innanzitutto segnalare come ancora troppo spesso, nei programmi educativi rivolti alle persone con disabilità la dimensione del tempo libero viene trascurata. Infatti, per garantire loro un soddisfacente livello di benessere, si ritengono più urgenti problematiche quali: riabilitazione, scuola, inserimento lavorativo.
Questo approccio relega in un ruolo secondario le attività ricreative e sportive limitando di conseguenza l’integrazione sociale delle persone con disabilità solamente a una serie ristretta di ambiti pubblici istituzionali: Scuola, Lavoro ed ambienti riabilitativi, sono sicuramente importanti ma parziali se non inseriti in una visione sistemica ed ecologica della vita, che veda tutti parimenti importanti: la cultura, il lavoro, la socialità, lo svago e le aspirazioni/aspettative personali. E opportuno collocare il problema del tempo libero al centro di qualsiasi progetto di formazione e d’integrazione delle persone con disabilità[1]. La ragione di ciò risiede nell’accezione di tempo libero come strumento di socializzazione e di sviluppo della personalità in tutte le sue dimensioni: cognitiva, affettiva, comportamentale. La maggior parte delle persone con disabilità intellettivo-relazionale non è in grado di fruire in maniera autonoma e creativa del proprio tempo libero. Si genera così una situazione per cui questi soggetti finiscono con l’avere molto più tempo libero rispetto agli individui “normali”; ma minori occasioni e capacità per usufruirne autonomamente e in modo creativo.
Ciò, oltre a rilevare la necessità di includere l’insegnamento abilità specifiche per il tempo libero nel programma educativo, rende ancor più evidente l’importanza delle attività motorie e dello sport come strumenti ricreativi di grande efficacia.
Gli aspetti relativi ad una deprivazione sensoriale che trae particolari vantaggi dalle attività acquatiche e che va analizzata nelle sue differenti forme ed opportunità
Nella disabilità visiva, lo sport è strumento fondamentale per contrastare gli inconvenienti di una vita troppo sedentaria e gli stereotipi comportamentali tipici delle persone non vedenti:
- Il confronto con gli altri, e la necessità di instaurare un rapporto inter-personale basato sulla reciproca stima e fiducia, aiuta a superare quello che viene definito come “ciechismo di relazione” che è quell’atteggiamento di diffi-denza, timidezza, scontrosità e, talvolta, di chiusura verso chi vede;
- l’abilità di muoversi nello spazio, data dalla pratica sportiva, aiuta a vincere esitazioni, incertezze e timori, e a superare il “ciechismo spaziale”, che consiste nel modo di camminare esitante e a piccoli passi, o nella gestualità caratterizzata da movimenti delle braccia trattenuti entro distanze minime rispetto al proprio corpo, tipici di chi tende a vivere lo spazio come “l’ignoto” in quanto non direttamente conoscibile con i sensi residui. L’udito e il tatto aiutano entro un piccolo raggio e consentono di acquisire informazioni settoriali e incomplete;
- acquistare fiducia in sé stessi, concentrando la propria attenzione non su ciò che non si è in grado di fare, bensì su tutto ciò che si riesce ugualmente a fare, aiuta a superare il “ciechismo psicologico”: sensi di insicurezza, sfiducia, e scoraggiamento che portano alla passività e all’isolamento;
- abituarsi a fatiche e sofferenze non imposte “dal fato”, ma scelte e accettate per conseguire migliori risultati, e la consapevolezza di limiti fisiologici comuni a tutti gli esseri umani e non patologici, aiutano a superare il “ciechismo comportamentale’: atteggiamento masochistico e, talora, di sterile revanscismo verso la vita e il pros
simo, che porta a esibire ed esaltare quei limiti, quasi in segno di sfida. Dopo questa breve introduzione, si ritiene opportuno dare informazioni più specifiche in riferimento alle diverse disabilità visive, affinché ogni istruttore abbia le coordinate necessarie a orientare in modo adeguato sia l’approccio iniziale, che la successiva relazione didattica ed educativa.
Disabilità visiva: ciechi e ipovedenti
Sembra impossibile, per chi la vista ce l’ha, che una persona che ne è priva possa giocare a calcio, tirare con l’arco, sciare, fare attività subacquee; ma impossibile non è! Adattando ambiente e attrezzi, anche ipovedenti e non vedenti possono praticare discipline quali: sci di discesa, e di fondo, atletica, judo, taekwondo, arrampicata, golf, tiro con 1′ arco, vela, la subacquea, canottaggio e canoa, calcio a 5, baseball, cricket.
Forse non tutti sanno che….
Prima di addentrarci nelle indicazioni più squisitamente tecniche e utilizzando il titolo di una rubrica di un settimanale famoso di enigmistica, si ritiene importante far conoscere alcune delle attività sportive o hobbistiche che le persone con deficit della vista praticano, perché è fondamentale sapere che le possibilità di adattamento dell’uomo, ma anche le sue aspettative, i suoi desideri, le sue motivazioni, sono talvolta veramente impensabili, e vanno ben oltre una mancanza di “senso”.
Subacquea per non vedenti
Il tatto consente di esplorare rocce, coralli, conchiglie, spugne e alghe dalle e persino alcune specie di pesci. Apparecchi di comunicazione subacquea a ultrasuoni tengono in costante contatto il non vedente ed il suo istruttore-guida, che fornisce le informazioni visive e descrizioni su ambiente e aspetto e colori degli oggetti. Esistono percorsi per l’autonomia sott’acqua anche per sub non vedenti, con cime e cartelli che segnalano quanto si trova sul fondo, con immagine e traduzione della didascalia in Braille, il sistema di scrittura e lettura per i non vedenti, fatto da puntini in rilievo.
Attività estreme
Nel paracadutismo e il parapendio il non vedente o ipovedente agisce in coppia con l’istruttore, a cui si affida completamente. La partecipazione, sostanzialmente emozionale, è data dal superamento della paura del vuoto, peraltro solo immaginato, e dalla sensazione di libertà data dal volo. Gli sport motoristici praticabili da chi non vede richiedono un’estrema capacità di concentrazione e un’intensa applicazione mentale. Nel Rally automobilistico il disabile visivo ha il ruolo di navigatore, e deve dare al pilota, in modo preciso e tempisticamente adeguato, indicazioni sullo stato del fondo stradale e sulla direzione e raggio delle curve leggendo il “road book”: il quaderno di appunti ricavati durante le prove e scritti in caratteri ingranditi per gli ipovedenti o in braille per i ciechi. In Italia, una ventina i praticanti che hanno un brevetto nell’ambito del progetto MITE, acronimo di “insieme” in quattro lingue europee, del 2000, che prevede la partecipazione a rally di regolarità e sprint di equipaggi con navigatore non vedente. Wagner, pilota non vedente dalla nascita, ha stabilito il record mondiale di velocità a bordo di una Maserati Gran Sport, sul rettilineo della pista di volo di Mafeking in Sudafrica, superando di ben 36 km/h il precedente record di 233 km/h ottenuto nel 2003 dall’inglese Mike Newman su Jaguar XRJ 4.2. Il pilota, è stato aiutato dalle indicazioni del suo navigatore, che gli ha fornito i dati di accelerazione, tramite un codice precedentemente concordato.
Il pilota ha devoluto i fondi raccolti a favore dell’associazione sudafricana per l’integrazione dei non vedenti nell’economia e nelle attività sociali.
Pilotaggio di piccoli aerei da turismo
con secondo pilota vedente, per il controllo dei parametri del motore e porre rimedio a eventuali interferenze in volo, e l’ausilio di strumenti con risposta acustica.
Cieco o non vedente?
Una persona che non ci vede si chiama cieco o non vedente?Definire i ciechi “visuolesi”, sta nella logica di ritenere che utilizzare delle perifrasi possa rendere meno pesante la realtà, ma le parole non possono modificare la sostanza delle cose: ciechi e non vedenti sono sinonimi, e si possono usare indifferentemente. Quello che conta è il tono con cui la si dice, da cui traspare inequivocabilmente l’atteggiamento di chi parla nei confronti della persona cieca. Chi vede, talvolta, prova disagio nel relazionarsi con loro, a causa di opinioni errate, ansie sociali, cattive abitudini o assunzioni erronee: per esempio quella che i ciechi presentino sempre altre disabilità o che, viceversa, proprio in ragione di quella, che siano persone assolutamente eccezionali. Vista l’importanza di assumere un comportamento adeguato, verranno fornite alcune semplici indicazioni generali. In questo lavoro si fa riferimento a una persona, non vedente o ipovedente, di età sostanzialmente adulta. Sarebbe risultato alquanto complesso, inserire contestualmente riferimenti specifici a bambini, data la diversità di approccio e di tecniche dovute alla specificità dei loro processi di sviluppo psicomotorio e cognitivo.
Quando s’incontra una persona non vedente per la prima volta:
- è bene pensare che si è di fronte a una persona che ha qualche difficoltà in più nell’esplorare la realtà circostante. Se sentite di doverlo aiutare, avvicinatevi con garbo: se si trova in difficoltà non rifiuterà il vostro aiuto. Se dovesse rifiutarlo, non abbiatevene a male: tra i ciechi, come tra tutte le persone del mondo, ci sono quelli più socievoli e quelli più solitari!
- informare della propria presenza e quando ci si accomiata;
- porre attenzione ai rumori: se il silenzio corrisponde al buio totale per un non vedente, il troppo rumore rende difficile l’orientamento e la conoscenza dell’ambiente circostante;
usare un linguaggio essenziale, evitando di essere prolissi;
utilizzare termini chiari usando, anche le parole legate al seno della vista; fornire indicazioni precise: non “là” “su” “giù” ma, destra, sinistra, in alto, in basso; chiedere sempre alla persona se e quanto sia in grado di vedere; chiedere in che modo vuole essere aiutato; evitare di essere troppo solleciti o protettivi: devono poter fare sbagli come gli altri;
rispettare l’individualità: le qualità e le caratteristiche del cieco sono infatti prettamente personali come lo sono quelle dei vedenti;
- se ci si sente a disagio vicino ad un cieco, ammetterlo apertamente: nessuno dei due trarrebbe vantaggio da un imbarazzato silenzio;
- parlare con un tono normale di voce;
- se si parla, qualsiasi sia l’argomento, con una persona cieca, rivolgersi direttamente all’interessato e non al compagno vedente.
Accortezze nell’interazione con la persona non vedente:
- nell’accompagnarla, offrirgli il braccio e camminare appena un poco più avanti di lui;
- non prenderla mai per il braccio spingendola avanti;
- camminare con un passo normale, come si farebbe con qualsiasi altra persona;
- quando ci si accomiata, lungo il percorso fornirgli indicazioni esatte circa il luogo e la direzione in cui si trova e la direzione verso cui è rivolto;
- entrare per primi dalle porte, spiegando, se necessario, in che modo si apre il battente; spostate leggermente il braccio dietro la schiena se l’entrata è stretta, per evitare incidenti alla persona accompagnata;
■ entrando in un ambiente, spogliatoio, bar, ufficio, ecc., dare una descrizione di massima dell’ambiente, avvertendo circa le precedenze e le eventuali modalità del servizio.
Disabilità visiva
E bene chiarire che le persone possano avere un deficit visivo dalla nascita oppure acquisto nel tempo, e possono essere: non vedenti assoluti o ipovedenti. Cecità
Si dice cieca una persona con residuo visivo pari a zero in entrambi gli occhi anche con eventuale correzione. La disabilità visiva totale, congenita o insorta nei primi mesi di vita, ha implicazioni rilevanti sulla l’elaborazione cognitiva dello spazio, determinando la riduzione della motivazione all’esplorazione dell’ambiente2, e dei ritardi nello sviluppo cognitivo e motorio3 con difficoltà di orientamento nello spazio e nell’acquisizione dell’autonomia. Lo stato di cecità o ipovisio ne grave inibisce il movimento e limita l’attività esplorativa; ciò ritarda la formazione di rappresentazioni spaziali dell’ambiente e rallenta il raggiungimento di alcune tappe dello sviluppo sensomotorio.
Ipovedente
Vedremo ora in cosa può consistere il residuo visivo e come e cosa può vedere la persona ipovedente.
Visione periferica
La persona vede una macchia centrale, ma ha una buona visione periferica. Gli oggetti vengono visti in modo distorto, i colori alterati oppure vi è una zona scura nel mezzo del campo visivo. Nello sport è più facile lavorare con un’ipovisione di tipo centrale.
Visione centrale
Il punto focale è centrato nel mezzo del cam- ■. po visivo e la persona colpita non ha nessuna visione di quanto si trova ai bordi.
Perdita parziale del campo visivo
Il campo visivo è ridotto in alcuni punti ciechi, dei “buchi neri” in cui manca qualsiasi tipo di visione.
L’insegnamento del nuoto
Come si è già brevemente illustrato in precedenza, le persone con disabilità visiva possono avere dall’attività fisica lo stesso piacere che ne traggono quelle vedenti. In acqua, poi, trovano occasioni di sviluppo della capacità di orientamento, agevolati dal mezzo che stimola i loro propriocettori e i recettori tattili di tutto il corpo. Chi ha una cecità acquisita, e che generalmente riduce sensibilmente l’attività personale per timore di perdere il possesso dello spazio, trova nella piscina un ambiente favorevole perché:
- circoscritto: dove deve tenere sotto controllo un numero limitato di fattori spaziali;
- protetto : l’acqua attutisce gli impatti. Questa sensazione rassicurante favorisce la curiosità e la voglia di sperimentare ; è importante ricordare che la mancanza di feedback visivo gli impedisce di cogliere e rispondere in modo immediato ed automatico ad un ostacolo, e l’intero organismo sviluppa una maggiore vigilanza (un arousal più elevato)
che, entro limiti ragionevoli, è certamente benefica, ma un eccessivo livello di attivazione dell’ansia tende ad innescare comportamenti di evitamento, e di rinuncia. L’ambiente piscina, con le corsie ben delimitate, è particolarmente adatto, ma per partecipare con successo all’attività le persone non vedenti hanno però bisogno di alcuni accorgimenti, come dei segnali acustici o delle persone vedenti che diano i segnali necessari.
Per il nuoto, l’unico adattamento è la segnalazione con un tocco alla testa o sulla spalla, con un tapper, bastone con all’estremità una spugna, la fine della vasca e il momento per effettuare la virata.
E fondamentale farlo familiarizzare con l’ambiente piscina e l’area relativa: se ha un buon grado di autonomia potrebbe preferire fare l’esplorazione per conto proprio, altrimenti l’istruttore lo accompagna a fare un giro di perlustrazione per apprendere, attraverso il tatto e l’udito, le caratteristiche essenziali di: bordo della piscina con blocchi e scalette, spogliatoi, segreteria, corridoi e scale, in pratica tutti gli ambienti che si troverà a percorrere. E opportuno ridurre al minimo rumori estranei e ostacoli pericolosi, soprattutto se temporanei. È importante far prestare attenzione per far ricordare ostacoli o pericoli, o la disposizione di corridoi o stanze.
Per esempio: “per imboccare l’uscita verso la vasca dallo spogliatoio, occorre girare a destra appena uscito dalla porta coi basculanti, prendere il secondo corridoio ancora a destra e che durante questo percorso vi è una pericolosa sporgenza all’altezza del viso subito dopo il termosifone”. Tutto questo deve essere fatto presente anche per il ritorno, perché non sempre c’è chi accompagna, e se c’è, può essere non preparato a farlo o distratto.
Il rapporto con l’istruttore
È determinante ai fini dell’apprendimento il rapporto che si instaura con l’istruttore. La persona non vedente è, per natura, diffidente e deve decidere se fidarsi o no della persona che ha di fronte. Per farlo non ha la possibilità di utilizzare tutte quelle informazioni che provengono dal canale visivo. Poiché la connotazione emozionale di piacevolezza-spiacevolezza di una relazione o di un ambiente, e la motivazione al lavoro sono correlati alla qualità e quantità del vissuto emozionale contestuale o conseguenti all’esperienza fatta, è fondamentale evitare vissuti dolorosi che potrebbero connotare negativamente l’esperienza e la fiducia nel proprio istruttore. Dobbiamo aver presente che anche solo lo sfiorare con il viso una foglia di una pianta dell’atrio della piscina, provoca una immediata reazione di allarme poiché la persona che non vede non capisce cosa ha urtato con una parte molto delicata del suo corpo e spesso soggetta a colpi inaspettati. Un altro esempio molto chiaro sull’uso del tapper. una semplice distrazione può comportare un forte impatto della testa contro la parete della piscina. Con quale stato d’animo l’allievo non vedente affronterà la vasca successiva?
Modalità di apprendimento
L’utilizzazione esclusiva o prevalente dell’udito e del tatto per rapportarsi al mondo esterno comporta una modalità di apprendimento di tipo analitico. Bisogna avere presente che tutto il suo sapere e le rappresen razioni mentali vengono costruiti in questo modo, la sintesi è impossibile: il cieco non può abbracciare con un “colpo d’occhio” la situazione che sta affrontando e deve acquisire gli elementi in modo analitico, in sequenza temporale, ritmica.
Indicazioni per l’insegnamento
Poiché la persona non vedente si basa su af- ferenze acustiche, tattili, cinestetiche e pro- priocettive, devono essere rafforzati i segnali verbali dell’istruttore che devono essere: chiari, concisi e dettagliati. La spiegazione può essere aiutata da afferenze tattili, disponendo il corpo e gli arti del soggetto nella posizione desiderata, o f acendosi toccare nella posizione spiegata o durante l’esecuzione del gesto da correggere o far apprendere. Si può facilitare la comprensione dei compiti guidandogli la mano o mantenendo il contatto corporeo durante la dimostrazione.
Allenamento nuoto
Per il nuoto agonistico, le tecniche e i metodi di allenamento corrispondono a quelli usati dagli atleti così detti “normali”. Quando consideriamo l’approccio al nuoto e l’adattamento all’ambiente acquatico, è importante ricordare che, a partire dagli anni ’70, è stato adottato un metodo a livello internazionale che ha dato ottimi risultati.
Basato su dieci punti, fu sviluppato da James Mamillen a Londra dal 1949, chiamato metodo Halliwick, aiutava le persone a sentirsi a proprio agio nell’acqua, acquisendo abilità come l’equilibrio. Il programma permette di diventare indipendenti in acqua attraverso tre concetti chiave: preparazione mentale, controllo dell’equilibrio e movimento. Si può applicare a tutti, con particolari vantaggi per coloro che hanno difficoltà fisiche o di apprendimento.
Senza l’ausilio di galleggianti/salvagente e basandosi sul lavoro di gruppo, questo metodo segue dieci fasi nell’apprendimento:
| 1. | Regolazione mentale |
| 2. | Svincolamento/sganciamento |
| 3. | Rotazione verticale |
| 4. | Rotazione laterale |
| 5. | Rotazione combinata |
| 6. | Spinta verso l’alto |
| 7. | Equilibrio da fermi |
| 8. Scivolamento | |
| 9. | Progressione semplice |
| 10. | Bracciata base |
La preparazione mentale del nuotatore consiste in parte nell’apprendere a reagire in maniera flessibile a diversi ambienti o compiti – e acquisire la capacità di rispondere in maniera automatica. Il controllo dell’equilibrio in acqua consiste nella capacità di mantenere cambiare la posizione in acqua in modo controllato, acquisendo gradualmente un buon livello di equilibrio cosi da non fare movimenti inutili. E il movimento in quanto tale è una forma di organizzazione mentale e controllo del corpo[1].
Conclusioni
A conclusione di questa prima parte del lavoro, si spera di aver concretamente contribuito a far capire quanto la capacità di adattamento dell’uomo consenta di superare situazioni difficili e quanto le sue motivazioni gli consentano di compiere imprese ritenute impossibili. E importante sottolineare che, per le persone con disabilità, la quotidianità è ancora piena di situazioni di disagio, più o meno direttamente disabilità-correlate, e diventare nuotatore agonista, ma anche solo imparare a nuotare, li aiuta ad assumere un atteggiamento “vincente”, psicologicamente adeguato a fronteggiare la continua competizione con se stessi e gli altri cui la vita li obbliga, favorendo lo sviluppo e il consolidamento della resilienza-, la capacità di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. Come dice il proverbio: ” Un vincente trova sempre una strada, un perdente trova sempre una scusa”.
[1] Informazioni sul metodo Halliwick sono disponibili sul sito dell’Halliwick Association of Swimming Therapy in Regno Unito: http:// www.halliwick.org.uk



